Miles Davis, la musica che ha fatto la rivoluzione

Il 26 maggio 1926 nasceva il trombettista americano: un genio assoluto che, nel 1959, con il suo disco “Kind of Blue” nel jazz ha tracciato un prima e un dopo
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May 26, 2026
Miles Davis, la musica che ha fatto la rivoluzione
Miles Davis in una foto del 1984 / WikiCommons
Assenza più acuta presenza. E’ questa la sensazione che si prova ascoltando la tromba e la musica di Miles Davis. Una musica che, in tutti i suoi fraseggi e nei passaggi nel tempo, non sembra mai arrivare da questo pianeta. Solo per questo, cento anni di gratitudine al genio musicale di Miles. Il più grande “rivoluzionario” del jazz nasceva un secolo fa, il 26 maggio 1926, ad Alton, un piccolo villaggio dell’Illinois, sulle sponde del Mississippi. Ma non era il figlio dello schiavismo afroamericano o l’emarginato dei bassifondi di New Orleans o New York. No, Miles era il rampollo di una ricca famiglia della borghesia nera. Suo padre per i cittadini di East Saint Louis, dove il bambino prodigio è cresciuto, era il dottor Miles Dewey Davis Jr. dentista stimato e dal capitale solido. Il suono del trapano è stato il primo che Miles ha riconosciuto, poi è arrivata la musica e a portarla in casa fu la madre, l’insegnante di violino Cleota Mae Henry. Il suo orecchio precoce sarebbe stato avviato allo strumento materno se solo non avesse ricevuto la sua prima tromba: un dono dell’amico del padre, John Eubanks. L’unico che può vantare di aver avviato il genio ribelle a prendere la sua direzione, costantemente ostinata e contraria, perché poi tutti gli incontri successivi, anche i più stimolanti, sono stati un confronto allo specchio: tra chi poteva avvicinarsi almeno a somigliare un po’ all’eterea presenza-assenza di una stella di prima grandezza. Insuperato. Da noi, il primo ad avvicinarlo è stato lo storico del jazz Arrigo Polillo che lo chiamò a tenere un concerto a Milano nel 1965. Siamo sei anni dopo la rivoluzione, Kind of blue: il disco che nel jazz ha stabilito un “a.D e un d.D”, avanti e dopo Davis, era stato pubblicato nel 1959 vendendo circa 6 milioni di copie (parliamo di dischi fisici, vinili e cd non di roba virtuale). Un capolavoro senza eguali con la strabiliante So What che apre la facciata A di uno scrigno preziosissimo composto da altre quattro gemme inestimabili: Freddie Freeloader, Blue in Green (firmata con Bill Evans), All Blues e Flamenco Sketches (sempre con Bill Evans). Se chiedete a un davisiano in quale epoca sarebbe voluto vivere, sicuramente vi risponderà che il suo sogno sarebbe riavvolgere il nastro del tempo ed entrare nello studio della Columbia Records, sulla 30ª strada di New York. Il luogo in cui quel disco venne suonato e registrato con Miles alla tromba accompagnato da Julian “Cannonball” Adderley al sax contralto, Bill Evans al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e dulcis in fundo, John Coltrane al sax tenore. In quel ’65, in cui Polillo a Milano è in spasmodica attesa de L’Impossibile Miles, come titola il capitolo del suo libro Stasera Jazz. La mia avventura tra i grandi del jazz (Polillo Editore), l’altrettanto geniale coscritto Coltrane, classe 1926, di cui il prossimo 28 settembre ricorre anche il suo centenario dalla nascita, pubblicava l’altro album iconico dell’epica jazzistica, A love supreme. So What  dell’umanoide Miles e  Acknowledgement dell’irregolare “Trane” divennero le pietre d’inciampo per tutti gli abitanti del pianeta jazz. Ma mentre Coltrane, come una candela bruciò in fretta tutto il suo talento, un cancro al fegato se