Allenatori, risorse e sistema. Cosa c’è dietro la crisi del calcio?
Deriva etica, smarrimento educativo, perdita di visione: viaggio nelle cause profonde del sistema sportivo italiano. Tra accessi sempre più costosi, polemiche sugli stranieri e mancanza di progettualità

L’abisso finanziario, sportivo e morale del calcio italiano non è un crollo improvviso, ma una lenta deriva etica prima che tecnica o economica, una crisi che riguarda il senso, prima dei risultati. Il calcio, da quando esiste, è stato (occorre iniziare a usare i verbi al passato) racconto collettivo, educazione sentimentale, grammatica popolare. Oggi quella funzione educativa sembra sparita. Il punto non è la nostalgia, sempre cattiva consigliera, ma lo sguardo: come siamo arrivati qui? E cosa vediamo, oggi, quando guardiamo il calcio? Vediamo un sistema che ha progressivamente spostato il suo baricentro: dal progetto al risultato immediato, dalla responsabilità all’alibi. Nei modelli sportivi scandinavi diventare allenatore dei giovani è molto più difficile che allenare una prima squadra. Serve formarsi, per anni, su competenze pedagogiche, psicologiche, relazionali oltre che tecniche, perché allenare un ragazzo significa prima di tutto accompagnare una persona.
Da noi, spesso, è il contrario. Gli allenatori migliori vanno nelle prime squadre, nei settori giovanili c’è spazio per tutti. È una scelta che racconta una gerarchia di valori che, prima o poi, presenta il conto. Tuttavia, non è una questione che riguarda solo chi allena, ma ancor più i loro dirigenti. Che errore clamoroso pensare che un allenatore di settore giovanile sia valutabile come quello della prima squadra: se vinci resti, se perdi sei fuori. Eppure, non esiste correlazione o formula predittiva che dice che vincere a 14 anni generi un atleta adulto assoluto. Anzi, spesso è vero il contrario. Un allenatore delle giovanili dovrebbe essere giudicato su quanti ragazzi arrivano in prima squadra e su quanti non abbandonano lo sport. Perché ogni ragazzo che smette non è solo una sconfitta sportiva: è un costo sociale, educativo, sanitario. È un pezzo di comunità che si perde. Qui si apre un’altra crepa profonda: l’accesso alla pratica sportiva.
Le scuole calcio sono sempre più costose e se lo sport è un lusso, chi se lo può permettere sceglie sempre più spesso altre discipline che nell’immaginario sono meno compromesse. Eppure, la Costituzione riconosce il valore educativo, sociale e di benessere psicofisico dell’attività sportiva, ma le politiche fiscali no. Se formare allenatori spetta alle federazioni, sono le politiche pubbliche a dover favorire l’accesso alla pratica sportiva.Il tetto di 210 euro di spesa detraibile per l’attività sportiva dei figli è fermo da quindici anni e il risparmio reale che genera a una famiglia è intorno a 40 euro.
Dentro questa crisi si inserisce anche un dibattito mortificato nella semplificazione, quello sul numero di stranieri che giocano nel nostro campionato. Il problema però non è la quantità, ma la loro qualità. Un grande campionato è tale se riesce ad attrarre eccellenze che alzano il livello e spingono tutti, italiani inclusi, a crescere. Non servono duecento giocatori per fare una nazionale, ne bastano una trentina in campo nei contesti più competitivi. Non è un caso che i calciatori italiani più forti (Donnarumma, Calafiori, Tonali) giochino nel campionato inglese, incommensurabilmente migliore del nostro. Se non si riesce ad attrarre qualità, ma ci si limita a importare quantità per convenienza economica, il risultato è inevitabile: arrivano stranieri mediocri, i migliori italiani vanno altrove, il campionato si impoverisce e si vive di memoria, non di futuro. Esiste però un’altra strada e non è teoria: la pallavolo italiana, decenni fa, si trovò davanti a un problema simile. Non lo risolse con una legge imposta dall’alto, ma con un accordo: un “gentleman agreement” tra club, lega e federazione. Così è nata la regola sulla presenza dei tre italiani in campo che ha generato il campionato il più forte del mondo e, insieme, una nazionale di altissimo livello. Perché un campionato forte rende forte una nazionale, e viceversa.
