Laura Marinoni: «Porto in scena il tragico femminile»
L’attrice al Franco Parenti di Milano con i “Monologhi in versi” di Mussapi che danno voce a Elena, Arianna, Penelope, Creusa e Calypso: «Il mito continua a parlarci»

Cinque monologhi in versi, cinque figure femminili sospese tra amore e abbandono, riscritte dal poeta e drammaturgo Roberto Mussapi per una delle grandi voci del teatro italiano. Women in love. Monologhi in versi (Algra Editore, pagine 44, euro 7,00) nasce infatti come un progetto unitario che unisce poesia e scena: accanto ad Arianna e Penelope, già portate sul palco da Laura Marinoni, compaiono Elena, Calypso e Creusa, figure del mito rilette alla luce del presente.
Non un recupero archeologico, ma – come è tipico della scrittura di Mussapi – una necessità contemporanea: il mito come linguaggio vivo, capace di interrogare l’oggi. A queste donne darà voce Marinoni il 15 aprile al Teatro Franco Parenti, in una serata speciale che è insieme lettura, interpretazione e attraversamento poetico.
Attrice fra le più potenti del panorama teatrale italiano, diretta da maestri come Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Massimo Castri e Davide Livermore, Marinoni ha costruito negli anni un repertorio che intreccia tragedia classica e ricerca contemporanea. Con Mussapi il sodalizio è profondo e antico.
Signora Marinoni, che cosa rappresentano per lei queste donne del mito?
«Il mio destino mi ha portato molto presto a incontrare le eroine tragiche. Ho iniziato con Antigone a Segesta quando avevo meno di trent’anni, e da lì è stato un susseguirsi di personaggi potentissimi: Giocasta, Andromaca, Clitennestra, Fedra. Sono figure che richiedono un’energia totale: corpo, voce, psiche. Nei teatri greci, poi, è quasi un atletismo dell’anima. La parola deve alzarsi dal corpo e avvicinarsi al mito. Ringrazio il cielo di aver potuto fare questo lavoro perché attraverso la ricerca e lo studio attoriale si abbracciano inevitabilmente la filosofia, la psicologia, la poesia. L’attore è straordinario veicolo di tante arti».
Il libro nasce dall’incontro con Roberto Mussapi. Che tipo di dialogo si è creato tra voi?
«Non è mai un caso incontrare un poeta come Mussapi. Lui ha una vocazione naturale per il mito, e quando lo leggo sento qualcosa che appartiene già al mio immaginario. Il primo monologo, quello di Arianna, lo scrisse per me ancora prima di conoscermi, parlando con Giorgio Albertazzi che è stato un mio mentore. Da lì è nato un legame molto forte, quasi una corrispondenza artistica».
Mussapi parla del mito come necessità del presente. È così anche per lei?
«Assolutamente sì. Il mito non è passato, è qualcosa che continua a parlarci. Dentro queste donne c’è una verità profondissima sull’amore, sull’abbandono, sulla solitudine. Sono figure che oggi possiamo capire forse ancora meglio, perché raccontano dinamiche che esistono ancora».
Lei ha sempre avuto un rapporto stretto con la poesia. Quanto conta nel suo lavoro?
«Moltissimo. Ho sempre letto poesia, antica e contemporanea, in tutte le lingue. E all’Accademia ho avuto un maestro, Mario Ferrero, che insegnava la recitazione in versi. Per me è diventato naturale: il verso ha una musica, un ritmo che ti entra nelle vene. È una vera e propria scultura sonora».
Recitare poesia è più difficile della prosa?
«Dire poesia ad alta voce è una delle cose più difficili. Non bisogna fare troppo, non bisogna “recitare” nel senso convenzionale. Devi metterti in ascolto, dare voce alla voce di un altro. In questo caso, alla voce di donne che arrivano dal mito che sono raccontate dalla voce di un poeta. È una catena meravigliosa: il poeta, l’attore, il personaggio».
Che voci avranno queste eroine?
«Saranno la mia voce, ma anche molte voci. Ognuno di noi ne contiene tante. Non cerco effetti: cerco un collegamento interno, come quando costruisco un personaggio teatrale. Penelope, ad esempio, avrà due voci: una che racconta gli eventi e una più profonda, quasi magica. Non è solo la donna fedele, è una maga che tiene vivo l’amore di Ulisse, nonostante la sua età, tessendo la sua tela».
Che cosa accomuna Arianna, Penelope, Elena, Calypso e Creusa?
«L’abbandono. E una straordinaria generosità d’amore. Sono donne che danno tutto e vengono lasciate. La ninfa Calypso rinuncia all’immortalità per amore di Ulisse, Arianna tradisce la famiglia per Teseo, Creusa viene dimenticata tra le fiamme da Enea in fuga da Troia. Elena è il capro espiatorio: possibile che una guerra nasca per una donna, soprattutto in quei tempi in cui le donne non contavano nulla? Mussapi restituisce loro voce e dignità».
C’è anche un tema molto attuale, quello dello sguardo sugli altri.
«Sì. Quando si racconta davvero una storia, nasce la compassione. È quello che accade anche nella tragedia greca: pensiamo a Medea, una straniera che compie un gesto terribile, eppure il pubblico la comprende. La compassione è una chiave fondamentale, oggi più che mai».
Lei è spesso identificata come attrice tragica. Si riconosce in questa definizione?
«È una semplificazione. Nella vita sono ironica, brillante. Certo, ho interpretato molti ruoli tragici, ma ho sempre cercato di esplorare anche altri linguaggi: il canto, la musica, la narrazione. L’attore è un veicolo di tante arti, non può essere ridotto a un’etichetta».
Quanto conta la voce nel suo lavoro?
«È tutto. Vittorio Gassman ai provini ascoltava senza guardare: se la voce lo colpiva, alzava la testa. La voce racconta l’anima di una persona. Io mi sono abituata ad ascoltarle, quasi a “radiografarle”».
Questo progetto avrà un seguito teatrale?
«Lo spero. La serata del 15 aprile è una presentazione del libro, ma l’idea è farne uno spettacolo vero e proprio. È un materiale potentissimo».
E i prossimi impegni?
«Debutterò con Una madre coraggio di Michele Santeramo al Mittelfest a luglio, un testo molto forte sulle guerre e sui figli. Poi a Genova inizierò le prove di un Orlando Furioso con la regia visionaria di Davide Livermore. Riprenderò poi la prossima primavera Improvvisamente l’estate scorsa di Tennesse Williams con la regia di Stefano Cordella. E porterò in giro anche il reading Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani con il fisarmonicista Andrea Coruzzi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