lo portò via a 40 anni, Miles a quella stessa età compiva la svolta rock. Jazz più rock, uguale fusion, dimensione indefinibile e irraggiungibile per chiunque abbia provato a mettersi sulla sua scia. Come Astor Piazzolla trasformò il tango in elettrico, venendo ripudiato dai puristi, la stessa condanna di eresia da parte dei critici ortodossi colpì il nuovo Miles, divinità del jazz scesa negli inferi del rock e del funk per stupire e ammaliare ogni tipo di platea. Ma il nuovo decennio, si apriva con un’altra prova inequivocabile dello spirito superiore che albergava in lui, l’album Bitches Brew, 1970. Un successo da oltre mezzo milione di copie vendute, cifre che per i poveri vecchi jazzisti a cottimo del Vanguard Village erano motivo di invidia e al contempo di devozione totale per un deus ex machina della musica di ogni genere. Se volete spiegare a un membro della Z Generation chi è, e non chi è stato, l’eterno Miles Davis, dovete semplicemente dirgli: è l’uomo che ha stregato e stravolto l’universo musicale. Con il divino Miles sono caduti, prima gli altri dei del jazz, e poi gli steccati che delimitavano i custodi del pop, del rock e del funky. E da allora, lo scenario è rimasto invariato dalla potenza e dalla profondità del suo solco. Il carisma, unito al suono unico e inimitabile della sua tromba, ha ipnotizzato intere generazioni a cominciare da quella di Arrigo Polillo che dopo quell’incontro milanese scrisse: «Gli occhi piccoli, lucidi, hanno una fissità innaturale. Sembrano quelli di un ipnotizzatore». Un ipnotizzatore a sua volta ipnotizzato da tutte le droghe da cui non era mai riuscito a liberarsi. Una sfida continua con le dipendenze, meno elettrizzante di quegli allenamenti sul ring della Glean’s Gym di New York. La palestra in cui aveva cercato di emulare il suo idolo, il Re dei pesi massimi Muhammad Ali, al quale Miles aveva dedicato l’album A Tribute to Jack Johnson, omaggio al primo campione mondiale dei pesi massimi di colore. Davis è stato un combattente per i diritti civili dei neri, un pugile che con la musica ha cercato, riuscendoci, di mandare ko ogni forma di pregiudizi, a cominciare da quelli ideologici, tutti stesi al tappeto assieme alla critica e alla pubblica ottusità. Oltre alla musica che era la sua essenza e che ne aveva fatto il jazzista più pagato dello showbiz, coltivò la passione per le auto: nei primi anni ’60 si vantava già di possedere due Ferrari. Ma se non fosse diventato il Re del Jazz, avrebbe tentato di scalare il ranking della boxe mondiale. Racconta Arrigo Polillo che ad ogni nome di pugile sciorinato al tavolo con l’amico italiano Dino Santangelo, Miles esclamava: «Outasight!». Letteralmente, «fuori dalla nostra vista», ma anche fantastico o irraggiungibile, aggettivi che uniti rendono il perfetto ritratto del fenomeno Miles Davis. Chi quel fenomeno, con passione e poesia, continua a spiegarlo al pubblico dei nostri teatri, è la tromba magica di Paolo Fresu che da anni porta in scena Kind of Miles, descrivendo il valore del silenzio di questo mago della ritmica, il cui suono «accarezza e inquieta». Estasi e tormento di un Michelangelo del jazz che si riflettono nell’ascoltatore e che ai suoi discepoli più attenti, come Fresu, ha insegnato a «suonare ciò che non c’è». Poche parole e una cascata di note, tutte necessarie e mai sbagliate di un profeta che, prima di salutare per sempre il suo pubblico (Miles è morto nel 1991), ha lasciato detto: «La mia musica mi deve sopravvivere, e sono troppo vanitoso per suonare qualsiasi cosa che io ritengo brutta».
 

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