La pace non è debolezza. Quel che Trump non riesce a cogliere

C’è una sostanziale incapacità di lettura politica del ruolo delle religioni nelle esternazioni di Trump. La prova sta tutta nel ritenere che un Papa faccia “politica estera”. La Santa Sede si muove nell’ambito degli “obiettivi di contesto”, inclusivi e condivisibili, quando parla di bene comune universale
April 18, 2026
La pace non è debolezza. Quel che Trump non riesce a cogliere
Piazza San Pietro /Foto Icp
C’è una sostanziale incapacità di lettura politica del ruolo delle religioni nelle esternazioni di Trump su papa Leone XIV. Non si pretende che il presidente Maga, che si considera forse anche un mago, una sorta di re taumaturgo, se ne intenda davvero di questioni metafisiche. Il problema è che tutti gli autocrati o aspiranti tali si sentono investiti di una missione salvifica, e non a caso persino i colpi di stato reazionari dell’America Latina degli anni ’70 venivano giustificati con la necessità di “difendere la civiltà cristiana e occidentale” contro lo spettro del comunismo, che spesso, al netto dell’ideologia e delle implicazioni violente, era soprattutto un’aspirazione di giustizia sociale. La stessa narrazione appartiene a Putin, con la sua visione tradizionalista, conservatrice e vetero-imperiale dell’ortodossia. In un inquietante quanto anacronistico riavvolgimento del nastro della storia, sembra che ritorni sulla scena politica la lotta per le investiture, quando i sovrani pretendevano di nominare i vescovi e persino i papi. Oggi non di nomine si tratta (per quanto Trump abbia fatto intendere che senza la sua presidenza non ci sarebbe stato il primo papa nordamericano della storia), ma di politica estera (la pace o la guerra) e politiche sociali e libertà civili (i migranti considerati come “spazzatura” e nemici da espellere, la repressione del dissenso, l’accanimento contro la cultura e gli intellettuali non allineati).
Prevost, come il suo predecessore Bergoglio, è un Papa che si assume la responsabilità di posizioni coraggiose, talvolta rischiose sotto il profilo squisitamente diplomatico, e che mirano a coniugare la tradizionale prudenza vaticana con l’esercizio della parresia, cioè la chiarezza della denuncia, senza timori reverenziali. L’ambito della politica internazionale è quello ove si rivela l’approssimazione Maga nel soppesare il ruolo della Santa Sede come attore globale. La prova di questa incapacità interpretativa sta tutta nel ritenere che un Papa faccia, banalmente, “politica estera”. In realtà, ci sono due modi radicalmente diversi, per un’autorità, di “stare al mondo”. Il primo, è quello di perseguire “obiettivi di possesso” (possession goals) fatti di acquisizione di risorse, posizioni, addirittura territori. Uno dei segnali per riconoscere gli obiettivi di possesso è la loro indivisibilità, la loro esclusività e la loro asimmetria (che chi vince e c’è chi perde, e non a caso Trump usa l’aggettivo “loser” – perdente – come un intercalare). La presidenza Trump, che senza mezzi termini insigni studiosi americani definiscono ormai come una forma di “egemonia predatoria”, la manifestazione di una “potenza estrattiva”, se non di una vera e propria “cleptocrazia”, rientra perfettamente in questa categoria.
C’è però un secondo modo di intendere la politica estera, che la concepisce come la ricerca di “obiettivi di contesto” (milieu goals). L’obiettivo di un attore internazionale come la Santa Sede è, in queste circostanze, quello di cercare di plasmare positivamente, per l’appunto, il contesto, l’ambiente sociale in cui si trova a operare. Gli obiettivi di contesto si distinguono rispetto a quelli di possesso perché sono inclusivi, ripartibili, condivisibili. È chiaro che la Santa Sede si muove nell’ambito degli obiettivi di contesto, quando parla di bene comune universale o beni comuni universali o dei benefici a favore di tutta la famiglia umana. Invocare l’applicazione del diritto internazionale in caso di controversie, come radicale alternativa al ricorso alla forza bruta, è un approccio che rientra nella categoria degli obiettivi di contesto. La pace, bene supremo, lo è per eccellenza. Ciò non è dovuto alla presunta “debolezza” dell’attore in questione (chiedere “quante divisioni ha il papa?” solitamente non porta bene all’interlocutore), ma alla scelta di una strategia che si alimenta di una visione integrativa, che attinge ad una cultura politica profonda e lungimirante. La cultura di quanti, anche al di là delle scelte religiose, e per amore di giustizia, scelgono di alzarsi e di dire che c’è un mondo migliore.

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