La traiettoria del trumpismo e la missione del mondo cattolico

Il movimento Maga unisce paure e risentimenti in chiave identitaria e anti-democratica. Una sfida culturale e teologica di fronte alla quale i cristiani devono impegnarsi attivamente esercitando pensiero critico e responsabilità
April 16, 2026
La traiettoria del trumpismo e la missione del mondo cattolico
Una manifestazione in occasione del No Kings Day organizzata a New York / Fotogramma
Il Trumpismo sta operando come «discorso di un movimento»: una grammatica pubblica capace di unificare lamenti e risentimenti molto diversi sotto una logica comune, quella «del noi contro loro». Le premesse dell’efficacia di questo discorso, volto a stigmatizzare i poveri e le politiche di welfare, sono basicamente due: per un verso, spostare la colpa su un gruppo vulnerabile, presentandolo come causa del disordine sociale, e per l’altro verso, offrire a chi è «dentro» la comunità un senso di innocenza e superiorità morale. Questo schema trasferito su scala nazionale diventa la base di una nostalgia vendicativa: il passato viene evocato come età dell’ordine (implicitamente bianco, cristiano, patriarcale) e il presente come deviazione prodotta da elite e «altri» che starebbero usurpando il paese. Il Trumpismo non ha bisogno che tutti i sostenitori del progetto MAGA siano motivati da razzismo esplicito perché questo funzioni come infrastruttura simbolica; basta che le narrazioni di minaccia, decadimento e assedio forniscono una chiave di lettura che renda «ragionevoli» misure e toni sempre più estremi (dazi, attacchi alle Università, restrizioni di varia natura). In tal modo, il movimento può aggregare «status anxiety», frustrazioni economiche, integralismi religiosi, anti-femminismo e diffidenza verso le istituzioni, senza perdere coerenza, perché ciò che unifica non è un programma ma un modo di nominare nemici e di autorizzare emozioni.
Sorge spontanea una duplice domanda: come si è potuto arrivare ad una situazione come quella sopra sinteticamente descritta e, secondariamente, che fare per avere ragione di una tale profonda crisi di pensiero pensante? Comincio dalla prima domanda. L’architettura ideologica della presente svolta americana affonda le radici nel conservatorismo di Barry Goldwater, badato sulla libertà individuale – intesa quale libertà da ogni coercizione – contro lo Stato assistenziale e del pensiero tradizionalista di Russell Kirk, centrato sulla preservazione dell’identità e della eredità culturale americana contro il livellamento globalista, e la conseguente adozione di un modello di sovranità transnazionale focalizzato sulla lealtà personale al leader.
E’ tuttavia al nutrito gruppo di influenti figure delle big tech californiane (Palantir, Anduril, SpaceX e tanti altri) che si deve il tentativo di ridurre la religione a strumento ideologico del potere: si invoca Dio come sostegno robusto del potere teso a dare vita al progetto volto a realizzare la società post-democratica. Si consideri la recente dichiarazione di Paula White, responsabile dell’Ufficio per la Fede della Casa Bianca, che ha paragonato Trump a Cristo stesso «tradito e falsamente accusato». Per non dire delle preghiere per la riuscita della guerra, nello studio ovale, con le mani imposte dai pastori evangelici sul presidente «unto dal Signore». E ancora i resoconti pubblici di Pete Hengseth, «ministro della guerra», che terminano con i versetti del Salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia». È di Peter Thiel – il più trumpiano dei nuovi oligarchi – l’affermazione secondo cui «la libertà e la democrazia non sono più compatibili» e dunque che è giunto il tempo di dare ali al «post-liberalismo cristiano». (Sic!) Si veda l’imbarazzante articolo di M. Pakaluk, professore alla Pontifical Academy of St. Thomas Aquinas, dal titolo «Leo XIV contra Leo XIII», pubblicato su The Catholic Thing, 23 Ott. 2025 la cui tesi è che Leone XIV si starebbe muovendo su un sentiero pericoloso per le sorti della Cristianità. Sulla medesima lunghezza d’onda si pone il recente manifesto politico di un gruppo di grossi personaggi della Silicon Valley che vedono il futuro in termini di governo tecnologico. (A. Karp, e N. Zamiska, The technological republic, 2025). Non si tratta della solita ingegneria sociale al comando. Piuttosto, la tecnologia deve incorporare una sorta di nuovo umanismo per disegnare il futuro dell’Occidente basato su una precisa «teologia scientifica».
