Legge elettorale, fondi per l'energia, riarmo: i tre snodi di Meloni (con l'ombra del voto anticipato)
Il Governo negozia con Bruxelles: servono 7-10 miliardi per lo choc energetico. Ma l'Ue vuole che Roma non rinunci al programma Safe. Intanto il Bignami-bis corre. E le opposizioni sono in allarme: vogliono votare prima per non far pronunciare la Consulta, progetto eversivo

Merita di essere rimessa in fila, questa settimana politica. Perché probabilmente sarà ricordata come una di quelle settimane di snodo, di passaggio, verso una fase nuova. Lunedì l’esito delle amministrative, dalla doppia faccia: il centrodestra si prende le due città più importanti, Venezia e Reggio Calabria, ma nelle Regioni granaio del centrosinistra i risultati di FdI, Lega e Forza Italia hanno fatto suonare l’allarme rosso, come a cristallizzare una divisione dell’Italia in due blocchi geografico-politici. La parola d’ordine del Governo è: portiamo subito a casa la legge elettorale, con un testo-bis dall’iter fulminante, utile persino - questo il timore - ad anticipare il voto in autunno, di modo che la Consulta non abbia i tempi materiali per esaminare i numerosi dubbi di costituzionalità.
Il giorno dopo, martedì, Meloni è a Confindustria. Non ha in tasca misure contro il caro energetico, non ha ancora risolto i dubbi sui prestiti Safe per il riarmo, non ha un accordo con Bruxelles sulla flessibilità per le bollette di imprese e famiglie. E non ha risorse per prorogare all’infinito lo sconto sulle accise. Sfodera allora un’arma che si potrebbe definire berlusconiana: l’attacco all’Europa. È il terreno su cui la premier costruisce i giorni successivi: mercoledì la polemica sull’Ucraina nell’Ue, con FdI che, a sorpresa, si avvicina alla posizione ostracistica della Lega nonostante mesi e mesi di rassicurazioni di Meloni a Zelensky; giovedì il “mezzo addio”, che sa di semi-ultimatum a Bruxelles, sul programma Safe per le armi - non è spiegabile, dice la premier anche qui tornando indietro rispetto al recente passato, spendere soldi per la difesa mentre non c’è analoga flessibilità dell’Europa sull’energia.
E si arriva a venerdì. Silenzio, parla Bankitalia. E parla chiaro: l’inflazione corre verso il 6%, non ci dovrebbero essere altre preoccupazioni. Ma è una parentesi. Perché invece le preoccupazioni sono altre. Ieri di nuovo legge elettorale mattatrice, a riprova di un pensiero ingombrante che occupa quasi tutti gli spazi.
Nelle nebbie dell’economia e dei conflitti, nella grossa ombra che fa la legge elettorale, nel caos delle priorità invertite, diventa difficile capire le mosse del Governo. L’attivismo di Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione Europea scelto di comune accordo tra Meloni e Von der Leyen, sembra quasi un’opera compensativa. È lui che si è preso la briga di comunicare che per l’energia potrebbero essere usati i fondi di Coesione, causando la reazione stizzita delle Regioni. E anche se non è stato lui ad avanzarla direttamente, potrebbe esserci il suo zampino anche dietro l’ipotesi di operare un’ultima micro-rimodulazione del Pnrr, finalizzata a usare i residui per l’energia.
Insomma, provando a uscire dai tecnicismi. L’Europa sa che a Roma servono 7-10 miliardi per affrontare strutturalmente, sino a fine anno, lo choc energetico. Si cerca di recuperarli ovunque, senza però aprire la breccia (politica) della flessibilità e al contempo senza costringere l’Italia a procedere con uno scostamento di bilancio, che esporrebbe il Paese sui mercati. Roma, però, in cambio deve tornare nel gruppo-guida del programma Safe, quello attraverso cui i Ventisette dovrebbero onorare gli impegni assunti in sede Nato e con Donald Trump.
Da metà giugno, su questo duplice punto, inizierà un tour negoziale in tre tappe: prima il G7 ad Evian (Francia) dal 15 al 17 giugno, poi il Consiglio Europeo del 18-19, infine il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. Meno di 40 giorni in cui un equilibrio italo-europeo dovrà arrivare: sulle risorse finanziarie per l’energia e sulla posizione definitiva dell’Italia rispetto al riarmo.
Ovviamente il primo dossier più del secondo, se gestito in modo accorto, potrebbe dare al Governo la benzina per far ripartire una narrazione “pragmatica”, dopo mesi in cui le opposizioni hanno evidenziato gli obiettivi economici non raggiunti. Ma quanta benzina, e per quale viaggio, è difficile da dire. Perciò il punto numero 1 della lista “cose da fare” resta la legge elettorale. Che, ricordiamolo, ha aperto la settimana un minuto dopo l’esito delle Comunali e l’ha chiusa ieri.
La corsa verso il primo voto entro l’estate insospettisce. Per le opposizioni si è aperta la strada verso le elezioni a novembre, che non darebbe tempo alla Corte costituzionale di pronunciarsi sui probabilissimi ricorsi che arriveranno. Un iter che per Parrini (Pd) sarebbe «un progetto eversivo».
I temi su cui la società civile potrebbe scatenarsi sono molteplici: il doppio listino bloccato, il premio di maggioranza (mitigato nel Bignami-bis), l’«obbligo» di indicare il candidato premier (palesemente in contrasto con la natura parlamentare della nomina del presidente del Consiglio). Già una volta la Corte costituzionale è arrivata tardi: quando smontò il famoso “Porcellum”, che però lo scopo per cui era nato ormai l’aveva già raggiunto.
Certo al momento l’ipotesi del voto anticipato non ha basi solide. L’unica voce dal sen fuggito è stata quella di Matteo Salvini, il quale prima delle amministrative ammise che il futuro della legislatura è legato all’economia. Poi rettificò. Certo quello che pare l’obiettivo simbolico principale di Giorgia Meloni, il record di longevità, cade in una data che consentirebbe di accelerare poi verso le urne. Il 3 settembre la leader FdI sarà la premier a capo del Governo più duraturo di sempre. Dal giorno dopo, sarà 1-X-2.
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