Se «Dio è morto», dobbiamo trovare il coraggio di costruire

di Luciano Floridi
Erosa la plausibilità di un ordine trascendente, la civiltà occidentale ha un’alternativa a rimpianto e cinismo: accettare che il lavoro di unificazione spetta ora interamente a noi. E' il "costruzionismo"
April 18, 2026
Se «Dio è morto», dobbiamo trovare il coraggio di costruire
Il Pantheon, Roma/ ICP
Che cosa resta da costruire, dopo che si sono perse le fondamenta? È la domanda che Nietzsche pose più di un secolo fa, quando annunciò che Dio era morto. Non era una dichiarazione di ateismo trionfante, né una provocazione fine a sé stessa. Era una diagnosi: la civiltà occidentale aveva smantellato, pezzo dopo pezzo, il fondamento su cui aveva costruito, per due millenni, il proprio senso di giustizia, di verità e di unità del sapere. La scienza, la critica storica, la secolarizzazione avevano eroso la plausibilità di un ordine trascendente. Ma nessuno si era ancora fermato a chiedersi: e adesso?
La prima conseguenza riguarda la giustizia. Finché esisteva un Dio garante dell’ordine morale dell’universo, l’ingiustizia terrena era tollerabile. Il tiranno che sfuggiva ai tribunali, la crudeltà silenziosa che nessuno vedeva, la violenza strutturale che nessuna istituzione affrontava: tutto questo trovava comunque un giudice finale. Dio era la corte suprema dell’universo. Nessuna ingiustizia era davvero definitiva, perché restava sempre un’istanza superiore. In assenza di quel giudice ci ritroviamo in un mondo moralmente indifferente, dove l’unica giustizia disponibile è quella che gli esseri umani riescono a costruire e far funzionare. E sappiamo quanto è limitata: dalle prove che mancano, dalla corruzione, dagli squilibri di potere, dalla semplice ignoranza di ciò che accade a porte chiuse. È spesso sopraffatta anche quando può essere esercitata, fosse solo per mancanza di tempo. Senza un tribunale divino, l’ingiustizia è spesso semplicemente definitiva. I malvagi prosperano e muoiono tranquilli. Le vittime sono troppe, restano senza giustizia e vengono dimenticate. È l’ossessione di Ivan Karamazov, e di Dostoevskij con lui: se Dio non esiste, tutto è permesso, e nessuno risponderà mai delle lacrime di un bambino.
La seconda conseguenza è meno visibile, e tocca la struttura stessa del sapere. La filosofia moderna nasce con Cartesio, che divise la realtà in due sostanze diverse: la mente e la materia. Come potessero comunicare tra loro era già allora un rompicapo, ma Cartesio aveva una soluzione: Dio. Era il ponte tra il mondo interiore e quello esteriore. Senza Dio, quella tensione è diventata una frattura. Mente e materia non hanno più alcuna ragione di principio per restare in dialogo. E infatti la risposta dominante della modernità è stata eliminare uno dei due poli, quasi sempre la mente, ridotta a un sottoprodotto del cervello. Il materialismo ha vinto non perché ha risolto il problema, ma perché, senza Dio a tenere insieme i pezzi, era la soluzione più semplice, anche se a volte non la più convincente. Da questa prospettiva, il dibattito sull’Intelligenza Artificiale riguarda il materialismo computazionale e la questione se ci sia o meno bisogno della biologia per creare un’intelligenza pari o superiore a quella animale, e infine a quella umana. E qui la posta in gioco si vede meglio: chi pensa che bastino più dati, statistica e computazione per ottenere una reale intelligenza cosciente e critica ha già scelto, senza dirlo, da che parte stare nella vecchia disputa cartesiana.
