Manfredonia (Acli): la pace è una scelta politica precisa
di Luca Mazza
Il presidente delle Acli: la diplomazia ha bisogno di pazienza, una virtù che il nostro tempo sembra aver smarrito. Sugli attacchi di Trump a Leone XIV: il Papa ha parlato di Vangelo e lo attua con mitezza, che è l’opposto della prepotenza

«O si sceglie la pace o no». Per Emiliano Manfredonia, Presidente delle Acli, non sono ammesse terze vie ibride in una fase geopolitica drammatica come quella che stiamo vivendo. Il numero uno dell’Associazione richiama la politica alle sue responsabilità, proponendo percorsi concreti che vadano oltre la logica del riarmo e dello scontro frontale.
Presidente, lo scenario internazionale sembra farsi sempre più cupo. Dalla vostra “Carovana della pace” dello scorso anno, le tensioni sono aumentate. Quali strumenti servono oggi?
Bisogna essere chiari e non assecondare il pensiero strisciante che la guerra sia la soluzione ai problemi. Mi sembra che la politica, nel mondo e in Italia, non abbia ancora preso una decisione in modo netto. Si continua a tergiversare. La pace non è un “buon sentimento” o un valore ingenuo da bambini sognatori, ma una scelta politica precisa, spesso la più faticosa da percorrere. Come sottolinea il professor Tommaso Greco nel suo ultimo libro, la pace è il punto di partenza e va custodita, non “difesa”, perché parlare di difesa spesso serve solo a giustificare l’aggressione preventiva. Oggi la politica sembra aver perso la pazienza di cui necessita la diplomazia, preferendo la logica dei social e della “notizia bomba” ogni cinque minuti.
Che cosa manca per arrivare almeno a una tregua stabile e duratura?
Serve anzitutto la ragionevolezza. Gli alleati storici degli Stati Uniti dovrebbero avere il coraggio di prendere una posizione netta, aprendo spazi di mediazione forti. La colpa iniziale di Putin è evidente e risale all’aggressione dell’Ucraina, ma da quel momento si è scelto di optare solo per la forza. Noi crediamo serva una “nuova Helsinki”, ispirata agli accordi del 1975 che misero fine alla Guerra Fredda, per rimettere in equilibrio il mondo. La diplomazia ha bisogno di un'unica arma: la pazienza, appunto. Si tratta di una virtù che il nostro tempo sembra aver smarrito.
Quali sono le proposte che le Acli portano avanti per istituzionalizzare la pace?
Abbiamo presentato sette proposte concrete. Tra queste, ci sono l'estensione della legge 185 del 90 sul commercio delle armi a livello europeo e la creazione di un Commissario Ue per la pace. Ma proponiamo anche un passo simbolico e strutturale forte sul piano nazionale: un Ministero della Pace con funzioni educative, di servizio civile e cooperazione internazionale. La politica, quando vuole, sa cambiare le cose: se Trump ha creato il Dicastero della Guerra perché noi non possiamo creare quello della Pace?
A proposito di armi, quanto la preoccupa la crescita della spesa militare e la riconversione industriale verso la difesa in corso sia in Europa che in Italia?
È una trasformazione inquietante. È un inganno. L’economia viene “drogata” da investimenti pubblici dirottati da settori produttivi sani e utili alla collettività, come le infrastrutture o le automobili, verso la costruzione di strumenti di morte. Non è solo una questione morale ed etica ma anche economica: una volta terminata la fase acuta dei conflitti, che ci auguriamo avvenga il prima possibile, la riconversione di queste imprese sarà difficilissima e costosa, con gravi rischi per l'occupazione. Investire nelle armi significa rubare risorse al futuro delle prossime generazioni.
Questa “economia di guerra”, con la conseguente crisi energetica, rischia di aumentare ancora di più le diseguaglianze?
Assolutamente sì, lo vediamo già con l'aumento dei prezzi, le speculazioni sull'energia e il carrello della spesa che corre. I dati che presenteremo come Acli nei prossimi giorni sui redditi degli italiani mostreranno una classe media che scivola progressivamente verso la fragilità e la povertà relativa. E si tratta di numeri reali, perché vengono dalle dichiarazioni dei redditi presentate ai nostri Caf. Un'economia sterile come quella bellica non fa che aumentare le disuguaglianze.
Oltre all’escalation bellica, preoccupa anche quella linguistica. Come giudica gli attacchi di Trump a Leone XIV e il successivo messaggio del Pontefice che parla dal punto di vista del Vangelo?
Il Papa non è entrato nelle polarizzazioni, lui ha parlato di Vangelo e lo attua con la sua mitezza, che è il contrario del rumore, della prepotenza e della forza. La sua risposta agli attacchi del presidente degli Stati Uniti è un esempio: abbassare la voce per disarmare l'altro. Sul piano dottrinale ormai nessuno può più dubitare del fatto che la “guerra giusta” non esiste più. Come Acli siamo su questa strada da tempi non sospetti e continueremo la nostra marcia. La pace non è solo una questione morale, è l'unica via politica percorribile.
© riproduzione riservata
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






