Cinema, Federico "on the road" per superare i limiti

In sala l’emozionante avventura di “Lo chiamava Rock & Roll” di Saverio Smeriglio ispirato alla storia vera di Federico Richard Villa che è anche il protagonista
April 18, 2026
Cinema, Federico "on the road" per superare i limiti
Da sinistra, Federico Richard Villa e Nicola Nocella sul set di "Lo chiamava Rock & Roll" di Saverio Smeriglio
Appena arrivato nelle sale giovedì scorso e già capace di commuovere il pubblico, Lo chiamava Rock & Roll è molto più di un film sulla disabilità: è un racconto di amicizia, coraggio e libertà che riesce a scavalcare ogni etichetta.
Diretto da Saverio Smeriglio e distribuito da Medusa Film, il film è prodotto da Imago Animae. In scena un cast che unisce interpreti e vita reale: accanto ad Andrea Montovoli, Ivana Lotito e Nicola Nocella (che ha scritto il film insieme a Smeriglio), spicca il protagonista Federico Richard Villa, alla sua prima esperienza attoriale in un film a lui ispirato. Stasera, sabato 18 aprile, alle ore 19.30, a CityLife Anteo a Milano il regista e il cast presentano il film e incontrano il pubblico a fine proiezione.
La storia prende avvio in una clinica di riabilitazione dove si incontrano due mondi opposti. Mauro (Andrea Montovoli), surfista professionista, vede la sua vita spezzarsi dopo un grave incidente in mare che lo lascia con una disabilità. Dall’altra parte c’è Federico, giovane con atassia di Friedreich, costretto da anni sulla sedia a rotelle ma animato da una forza vitale e da un’ironia disarmante. Tra i due nasce un legame inatteso, fatto prima di diffidenza, poi di curiosità, infine di riconoscimento reciproco.
Quando Federico confida il suo sogno di raggiungere la sorella lontana, Mauro, in crisi, lo “rapisce” dalla clinica. Inizia così un viaggio “on the road” in cui incontrano ostacoli, fughe, momenti di crisi e incontri decisivi stringendo una forma di fratellanza inattesa. «Non volevamo raccontare un supereroe né una tragedia», spiega Smeriglio ad Avvenire. «Volevamo due esseri umani costretti a rivedere se stessi».
Lo chiamava Rock & Roll è un film inclusivo: esiste una sola versione, completamente sottotitolata, pensata per tutti. Il progetto ha ricevuto inoltre il sostegno di numerose realtà associative e istituzionali impegnate nella disabilità e nei diritti, tra cui ENS – Ente Nazionale Sordi, Comitato Paralimpico, Federazione Ciclistica Italiana e l’Osservatorio Malattie Rare.
Federico porta se stesso sullo schermo una naturalezza sorprendente. «È un mostro di bravura», dice il regista. «Non sentiva le battute, leggeva il labiale, ma aveva tempi comici incredibili e una profondissima empatia».
Nella vita reale, Federico è molto più di un attore: si definisce un “sitting influencer”. Nato a New York e cresciuto in Italia, convive con una malattia neurodegenerativa che lo ha portato sulla sedia a rotelle a diciotto anni. Da allora ha trasformato la sua esperienza in un percorso di condivisione: viaggia, racconta, sperimenta soluzioni per l’autonomia, diventando un punto di riferimento online. È campione Paralimpico della Nazionale italiana di handbike, vanta competizioni internazionali e oggi è anche imprenditore con una startup che utilizza intelligenza artificiale  per migliorare la vita delle persone con disabilità. «Usando la mia patologia, che mi ha permesso di esplorare diversi stadi di peggioramento, pubblico quello che so fare con gli ausili. Il film prova a mostrare che la fragilità non è un limite ma un linguaggio », ci spiega Federico. «Vorrei che lo sguardo degli altri smettesse di essere pietistico. La diversità non va spiegata, va vissuta, condivisa, riconosciuta come parte naturale dell’esperienza umana».
Il film nasce da un’amicizia reale tra lui e Smeriglio nata vent’anni fa. «Avevo visto in tv l’impresa di Alex, il fratello di Federico, colpito dalla stessa sindrome, che aveva percorso in bici 3000 km dalla East Coast al centro degli States. Su Messenger sono diventato amico di Alex, che mi ha fatto conoscere Federico: il film è dedicato a lui che non c’è più». E’ l’incontro umano a rendere autentico il film che si chiude con l’Inno all’amore di San Paolo. «Sono credente, ma credo siano parole universali» conclude il regista.

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