I "signori della guerra" e la forza dell'amore, da Leone XIV a Bob Dylan
Leone XIV in Camerun evoca i "masters of war", e in un attimo la memoria va all'omonima canzone degli anni Settanta. Che parlava anche della "paura di mettere figli al mondo"

Il Papa sale la scalinata della Cattedrale di Bamenda protetto, alle spalle, dagli uomini dell’Esercito camerunense. I ribelli indipendentisti hanno dichiarato tre giorni di tregua, ma ci sarà da fidarsi? In questa tensione una grande folla attende Leone XIV in silenzio. Le sue parole in inglese risuonano dagli altoparlanti: «The masters of war pretend not to know that it takes only a moment to destroy, yet often a lifetime is not enough to rebuild» («I signori della guerra fingono di non sapere che occorre solo un attimo per distruggere, ma spesso per ricostruire non basta il tempo di una vita»). Quel “masters of war” in inglese fa scattare in chi è quasi coetaneo del Papa una memoria: “Masters of war” è una canzone di Bob Dylan che negli anni Settanta negli Usa e in Occidente era impossibile non ascoltare. «Venite, voi signori della guerra, che non avete fatto altro se non costruire per distruggere…». La colonna sonora di una generazione, in quella voce rauca: «Vi nascondete nei vostri palazzi mentre il sangue dei giovani fluisce dai loro corpi ed è sepolto nel fango». Dylan pensava al Vietnam, ma quanto suonano profetiche le sue parole pensando ai ragazzi russi e ucraini morti in trincea, a centinaia di migliaia. Profetiche, forse, oppure la guerra è sempre la stessa, anche se cambiano le armi. Sempre voluta da qualcuno che da un Palazzo decide, e manda dei ragazzi a morire. I signori della guerra, dice ancora Leone, «che spendono miliardi per distruggere». L’eco della canzone di Dylan sembra percorrere il discorso. Certo inconsapevolmente, come qualcosa che hai ascoltato quando eri un ragazzo di Chicago, e ti è rimasto dentro. Un attimo, per annientare: e rivedi Gaza annichilita, e i palazzi in Ucraina sventrati dalle bombe e frantumati, mentre le fiamme ancora illuminano di porpora le vetrate infrante. Quanto tempo, quanti uomini c’erano voluti per costruire quelle case? Cemento e betoniere e tondino d’acciaio, e gru, e operai sulle travi a trenta metri di altezza. Quante mani, quanta fatica. E poi, un fragore assordante, e tutto in macerie. Anche premere un grilletto è un attimo. Ma per crescere quell’uomo, quanti anni, e amore, e notti insonni, e ansie, e speranze. Dare la morte è semplicissimo, una cosa da niente. Può farlo un ragazzino. La rapidità della morte e la pazienza e la costanza dell’amore: due velocità impari, una gara perdente in partenza, si direbbe. Eppure il Papa in Africa ha parlato anche di una miriade di uomini di buona volontà, che continuano a ricostruire ciò che i signori della guerra distruggono. La storia del mondo: i soldati morivano al fronte, ma nelle case i figli continuavano a nascere.
C’è però un verso, di quella vecchia canzone, che ti impensierisce: «Avete sparso la paura peggiore:/ che si possa avere paura di mettere figli al mondo./ Per aver minacciato il mio bambino non nato e senza nome/ voi non valete il sangue che vi scorre nelle vene», cantava Dylan. E questa sembra davvero profezia: quanti figli desiderati non vengono al mondo, nella paura che silenziosa colma anche la nostra pace, nell’eco di folli minacce che ascoltiamo ogni giorno? I “masters of war” evocati da Leone XIV non hanno sulla coscienza anche i figli sognati e non concepiti, per paura? Ma tutto questo avviene in silenzio nelle nostre case, dentro un’impotenza da cui cerchiamo di distrarci. Nel popolo del Camerun invece, martoriato da una guerra civile, la visita del Papa deve suonare come una inaspettata speranza. Cambiare è possibile, dice Leone, «una inversione a U è possibile»: tornando a guardarsi come fratelli. E chissà, nel lascito di odio di una guerra intestina, di migliaia di morti, come cadono queste parole. Forse, sperare dal fondo del dolore è più facile che in una fasulla serenità? Quella di gente che cambia canale, quando vede le città bombardate. Cose di cui non si parla, per non guastare la serata, a tavola. E quell’uomo invece che si immerge nel mondo più povero e ferito, a dire che cambiare è possibile. Utopia, o follia, diranno in molti. Perché solo nella certezza di Cristo ciò che pare follia diventa autentica, risorgente speranza.
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