Elettrodomestici, tecnologia, farmaci: ex-Ilva a parte, come sta davvero l'industria italiana?

Le aziende ad alta tecnologia sostengono la manifattura italiana anche grazie all’export. Pesano però lo scenario dell’automotive e le ristrutturazioni di aziende come Beko ed Electrolux
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July 28, 2026
Elettrodomestici, tecnologia, farmaci: ex-Ilva a parte, come sta davvero l'industria italiana?
C'è un'immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica la condizione dell'industria italiana in questa estate 2026. Da una parte ci sono le preoccupazioni per l’ex Ilva di Taranto, gli stabilimenti degli elettrodomestici segnati dalle vertenze Electrolux e Beko, la crisi di Portovesme in Sardegna con oltre 1.200 posti a rischio tra diretti e indotto, e una filiera della moda costretta a fare i conti con la frenata dei consumi mondiali. Dall'altra ci sono laboratori farmaceutici di eccellenze come Menarini, Chiesi e Angelini Pharma che aumentano gli investimenti, le fabbriche iperautomatizzate per la transizione energetica, le imprese della meccanica di precisione e dell'imballaggio come Ima e Marchesini Group che esportano in tutto il mondo, fino a realtà come Prysmian che posano cavi sottomarini per collegare continenti. Sono due fotografie dello stesso Paese, la chiave per leggere una stagione che sfugge alle categorie tradizionali della crescita o del declino.
Mentre alcuni comparti che hanno rappresentato per decenni il cuore della manifattura nazionale perdono peso, altri conquistano posizioni sui mercati internazionali, spesso lontano dai riflettori. I numeri confermano questa lettura a doppio binario. Secondo l'analisi sui settori manifatturieri diffusa ieri da Prometeia e Intesa Sanpaolo, nei primi quattro mesi del 2026 il fatturato dell'industria manifatturiera è aumentato del 2,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con un incremento dell'1,1% depurando il dato dall'inflazione. L'export continua a dare un contributo decisivo, con un aumento del 3,1% a valori correnti e del 2,2% a prezzi costanti. Sono dati che sembrano smentire la narrazione di una crisi generalizzata, ma basta scendere nell'analisi settoriale per scorgere anche altro, nella geografia industriale del Paese. A correre è soprattutto l'elettrotecnica, che guida con una crescita del 7,7% del fatturato deflazionato, seguita dalla meccanica con un robusto 5,1%, mentre farmaceutica, autoveicoli e metallurgia registrano aumenti superiori al 4%. Sul fronte opposto restano in negativo il sistema moda, l'alimentare, il largo consumo, il mobile e soprattutto gli elettrodomestici, che chiudono la graduatoria con una flessione del 5%. Non si tratta di una polarizzazione casuale: a crescere sono i comparti agganciati agli investimenti, all'innovazione tecnologica e alla domanda globale, mentre soffrono i settori più esposti alla debolezza dei consumi europei o alla crisi dei beni durevoli.
Per decenni il motore manifatturiero italiano ha funzionato in stretta sinergia con la Germania, fornendo componentistica e macchinari all'industria tedesca. Oggi quel modello mostra evidenti crepe. La frenata dell'economia tedesca si trasmette direttamente ai fornitori italiani, mentre la transizione verso la mobilità elettrica procede a ritmi incerti, comprimendo ordini e piani di sviluppo. A complicare il quadro si aggiunge uno scenario geopolitico globalmente instabile, che ha fatto risalire i prezzi energetici e aumentato i costi logistici, riaccendendo le pressioni inflazionistiche. Eppure, dentro questo contesto complesso, emerge la tipica capacità di adattamento dell'industria italiana. La ripresa degli investimenti in tecnologia e una gestione più prudente delle scorte hanno permesso a molte aziende di assorbire parte degli shock esterni. Il dato più significativo riguarda un tessuto di imprese che producono per altre imprese, spesso leader mondiali in nicchie ad alta tecnologia che vanno dalla farmaceutica all'automazione, passando per i cavi per l'energia e la meccanica di precisione.
Il rovescio della medaglia rimane tuttavia gravoso e si concentra nei grandi poli produttivi eredità del Novecento. Nel settore automotive, le rilevazioni sui primi sei mesi del 2026 della produzione Stellantis evidenziano un recupero del +13,7% rispetto al blackout del 2025, prefigurando un totale annuo di circa 500mila veicoli (oltre 300mila auto). Si tratta però di volumi ancora lontani dal milione di veicoli fissato nei tavoli ministeriali e segnato dal -36% di Cassino. Una parabola che trascina con sé un'intera costellazione di componentisti. Pesa poi il settore degli elettrodomestici, dove la caduta della domanda europea e la pressione asiatica alimentano le delicate ristrutturazioni di Electrolux e Beko negli impianti del Centro-Nord, da Porcia e Fabriano fino a Cassinetta e Siena.
Nonostante le vertenze aperte, i dati dell'Agenzia Ice evidenziano che nel 2025 le esportazioni italiane di merci sono cresciute del 3,3%, battendo Germania, Francia e Spagna. Oltre il 70% di questo incremento è stato trainato dai beni di consumo, con la farmaceutica in testa, capace di sfiorare i 70 miliardi di euro di valore e di raggiungere una quota del 6,43% sul commercio mondiale. Nei primi quattro mesi del 2026, l'avanzo commerciale ha superato i 15 miliardi di euro. Tuttavia, il modello deve fare i conti con tre ostacoli strutturali storici: un costo dell'energia più elevato rispetto ai concorrenti, la frammentazione del tessuto produttivo in piccole e medie imprese che limita gli investimenti in ricerca su grande scala, e un grave mismatch di competenze. Si crea così il paradosso per cui, mentre alcuni settori riducono il personale, le aziende in espansione non riescono a reperire ingegneri, tecnici meccatronici e programmatori industriali.
Le proiezioni di Prometeia e Intesa Sanpaolo per il quadriennio 2027-2030 delineano una crescita media del manifatturiero attorno all'1% annuo a prezzi costanti. A fare da traino saranno ancora elettronica, farmaceutica, meccanica ed elettrotecnica, sostenute dai processi di transizione digitale ed ecologica. La propensione all'export si avvicinerà al 56%, con un saldo commerciale stimato verso i 125 miliardi di euro. Secondo molti analisti, la vera partita dell'industria italiana non si giocherà sul ritorno ai giganteschi complessi del passato né sulla competizione di prezzo con le economie emergenti, bensì sulla capacità di consolidare una rete di imprese altamente specializzate e proiettate sui mercati globali. Capire come accompagnare le filiere ad alta tecnologia senza abbandonare i settori storici in transizione definirà l'equilibrio economico e occupazionale del Paese negli anni a venire.

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