Né vittime né colpevoli: l’amicizia nata tra due donne è il «miracolo» di padre Hamel
Roseline, sorella del sacerdote ucciso in Francia nel 2016, e Nassera, madre del giovane terrorista Adel, raccontano ad Avvenire come insieme hanno superato la disperazione e i sensi di colpa. «Così restiamo in piedi e andiamo avanti»

«Se avessi Adel davanti a me, ora? Lo prenderei tra le braccia, lo stringerei forte. Gli chiederei perché tanta violenza. Gli direi che sono arrabbiata con lui, ma che è mio figlio, che lo perdono». Nassera risponde alle domande di Avvenire con dolcezza. Non si sottrae, non elude. Questa è la storia di due donne che hanno deciso di depurare il proprio dolore rispecchiandolo una nel cuore dell’altra. Nassera e Roseline si sono prese per mano e hanno compiuto – stanno compiendo – un viaggio interiore che le sta portando lontano. I fatti che le riguardano sono noti: il 26 luglio di 10 anni fa due terroristi islamici irrompono nella piccola chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Minacciano i pochi fedeli presenti alla Messa del mattino, li arringano sull’ideologia malata che li anima e accoltellano a morte il celebrante, padre Jacques Hamel, 86 anni. Nella fuga vengono uccisi dalle squadre della Brigata di ricerca e intervento di Rouen. All’“Andate in pace” di padre Hamel hanno risposto con le loro ultime parole, “Allah akbar”. Si scoprirà presto che uno dei due attentatori era Adel Kermiche, un 19enne del posto, che stava agli arresti domiciliari presso i genitori. Aveva 19 anni, e da bambino irrequieto di una solida famiglia di origine maghrebina di recente si era trasformato, apparentemente senza un perché, in un ragazzo fanatico, tanto da aver provato a partire per combattere in Siria con lo Stato islamico. Era stato in prigione per questo, e proprio in cella si era completata la sua radicalizzazione. Roseline, sorella minore di padre Hamel, esce devastata dalla sua brutale esecuzione: quel fratello prete era stata tutta la sua famiglia, il suo orgoglio di donna semplice e provata dalla vita. Nassera, madre di Adel, si tormenta: perché suo figlio aveva ucciso? Perché lei non era stata in grado di intercettare quella ferocia? Dopo qualche tempo Roseline ha voluto incontrare Nassera e da quell’incontro, prima cauto poi senza più barriere, è nata una testimonianza potente, raccontata dalle due protagoniste con il giornalista de La Croix Samuel Lieven in “Sorelle di dolore”, uscito in Italia nei giorni scorsi per Ares-Lev dopo aver commosso la Francia (pagg. 200, euro 18). Il dialogo tra le due donne, l’una cattolica l’altra musulmana, entrambe sposate con un camionista e madri di famiglie numerose - quattro figli Roseline, cinque Nassera - costituirà uno degli incontri di apertura del prossimo Meeting di Rimini, in programma dal 21 al 26 giugno.
Roseline: «Non volevo che Nassera si sentisse in colpa e chiedesse perdono per la morte di mio fratello. Volevo solo condividere con lei la comune sofferenza»
Questa è la storia di un dolore condiviso, dunque, ma è soprattutto la storia di due donne che hanno cercato di mettersi ognuna nei panni dell’altra. Ognuna nella tragedia dell’altra. «A 76 anni mi trovavo di fronte a un bivio: lasciarmi morire o continuare a soffrire. Nella chiesa vicino a casa, ad Armentières, c’è una magnifica Pietà: una statua della Madonna che tiene in braccio il figlio martoriato ai piedi della croce. Una domanda ha preso forma, poco a poco, dentro di me – dice Roseline Hamel –: se fossi io la mamma del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei? Se uno dei miei figli si fosse smarrito e avesse commesso un crimine del genere, il mio dolore non sarebbe ancora più grande? Mi sono messa nei panni di quella madre, Nassera Kermiche. Che ci facevo ancora chiusa in casa a logorarmi? Dovevo incontrare quella donna e liberarla dai sensi di colpa». E così è stato: quell’incontro si è trasformato, come ci dice Nassera, in una «amicizia profonda e sincera».
Nassera ha 63 anni, ha cresciuto 5 figli; Adel era il quarto, l’ultimo ha una grave forma di autismo. Insegna in un liceo professionale di Saint-Saint-Étienne-du-Rouvray: è una donna gentile, con i capelli scuri e lo sguardo intenso. Ad Avvenire risponde con sincerità «Certo che mi sono sentita in colpa. In colpa per non avere potuto impedire questa tragedia. Ogni giorno mi ripasso il film nella testa: “Cosa avrei potuto fare per evitare che succedesse? Cosa ho sbagliato nella sua educazione perché mio figlio finisse così? Queste domande mi assillano e mi assilleranno per tutta la vita».