La conseguenza di ordine pratico di una tale linea di pensiero è il capitalismo oligarchico, non più quello democratico, a permettere il progresso socio-economico e la liberazione della società, perché quella democratica è una pratica politica troppo dispendiosa e troppo «wokista». Si leggano documenti quali il «Manifesto del Capitalismo Oligarchico» scritto da P. Theil nel 2009, in California, e firmato da una potente pattuglia di supericchi quali Vance, Bezos, Musk e altri; il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci «think tank» dell’ultraconservatorismo americano; il farneticante «Manifesto Tecno-Ottimista» di M. Andreessen, co-fondatore di Netscape, dell’ottobre 2023, per rendersi conto di quanto sta accadendo in questo tempo. Il linguaggio della liberazione è divenuto preda da parte di poteri che si ammantano per l’appunto di quel linguaggio. Corruptio optimi pessima: siamo di fronte a un sistema che riproduce le parole, i propositi dei liberatori, ma in verità schiaccia le realtà percepite come fragili e vulnerabili in nome di un privilegio di «scorciatoia» in ossequio all’ideologia prestazionale.
Su un punto specifico desidero soffermarmi, pur in breve. Il recente passaggio (fine marzo 2026) a Roma di Peter Theil, per un ciclo di seminari sull’Anticristo (organizzati dalla Associazione Culturale Vincenzo Gioberti di Brescia) destinato ad un pubblico iperselezionato, ci permette di chiarire un errore importante del suo pensiero. Per Thiel l’Anticristo, oggi, è chi sfrutta la paura dell’Apocalisse per imporre una governance globale; chi drammatizza i rischi esistenziali rappresentati dal nucleare, dalle armi biologiche e dalla IA, per rallentare il progresso tecnologico di cui l’umanità ha bisogno per sopravvivere. Il demonio di Thiel prende la forma della regolamentazione tecnologica e della lotta al cambiamento climatico, forme che fingerebbero di dare sicurezza, ma che in realtà tolgono libertà ai cittadini. Definisce papa Leone XIV un papa woke perché si occupa di pace e di IA. (Prossima l’uscita di una enciclica proprio sulle nuove tecnologie del digitale). La sostanza dell’argomento è che il Katèchon (la forza frenante che ritarda la venuta dell’Anticristo, come scrisse S. Paolo) è rappresentato da Trump e dai suoi collaboratori e da entità come il Deep State. D’altro canto, il male sarebbe oggi incarnato dalle ONG che aiutano i migranti e tutti coloro che sono affetti dalla «Anti Trump Derangement Syndrome», una malattia mentale che fa giudicare negativamente ogni cosa che fa Trump.
Come bene spiega E. Mazzarella (Critica della ragion digitale, Castelvecchi, 2026), i motivi della evoluzione tecno-teologica di Thiel – convertito al cattolicesimo da diversi decenni – li si trova nel suo testo del 2007, Il momento straussiano, dove viene esposta la nota tesi di Leo Strauss: l’Impero del bene deve mettere da parte le illusioni delle culture liberal e woke e occuparsi invece della «tecnologia della prosperità» dei gruppi evangelici e dell’Alt Right che sostengono un cristianesimo senza la Croce e senza il perdono. Il povero è tale perché è caduto nel vizio e quindi nel peccato! Ebbene, il punto in questione è che Thiel – laureato in filosofia e in diritto – dichiara di aver attinto l’ispirazione del suo costrutto da Renè Girard (1923-2015), il noto filosofo francese che fu suo docente all’Università di California. Ma non è così, come ha convincentemente mostrato Bernard Perret («I conservatori USA e il pensiero di Renè Girard», Vita e Pensiero, 6, 2025), che si chiede: come può un pensiero – quello di Girard – che ha tra i suoi meriti quello di mettere in guardia contro la violenza e il suo radicamento nel carattere mimetico delle passioni umane – la propensione ad imitare il desiderio altrui e a fare dell’altro un nemico – trovarsi mescolato ad una concezione politica tutta basata sul culto della forza bruta e sul disprezzo del principio democratico?