Nel calcio manca proprio la capacità di condividere una visione e trasformarla in un progetto. Se non si possono imporre norme, servono sistemi premianti per chi fa giocare giovani italiani. Peraltro, nessuna legge impedisce di farlo già oggi: è una scelta. Colpisce invece che le richieste che arrivano dal calcio siano quasi esclusivamente economiche. Più risorse, più sostegni, più strumenti per alleggerire i conti. Si parla di quote dei proventi delle scommesse (basta!), di tax credit, di provvedimenti “spalmadebiti”, del ritorno del “decreto crescita”, norma che ha contribuito a riempire club di stranieri mediocri solo perché fiscalmente convenienti. È allucinante che uno strumento così devastante sia richiesto oggi come la soluzione al problema che ha generato. Anche questa è una “questione morale” e riguarda i proprietari dei club. La domanda è inevitabile: tutte queste richieste di denaro, per farci cosa? Coprire squilibri finanziari cronici o costruire progetti?
La sensazione è che il calcio chieda ossessivamente risorse senza interrogarsi sul loro utilizzo. Le nazionali che ci hanno escluso dagli ultimi due Mondiali, Bosnia e Macedonia del Nord non navigano nell’oro, eppure, quando serviva, hanno generato qualcosa che a noi non riesce: unità di intenti e senso di appartenenza. C’è poi un ultimo nodo che è un fatto culturale. Il calcio ama raccontarsi come universale, ma si rivela, nei fatti, reazionario. Il paradosso è presto spiegato: nell’atletica leggera, circa 170.000 tesserati, tanti ragazzi e ragazze di seconda generazione vincono a livello assoluto; nel calcio, 1,5 milioni di tesserati, sono ai margini. In campo in Bosnia l’unico era Moise Kean, nato a Vercelli da genitori ivoriani. Non è, o almeno non solo, una questione di leggi, ma di sguardo e pregiudizi sottili che fanno sì che alcuni ragazzi non vengano “visti” nei settori giovanili, non abbiano accesso agli allenatori migliori, ai contesti più formativi. Quando non si vede, non si sceglie. Se anche iniziassimo domani, servirebbero dieci anni per vedere risultati solidi. E qui si gioca la partita più difficile: la pazienza. Perché a ogni sconfitta arriva la richiesta di cambiare, di ricominciare da capo. È già successo. Succede sempre quando manca una visione condivisa.
Per questo il punto non è chi sarà il prossimo presidente federale o Ct, ma visione e progetto. Senza una direzione chiara e un percorso di lungo periodo, ogni scelta è un rattoppo. La crisi del calcio è una questione morale e progettuale. Riguarda il modo in cui educhiamo, includiamo, costruiamo. Forse riguarda una domanda che va oltre il calcio stesso: inseguiamo solo il presente o siamo ancora capaci di pensare il futuro? La risposta è: sì, lo siamo. Se dieci anni fa ci avessero detto che avremmo vinto medaglie olimpiche nei 100 metri, nel salto in alto, nella staffetta 4x100, nel volley, che nello sci avremmo assistito all’impresa del secolo di un’italiana, che avremmo visto italiani vincere a Wimbledon, a rugby contro l’Inghilterra, nel baseball contro gli Stati Uniti, che saremmo andati ai mondiali di volley, basket, rugby, pallanuoto, hockey su ghiaccio e su pista, pallamano, cricket (a chi sorride ricordo che il cricket è uno sport seguito da 2,5 miliardi di persone al mondo) non ci avremmo mai creduto. Invece è successo, dunque si può.
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