Nassera: «Ogni giorno mi domando: cosa avrei potuto fare per evitare che mio figlio Adel si radicalizzasse e pianificasse l'assalto alla chiesa?»
Ma nonostante questo, Nassera continua a essere la madre di Adel, lo sarà per sempre. Quando pensa a suo figlio, cosa prova, le chiediamo? E se ne avesse la possibilità, cosa gli direbbe? «Provo tanta pena, dolore e tristezza, ma anche rabbia nei suoi confronti per aver rovinato la sua vita. Era così giovane: cosa sarebbe diventato oggi senza quelle brutte frequentazioni? Se lo avessi davanti a me in questo momento, per prima cosa lo prenderei tra le braccia e lo stringerei forte dicendogli che gli voglio bene, e poi gli chiederei di spiegarmi perché, perché questo spreco, perché tanta violenza verso quest’uomo di Dio, quando io gli ho insegnato l’amore, la generosità, la gentilezza, la benevolenza e il rispetto verso i più anziani e verso il prossimo. Gli direi che sono molto arrabbiata con lui per aver fatto soffrire così tante persone, per aver fatto versare tante lacrime di disperazione e per aver sacrificato la sua vita. Ma gli direi anche che è mio figlio, che il mio amore per lui è incondizionato e che lo perdono».
Non è stato facile per Nassera rientrare in classe. Dopo l’assalto alla chiesa, in tutta la Francia e anche oltre si è scatenata un’ondata di odio che l’ha fatta vacillare. Quel terribile 26 luglio 2016 è diventata la madre di un terrorista. Temeva di aver perso per sempre il proprio futuro e quello degli altri figli. E invece il preside la chiamò e le chiese di tornare a scuola. Ma com’è lavorare fianco a fianco con ragazzi come era Adel prima che l’ideologia estremista se lo portasse via? «Lo sguardo che ho verso i miei allievi è inevitabilmente cambiato, perché oggi sono più attenta ai primi segni del radicalismo. In generale, però, sono sempre stata molto materna nei confronti dei miei studenti. Li amo come una mamma amerebbe i propri figli, anche se so che non è il mio ruolo, ma sono appassionata di questo lavoro che mi permette di incontrare giovani che hanno l’età di mio figlio, e provo a trasmettere ai miei studenti benevolenza affinché possano studiare con maggiore serenità, e sono loro grata per la gioia che mi danno nell’insegnare ogni giorno. Va anche detto che a loro volta i miei studenti sono molto gentili con me».
L’amicizia con Roseline, una piccola donna sorridente di 86 anni, con una testa di riccioli bianchi e uno sguardo azzurro chiaro, è servita a riconciliare Nassera con il suo dolore. «Ho cercato – dice –, come meglio potevo, di lenire il dolore e la tristezza che provavano i miei figli e la mia famiglia, ma era molto difficile parlare di quella persona cara che tutti avevamo perso. Il solo fatto di evocare questa perdita ci faceva sprofondare nuovamente nella sofferenza, nella tristezza e nel dolore, però, a poco a poco, ho potuto mettere dei cerotti dove serviva per mantenere la mia famiglia unita e serena. Questo si è accentuato quando ho incontrato Roseline, perché i miei figli hanno ritrovato la pace interiore dato che ciò che contava di più per loro era vedermi serena; un giorno me lo hanno espresso così: “Mamma, se questo incontro ti fa bene, allora fa bene anche a noi”». Prima disuonare alla porta di Nassera Kermiche, Roseline Hamel ha recitato un’Ave Maria accanto al vescovo di Rouen che l’accompagnava.
«Il cuore mi batteva fortissimo – ricorda oggi –. La prima cosa che ha detto, quando ha aperto la porta, è stato: “Chiedo perdono”. Io l’ho rassicurata: non sono venuta per sentirmi chiedere perdono, ma perché insieme proviamo ad affrontare il nostro dolore di sorella e di madre. Ci siamo abbracciate. Non dimenticherò mai quel momento. Quando sono triste o abbattuta, mi basta ripensarci per sentirmi meglio. Il nostro legame, da lì in poi, non ha smesso di crescere e di rafforzarsi. E l’amicizia che ci unisce, oggi, ci permette di stare in piedi e di andare avanti».
( ha collaborato Hélène Destombes)

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