Se le mosse di Trump regalano alla Cina peso diplomatico

Il caos Usa fa emergere per contrasto la volontà di Pechino di lavorare a un quadro stabile e pacifico
April 18, 2026
Se le mosse di Trump regalano alla Cina peso diplomatico
Donald Trump e Xi Jinping durante un incontro bilaterale presso la base aerea di Gimhae, in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025 /Fotogramma
A Pechino non è sfuggita la ferma condanna di Leone XIV della guerra in Iran – posizione senz’altro apprezzata da parte cinese. Già dai mesi scorsi, a partire dal discorso del 9 gennaio al Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede e poi con il rinvio del viaggio del Papa negli Usa, era progressivamente emersa in modo molto chiaro la preoccupazione di Leone XIV per gli equilibri internazionali e per il ruolo degli Stati Uniti. Anche durante la Settimana Santa ma soprattutto con l’inaudito attacco frontale al Papa degli ultimi giorni, si è rafforzata l’affermazione che, per la Chiesa cattolica, l’uso della violenza e la violazione del diritto internazionale a cui abbiamo assistito sono inaccettabili. Se dunque i cinesi avevano inizialmente nutrito timori in seguito all’elezione del cardinale Prevost, un americano, sul soglio pontificio, in questi mesi hanno accolto con favore i fermi richiami del Papa alla pace anche perché questo ha dato rassicurazioni rispetto ad un temuto allineamento della Chiesa agli Stati Uniti. Il pesante attacco diretto di Trump al Papa ha quindi confermato una convinzione in via di consolidamento. Nel frattempo, peraltro, sono proseguiti i contatti e gli incontri riservati tra la S. Sede e il governo di Pechino, nel quadro dell’Accordo provvisorio per la nomina dei vescovi, superando il rallentamento che si era avuto, dopo la morte di papa Francesco, lo scorso anno.
L’attivismo scomposto e bellicista dell’Amministrazione Trump ha fatto sempre più risaltare la prevedibilità e dunque l’affidabilità di Pechino, regalando alla Cina un vantaggio diplomatico che alimenta la narrazione della Repubblica popolare come “potenza responsabile e dialogante”. Emergono infatti, per contrasto, la volontà cinese di un quadro internazionale stabile e pacifico, le affermazioni di rispetto del diritto internazionale, la coerenza di lungo periodo nel sostenere il ruolo dell’Onu, in base ad un principio fondamentale che la Cina ha sempre enunciato, cioè quello della non ingerenza negli affari interni di un altro Stato.
Il Ministro degli Esteri Wang Yi, protagonista di un inedito dinamismo diplomatico, ha lavorato nelle scorse settimane per ribadire tutto questo, come si è visto nell’”Iniziativa in cinque punti per il ripristino della pace e della stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo”, proposta il 31 marzo insieme al Pakistan (non priva di analogie con il piano in 12 punti per la pace in Ucraina presentato dalla Cina il 24 febbraio 2023). Gli stessi principi generali sono stati riproposti martedì nei “4 punti per la pace e la stabilità” che Xi Jinping ha presentato, incontrando il Principe ereditario di Abu Dhabi: 1. coesistenza pacifica; 2. rispetto della sovranità e integrità territoriale di ogni paese; 3. adesione ai principi della Carta Onu; 4. promozione congiunta di sviluppo e sicurezza.
Assistiamo senza dubbio ad un impegno diplomatico molto intenso da parte cinese: la spinta data, sempre insieme al Pakistan, alla tregua in Iran ne è forse l’esempio più eclatante ma si sono registrati anche molti altri fatti di rilievo come l’accordo tra Afghanistan e Pakistan propiziato da Pechino; l’incontro tra Xi Jinping e Cheng Li-wun, leader del Guomindang (Partito nazionalista cinese), il partito di opposizione di Taiwan; il viaggio del ministro Wang Yi in Corea del Nord; le tante visite a Pechino di esponenti di vari Paesi in questi ultimi giorni, da Lavrov al presidente vietnamita To Lam. Del resto, come riportato da un tweet del Ministero degli Esteri di Pechino, Wang Yi, tra il 2 marzo e il 5 aprile, aveva fatto decine di telefonate con i leader di Paesi di tutto il mondo, alcuni dei quali europei (tra cui non figura l’Italia). Tutto questo senza che la Cina abbia cambiato i suoi orientamenti di fondo: prevalgono i propri interessi economici e commerciali e non si vogliono alleanze privilegiate con nessun Paese, come mostra il malcontento cinese sul blocco navale di Hormuz ma anche la preoccupazione per le azioni di Teheran contro i vicini. Pechino insomma non vuole rinunciare ad apparire una forza saggia, responsabile ma equidistante e compie azioni per preservare – per quanto possibile – una stabilità internazionale, nel quadro di un multipolarismo globale, funzionale prima di tutto a tutelare la salute dell’economia cinese.
Naturalmente la dirigenza politica cinese in queste settimane è attenta a non creare tensioni con gli Stati Uniti, in vista della prossima attesissima visita di Trump a Pechino a metà maggio. Spia di questo atteggiamento è stato anche il messaggio, inviato il 10 aprile da Xi Jinping, a un evento celebrativo dei 55 anni dall’inizio della cosiddetta “Diplomazia del ping-pong” che aprì la strada al miglioramento delle relazioni Rpc-Usa negli anni Settanta. Il blocco navale americano a Hormuz ha irritato Pechino (una petroliera cinese è riuscita comunque a passare). Ma sono davvero molti e cruciali i temi di politica economica che Xi dovrà discutere con il presidente americano mentre, in questa febbrile fase di preparazione, il messaggio che sembra prevalere riguarda la questione di Taiwan. Nel suo discorso in occasione della visita di Cheng Li-wun a Pechino, riportato dall’agenzia Xinhua, il presidente cinese ha insistito sull’unità etnica e culturale del popolo cinese che vive nella Cina continentale e a Taiwan e ha ribadito che il destino delle due sponde dello stretto è affare cinese. Il messaggio è rivolto al tempo stesso all’interno del suo Paese e del Partito comunista cinese di cui è leader e all’esterno, in particolare agli Stati Uniti. Ai falchi del Pcc, Xi ha mostrato di non abbassare la guardia su Taiwan, anche se lo ha fatto in un contesto generale nel quale invoca soluzione pacifiche per i conflitti attraverso il dialogo, mentre agli Usa ha mandato ancora una volta un chiaro avvertimento sulla questione di Taiwan, linea rossa da non superare con interferenze che non sarebbero tollerate.

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