Dio era il principio di unità che teneva insieme la giustizia e la storia, la mente e la materia, il senso e i fatti. La sua morte è la perdita di quella garanzia. La tentazione, di fronte a questa perdita, è il rimpianto, o il cinismo. Ma c’è un’alternativa: accettare che il lavoro di unificazione spetta ora interamente a noi. Non come qualcosa che troviamo già pronto nella struttura delle cose, ma come qualcosa che dobbiamo progettare, costruire e mantenere. Chiamo questa posizione costruzionismo. Costruito, attenzione, non significa arbitrario. È il malinteso che riduce ogni cosa non trovata a invenzione, e ogni invenzione a capriccio. Ma una cattedrale non è arbitraria perché l’hanno costruita gli uomini, e una costituzione non è capricciosa perché non è scesa dal cielo. Le strutture che edifichiamo, morali, conoscitive, politiche, valgono per come reggono il peso, non per chi ha firmato il progetto. Il costruzionismo non è materialismo: rifiuta sia la riduzione della mente al cervello, sia la delega al trascendente. Tutto questo ha conseguenze immediate. L’ingiustizia che le nostre istituzioni non riescono a sanare è davvero definitiva, ma proprio per questo costruire istituzioni giuste diventa un compito di serietà assoluta. Allo stesso modo, il sapere senza un garante divino della propria unità ci chiede di edificare le architetture concettuali che permettano alle diverse discipline di dialogare, senza ridurle forzatamente l’una all’altra. Giustizia e conoscenza diventano sfide progettuali: tra le più importanti che abbiamo. Il capitale semantico non è più garantito dal trascendente, ma realizzato dall’immanente.
C’è poi una questione di tempo. La fede nella provvidenza permetteva di delegare il tempo lungo a un altro: Dio avrebbe avuto pazienza per noi, e ricomposto a suo modo ciò che noi non riuscivamo a ricomporre. Senza quella delega, il tempo lungo torna interamente sulle nostre spalle, e la progettualità acquista un’urgenza che prima non aveva. Non possiamo più aspettare che le cose si sistemino da sole: dobbiamo sistemarle noi, ora, sapendo che ciò che non costruiamo non sarà costruito da nessun altro. Qualcuno obietterà che è superbia: assumere su di sé il compito di dare senso, giustizia e unità al mondo significa usurpare una prerogativa divina. Ma il Vangelo dice il contrario. Nella parabola dei talenti, il padrone non premia il servo che restituisce intatto il talento ricevuto. Lo condanna. Premia chi ha rischiato, investito, costruito. Chi ha restituito non un prestito, ma un frutto. Il servo, che il Vangelo chiama pigro e malvagio insieme, si difende dicendo di aver avuto paura. È sempre la paura, travestita da prudenza, a far seppellire i talenti e sotterrare il progetto umano.
Se Dio esiste, il costruzionista si presenta al Creatore con il frutto di uno sforzo autentico: istituzioni costruite con fatica e corrette con impegno, non ricevute per obbedienza passiva. Il costruzionista dice: ecco cosa abbiamo fatto con le capacità che ci hai dato. Non le abbiamo nascoste sottoterra. Non abbiamo aspettato che fossi Tu a risolvere i nostri problemi. Le abbiamo prese sul serio fino in fondo, e le abbiamo fatte fruttare. La teologia passiva, quella che aspetta la giustizia divina, che si affida a Dio per tenere insieme il sapere, che scambia la rivelazione per un sostituto della ricerca, rischia di essere, proprio secondo la logica della parabola, una forma di timidezza travestita da pietà. Il Cardinale Martini raccomandava l’inquietudine morale. Ad essa dovremmo accostare l’irrequietezza intellettuale: quella che non si accontenta di ciò che è stato pensato, e si rimette al lavoro. Se Dio non c’è, costruire è tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che ci serve. Se Dio c’è, costruire è ciò che Dio si aspetta da noi. Questa è la vera scommessa, non quella di Pascal, che puntava sulla fede in Dio per non perdere. Il progetto umano che delega al trascendente la possibilità di essere realizzato è la moneta sepolta del nostro tempo.
Luciano Floridi, filosofo di fama internazionale, è direttore fondatore del Digital Ethics Center all’Università di Yale e da gennaio 2025 ricopre il ruolo di Presidente della Fondazione Leonardo.
Ha ricoperto la cattedra di Filosofia ed Etica dell'Informazione a Oxford e ha pubblicato centinaia di lavori su filosofia dell'informazione, etica digitale e intelligenza artificiale.
Nel 2022 ha ricevuto il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo contributo alla filosofia.

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