Parmitano ci ricorda quale sia la nostra autentica e più alta vocazione
di Luca Peyron
L'astronauta italiano, l'unico non della Nasa a partecipare alla prossima spedizione dell'Artemis III, è un testimone della gratitudine per non essere soli, per non essere io slegati, ma un noi, tra cielo e terra

Il programma Artemis, a guida Nasa, mira a ritornare sulla Luna, stabilirvi una presenza duratura e preparare future missioni verso Marte. Collaborano 67 nazioni a vario titolo, il nostro Paese fornisce buona parte dei sistemi vitali del modulo Orion inclusi i pannelli fotovoltaici. Ma soprattutto con Artemis III il programma parlerà italiano grazie all’astronauta Luca Parmitano che piloterà la missione. Non si va sulla Luna, si resta in orbita terrestre, ma nelle due settimane nello spazio i quattro astronauti, tutti Nasa ad eccezione di Luca, completeranno due manovre di attracco ai due sistemi di sbarco Starship di SpaceX e Blue Moon di Blue Origin, che saranno lanciati separatamente dai rispettivi fornitori commerciali. La retorica spaziale, che respira ancora dell’epopea degli anni ’60, descrive ogni missione come fondamentale, ma questa lo è davvero perché le manovre che verranno fatte in orbita sono essenziali affinché si possa nuovamente sbarcare sul nostro satellite naturale. Artemis III ricalca Apollo 9 che testò, sempre in orbita terrestre, quelle manovre che permisero poi ad Amstrong di posare piede sulla Luna.
Viviamo un tempo di ossessione di visibilità ad ogni costo, di permanente ansia da prestazione reale e soprattutto mediale. Ma lo sviluppo dei popoli, i traguardi della scienza, il progresso della tecnica, la verità del mondo, è governata da ben altri processi. Il comandante Parmitano è una persona schiva, preparatissima, cordiale, densa. Ho avuto la fortuna di poterlo incontrare alcune volte, condividere una cena, chiacchierare di spazio, ovviamente, ma soprattutto di vita. Una parola emergeva continuamente ed è emersa ripetutamente anche nella presentazione dell’equipaggio e della missione: gratitudine. Per l’Italia che lo ha formato ed educato, per la Nasa e l’Esa che hanno creduto in lui, per le persone che compongono la variegata famiglia dello spazio e per le persone che sono più vicine al suo cuore, ai suoi affetti. Gratitudine. Sono le stesse parole con cui Magnifica humanitas di Leone XIV descrive il rapporto credente con la tecnologia: «L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca "con i piedi per terra" dentro una vocazione più alta». È bello poter riconoscere in Parmitano questa vocazione più alta: lui che ha piedi per terra, ma spesse volte in cielo, non vola per mostrarsi ma per mostrare, sperimenta e rischia la vita non per esserci, ma affinché tutta l’umanità ci sia. Con gratitudine a chi rende possibile tutto questo.
Dentro gratitudine c’è gratis, la consapevolezza di aver ricevuto un dono che genera un legame, una relazione. Al tempo delle macchine intelligenti, di una nuova corsa allo spazio che ogni tanto ha i contorni della guerra fredda, è bello fermarsi per essere grati, eucaristici oso dire. Sotto il cielo stellato, contemplando la compagna di sempre delle notti umane, Luca Parmitano ci ricorda quale sia la nostra autentica vocazione più alta: la gratitudine per non essere soli, per non essere io slegati, ma un noi, tra cielo e terra. Esplorando il cosmo o semplicemente sognandolo davanti ad uno schermo ai piedi di una rampa di lancio. Ad un astronauta prima del lancio si augura Godspeed, che suona come buona fortuna, anche se significherebbe velocità di Dio, ma ci sta bene perché l’energia di Dio è l’amore. Godspeed Luca. Con gratitudine per il dono che sei.
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