È questo il nodo gordiano che va tagliato se vogliamo comprendere le radici profonde del progetto trumpista, un progetto filosofico-religioso della libertà senza limiti – cioè del libertarismo che non va confuso con il liberalismo – di cui le Big Tech dovrebbero beneficiare. Libertà anche di «hate speech» e di disinformazione, ma soprattutto di lasciare campo aperto al MUAI (Malicious Use of Artificial Intelligence), cioè l’uso malevolo dell’IA. Che fare, allora? Ebbene, se il mondo cattolico intende rimanere fedele alla sua missione non può limitarsi ad indignarsi e ad avanzare proposte, sia politiche sia economiche, di mera mitigazione e di adattamento alla nuova situazione. Né può chiudersi nel misoneismo, che è l’atteggiamento tipico di chi pensa che non ci sia nulla da fare, perché troppo grosse le sfide in campo, e che l’unica prospettiva sia quella di sperare in tempi migliori. E soprattutto smetterla con la retorica della pazzia umana, perché quanto è sotto i nostri occhi non consegue dalla mente deviata di una persona, ma da una scuola di pensiero che opera indisturbata da oltre un ventennio, anche per colpa della pigrizia mentale è della sottovalutazione culturale di coloro che oggi cercano ripari di vario genere. A ben considerare è questo l’atteggiamento di chi ritiene che il principio di responsabilità consista nel rispondere, nel dare conto delle proprie azioni (respondeo, in latino). Il cristiano invece sa bene qual è il senso della parabola del buon Samaritano, e cioè che la vera responsabilità è prendersi cura del peso delle cose (res pondus), anche se a lui non imputabili. In sostanza, si è responsabili non tanto per quello che si fa, ma per quello che non si fa, mentre si potrebbe farlo.
Concretamente, questo comporta che occorre alzare il livello del discorso, filosofico e teologico, al fine di dimostrare (e non solo asserire) che la linea di pensiero di cui sopra è non solo priva di fondamento scientifico, ma pure contraria alla posizione teologica ufficiale della Chiesa. (Non si dimentichi che il Trumpismo si dichiara cristiano, e in particolare Cattolico!). E’ culturalmente attrezzato e spiritualmente pronto il mondo cattolico per un compito del genere? Ritengo proprio di sì, purchè lo si voglia e a patto che si riprenda la via del pensiero pensante, sciaguratamente posta in disparte nel corso degli ultimi decenni per fare posto al pensiero calcolante. Invero, una lacuna di non poco conto che va presto colmata è quella di pensare che con la sua Ascensione al cielo, andando a sedersi sul trono del Padre, Gesù abbia chiuso la storia, dopo aver compiuto la sua missione: la redenzione del genere umano. Ma questa lettura dell’Ascensione pone un problema teologico: se la storia che ci separa da quell’avvenimento non ha più interesse, se tutto si è già compiuto, perché inviarci lo Spirito Santo? Si legge in Luca, all’inizio degli Atti, laddove gli apostoli domandano al Cristo se ora ristabilirà il Regno di Davide, la risposta che ricevono è: «Non vi spetta conoscere l’ora fissata dal Padre nella sua autorità, ma vi sarà data una forza», lo Spirito Santo appunto, e, detto ciò, scompare in cielo. Gesù lascia dunque vuoto il trono di Davide, per affidare agli uomini una tale missione.
Ce lo rammenta anche D. Bonhoeffer, quando nel suo Resistenza e Resa scrive: «La fede cristiana si distingue da tutte le altre concezioni del mondo perché non conduce l’uomo fuori dal mondo, ma lo rimanda proprio dentro il mondo… Il Cristiano non è dispensato dai compiti terreni, ma proprio in essi è confermato». Nel suo discorso al corpo diplomatico Vaticano del 9 gennaio 2026, papa Leone XIV, rinnovando la visione agostiniana delle due città, lungi dall’opporre eternità e tempo, Chiesa e Stato, insiste, assai opportunamente, che «i cristiani sono chiamati da Dio a dimorare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Allo stesso tempo, i cristiani che vivono nella città terrena non sono estranei al mondo politico e, guidati dalle Scritture, cercano di applicare l’etica cristiana al governo civile… Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della Storia, da un nazionalismo eccessivo e dalla distorsione dell’ideale del leader politico».

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