No all'Europa, sì alla remigrazione: in piazza a Milano l'ultima versione della destra nazionalista
di Diego Motta
In poche migliaia con Salvini, il francese Bardella e l'olandese Wilders, tra vecchi slogan e l'obiettivo xenofobo del rimpatrio forzoso dei profughi. Il politologo Zulianello: i migranti e l'islamizzazione sono i nuovi fantasmi e le parole guida unificanti. Lo storico Guzzo: dopo la caduta di Orbàn e la crisi di Trump, in corso una metamorfosi all'insegna del trasformismo

Migliaia di persone hanno sfilato questo pomeriggio per le vie di Milano per il corteo dei patrioti europei. La manifestazione è arrivata in piazza Duomo, con bandiere e vessilli della Lega di Matteo Salvini. Ad aprire la marcia è stato un trattore con la scritta, "Tuteliamo la nostra agricoltura e il Made in Italy". Subito dietro, nelle prime file, c'erano i sindaci del Carroccio e gli amministratori locali che hanno portato uno striscione con la scritta "Padroni a casa nostra". L'evento sarà chiuso dal vicepremier leghista Matteo Salvini, mentre sul palco sono attesi gli interventi del presidente del Rassemblement National, il francese Jordan Bardella, e di Geert Wilders, volto storico della destra radicale olandese.
Le destre populiste europee, uscite ammaccate dal voto in Ungheria e oggi più lontane dallo scomodo Trump, sono alla perenne ricerca di nuovi cavalli di battaglia. Ne hanno bisogno come l’aria, perché di slogan, avversari e semplificazioni si nutre chi è vicino a queste forze politiche. La remigrazione può rappresentare l’ultima sfida lanciata nel cuore del Vecchio continente. L’approdo nella piazza di Milano è avvenuto sotto vecchi slogan come “padroni a casa nostra” e le tradizionali rivendicazioni anti-Ue, eppure rappresenta un messaggio che in Italia dalla Lega di Matteo Salvini arriva al resto della maggioranza, in particolare a chi guarda al fronte che da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci arriva a CasaPound, cui si deve la raccolta di firme e la mobilitazione sul trasferimento forzoso dei migranti negli ultimi anni. La stessa presenza in piazza di leader come il francese Jordan Bardella e l’olandese Geert Wilders esprime il bisogno di trovare sponde fuori confine, garantite in particolare dal gruppo europarlamentare dei Patrioti per l’Europa. «Remigrazione e lotta all’islamismo affiorano come possibili snodi unificanti per le destre nazionaliste e populiste» osserva Mattia Zulianello, che è professore associato di scienza politica all’Università di Trieste e da tempo studia i movimenti sovranisti radicali. Negli ultimi cinque anni, abbiamo assistito già allo sdoganamento di certi temi, basti pensare all’idea della fortezza Europa, a dimostrazione che non esiste più alcun tabù a destra.
Tra fluidità e trasformismo
Al termine di una settimana che ha visto simbolicamente la caduta a Budapest di Viktor Orbàn, primo leader populista ad arrivare nelle stanze del potere, e la rottura mediatica tra due leader come Donald Trump e Giorgia Meloni, la piazza meneghina consacra di fatto il «trasformismo populista» come nuova cifra politica di quest’area. Di cosa si tratta? «Di quella capacità di muoversi dentro un’egemonia culturale consolidata attraverso una comunicazione pubblica molto fluida, in grado di individuare a seconda delle convenienze soprattutto i nemici da combattere» spiega lo storico Domenico Guzzo. Un domani per le destre radicali europee, l’incubo potrebbe essere la Cina, soprattutto se dovesse agire per disegnare un nuovo ordine mondiale rispetto agli Usa. Anche Bruxelles e l’euroburocrazia potrebbero tornare nel mirino, nel caso il governo dell’Unione non dovesse rimanere accondiscendente con gli Stati nazione come è stato nell’ultimo quinquennio. L’impostazione culturale, per il resto, non si allontanerà molto da argomenti di sicuro consenso sperimentati negli anni, da teorie legate all’etnopluralismo (che sostiene la separazione delle comunità in base a etnie e culture) e al cosiddetto “sciovinismo del welfare” (secondo cui i cittadini nativi hanno la priorità nell’erogazione dei servizi rispetto agli stranieri). «Le destre sovraniste hanno un vantaggio rispetto alle sinistre, costrette ad inseguire ad esempio sui temi della sicurezza: la democrazia oggi è considerata dai cittadini troppo complicata, perciò il luogo comune dice che è meglio se sta in mano a pochi soggetti con piglio autoritario» continua Guzzo.
Il caso Orbàn e il segnale per l’Europa
A che punto siamo, invece, nella lunga parabola storica dei nazionalismi? E soprattutto: gli stessi nazionalismi sopravvivranno alla parabola ondivaga dei loro leader? Secondo Guzzo, che insegna storia contemporanea all’Università di Bologna, «Orbàn ha rappresentato il primo sintomo di una trasformazione epocale, che si era scatenata con la Grande Crisi di Lehman Brothers e dei mutui subprime del 2008. È stato il tentativo, nato nell’Est Europa, di costruire un’egemonia culturale che da un lato ha minato il sentimento di ottimismo che aveva portato all’allargamento dell’Unione, dall’altro ha segnato la fine del progetto di “costituzionalizzazione” dello stesso Putin». Per Mattia Zulianello, il partito di Peter Magyar, «Tizsa, oggi è simile a quel che era Fidesz prima della sua radicalizzazione. Ha mantenuto il punto su immigrazione e nativismo, elementi tipicamente populistici, e ha vinto perché ha saputo denunciare un sistema di potere fossilizzato e corrotto, che ha allargato la percezione della distanza tra il popolo e le élite. Di fatto, però, oggi l’Ungheria ha partiti che si muovono solo nell’area della destra, a conferma di quanto rimane forte la domanda nazionalista nell’elettorato europeo».
L’anomalia Trump e il nuovo ordine
Da qui a dire che gli scricchiolii non si avvertono, però, ne passa. Soprattutto dal punto di vista dell’offerta politica. Ogni destra populista, infatti, fa storia a sé e ha saputo trovare linfa, via via, nelle istanze di protezione e di sicurezza dell’elettorato. «Il trumpismo – osserva Guzzo, che insegna storia contemporanea all’Università di Bologna - è stata una variabile, usata in modo conveniente quando aveva il vento in poppa. Negli ultimi mesi tutto pare essere cambiato. Se prendiamo in considerazione, per restare a Budapest, l’endorsement di JD Vance a Orbàn si è trattato di un boomerang clamoroso», tanto che, per dirla con Zulianello, «Trump sta diventando tossico e imprevedibile». Non potendo più cavalcare la sua onda, adesso, si cerca per lo meno di non finirne sommersi. Il vero problema semmai è il rapporto tra i movimenti carismatici nati intorno ai leader politici e la loro tenuta politica. «È questa la malattia infantile che scontano i partiti della destra sovranista: sono modelli carismatici, prototipo di fusioni tra il capo e la massa che lo segue in modo quasi fideistico. Come tali, questi “modelli” rischiano di vivere e morire con i leader, non riuscendo a produrre dinastie, eredi e classe dirigente». L’altro aspetto non marginale di questa fase storica riguarda il fatto che la stagione sovranista sta già lasciando tracce, destinate a rimanere anche se dovesse cambiare il panorama politico. Se ne sta accorgendo anche la sinistra, che in particolare nei Paesi scandinavi e nell'Est Europa, sta mutuando da destra le stesse parole d'ordine su sicurezza e immigrazione.
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