Il primo passo? Leggere l’enciclica. Poi, decidere che cosa fare
Attuare la Magnifica humanitas, al livello più piccolo, significa leggere stasera una fiaba a un bambino, con il telefono in un’altra stanza, senza una voce sintetica al posto nostro. Scegliere il gesto di una persona, con tutta la sua stanchezza, contro la versione ottimizzata del medesimo gesto

C’è un orologio digitale che molti di noi hanno posseduto da ragazzi, con i tasti minuscoli e una sequenza da premere per cambiare l’ora. Oggi non saprei più come farlo. Non perché la procedura sia cambiata, ma perché per anni è stato il telefono a farlo al posto mio, finché quei gesti sono usciti dalla testa: se ne sono andati da soli, senza che me ne accorgessi. Chiamo questo il lento scivolamento: il cambiamento che si produce senza che nessuno lo decida, per accumulo di micropassi troppo piccoli per essere notati uno per uno. Esso investe la memoria che deleghiamo, l’attenzione che si accorcia, la capacità di restare dentro un problema senza cercarne soluzione immediata e, soprattutto, il senso di ciò che siamo, ridotto a una metrica di quanto riusciamo a produrre. Questa è una delle chiavi con cui leggere la Magnifica humanitas, la prima enciclica papale interamente dedicata all’Intelligenza artificiale. Si tratta di un testo affilato, che individua il problema dove osserva che i sistemi di intelligenza artificiale «possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono», e nomina il meccanismo più profondo, il «paradigma tecnocratico: quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione». È la descrizione esatta del lento scivolamento. È qui che comincia la domanda più leale: a che cosa serve un’enciclica giusta, se l’epoca cui si rivolge ha perso l’abitudine di trasformare le cose giuste in cose fatte? Il lento scivolamento possiede un meccanismo di difesa che coincide con il riconoscimento. Leggere un testo che descrive bene un problema procura sollievo, e quel sollievo suggerisce che, avendo capito il problema, lo stiamo già affrontando. Capire e affrontare restano due cose distinte, e l’iperinformazione è abilissima nel confonderle. Trovare l’enciclica profonda, condividerne un passaggio, sentirsi tra quanti «hanno capito»: tutto regala la sensazione di aver agito, mentre si è pur consumato un contenuto che parla del non agire. Un’enciclica giusta, letta e ammirata ma non attuata, non è affatto neutra rispetto allo scivolamento: ne diventa parte, il passo che ci permette di sentirci dalla parte giusta mentre continuiamo a camminare nella direzione sbagliata.
Attuare l’enciclica, al livello più piccolo, significa leggere stasera una fiaba a un bambino, con il telefono in un’altra stanza, senza una voce sintetica al posto nostro. Scegliere il gesto di una persona, con tutta la sua stanchezza, contro la versione ottimizzata del medesimo gesto. Leggere l’enciclica e non leggere poi la fiaba è esattamente lo scivolamento; saltare invece l’enciclica e leggere comunque la fiaba è già più vicino paradossalmente a ciò che il documento davvero chiede. Esiste poi un livello istituzionale, dove il rischio si fa più invisibile. L’enciclica chiede trasparenza degli algoritmi, verifiche indipendenti, tutela dell’occupazione: richieste con costi concreti, ed è per questo che il modo più efficace di neutralizzarle non è respingerle, ma elogiarle. Governi, aziende e università possono dichiarare di condividere «lo spirito dell’enciclica», citarla nei convegni, inserirla nelle premesse dei documenti etici, e non cambiare una riga di ciò che fanno. L’elogio è la forma più sofisticata di sepoltura: il principio si fa citazione, la citazione premessa, la premessa decorazione, e una decorazione non vincola nessuno. Un testo che indica la rotta non è inutile, ma insufficiente: condizione necessaria, non sufficiente. Il lento scivolamento si combatte su due piani: comprensione e azione, e l’enciclica fornisce il primo in modo eccellente, mentre non può fornire il secondo, perché il secondo non si scrive, ma si vive. Le mura di Gerusalemme non furono ricostruite perché qualcuno avesse scritto che andavano ricostruite: furono ricostruite perché alcune persone, un giorno, presero in mano delle pietre. La differenza tra l’enciclica come rotta e l’enciclica come sedativo non la decide il Papa che l’ha scritta; la decide chi la legge, stasera, nel momento in cui chiude il documento.
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