Un nuovo farmaco raddoppia la sopravvivenza di chi ha un tumore al pancreas
Arrivano i risultati di una sperimentazione che può rivoluzionare le cure contro una delle neoplasie più letali. Già chiesto l'uso compassionevole del medicinale in Ue

Per comprendere la portata dello studio “RASolute 302”, presentato al Congresso mondiale di oncologia (Asco) di Chicago, occorre andare al momento della presentazione dei risultati. I grafici pubblicati sui Ledwall della sala gremita da chirurghi, oncologi, ematologi e immunologi, illustrano la sopravvivenza a un anno dei malati di cancro del pancreas già metastatico: il 53,2% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco daraxonrasib è in vita, contro il 17,3% di quelli curati con chemioterapia. Un brivido attraversa gli specialisti, tanti si commuovono, poi tutti si alzano in piedi e un applauso diventa una standing ovation.
Ora è acclarato: dopo decenni di tentativi inutili, questo farmaco orale, prodotto dall’americana Revolution Medicines, ha dimostrato di poter raggiungere risultati senza precedenti in pazienti già trattati con una prima linea di terapia. È una svolta. Al di là dei numeri della sopravvivenza, pure significativi nel deserto odierno di opzioni terapeutiche, ciò che assume un valore enorme è che i ricercatori - lo studio è stato coordinato dal Dana-Farber Cancer Institute di Boston (per l’Italia hanno partecipato l’Istituto Nazionale Tumori e l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, l’Istituto Oncologico Veneto di Padova e l’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa) - hanno trovato la strada per agire su “Ras”, una delle alterazioni più frequenti e più difficili da aggredire nella malattia. Il daraxonrasib prende di mira la proteina Kras (che fa parte della famiglia di geni Ras) che alimenta quasi tutti i tumori al pancreas. Il farmaco lega le molecole tra loro per agganciare e bloccare la proteina. Questi geni possono indurre le cellule tumorali a continuare a ricevere segnali di crescita e divisione: tale processo può portare alla diffusione della malattia. Oltre il 90% dei pazienti con la forma più comune di tumore al pancreas, l'adenocarcinoma duttale pancreatico, presenta una mutazione nel gene Kras. Questa variante è chiamata "Ras G12" e determina un'iperattività della proteina Kras. Ora, poiché i geni Ras alimentano altri tipi di cancro, c'è anche la speranza di ottenere scoperte in altri ambiti. Farmaci simili sono in fase di sperimentazione per il cancro ai polmoni e al colon.
Insomma, non siamo di fronte alla cura definitiva ma all’inizio di un percorso, finalmente vincente, per il quale bisognerà continuare ad investire in ricerca. «Questi risultati sono rivoluzionari», dice la professoressa Rachna Shroff, primario di Oncologia del Cancer Center dell’Università dell’Arizona. «Il passo successivo al quale ora puntiamo – sottolinea entusiasta da Chicago Chiara Cremolini, responsabile del programma Sperimentazioni dell’Aou di Pisa – è di poter anticipare l'uso del farmaco anche ai pazienti in fase più iniziale di malattia e non metastatici, con l’obiettivo futuro di poter arrivare anche alla guarigione». Ma mentre per i malati americani l’autorizzazione all’assunzione del farmaco potrebbe arrivare nel giro di poche settimane, per l’immissione al commercio nel nostro Paese bisognerà attendere, forse anche un anno. Ecco perché i ricercatori italiani ed europei chiedono all’azienda produttrice di rendere possibile «l'uso compassionevole» nel Vecchio continente. Questa opzione, afferma Cremolini, «prevede la possibilità che i pazienti possano accedere al farmaco in via eccezionale, prima dell'approvazione, tramite i centri specializzati». Del resto, spiega l’oncologa, l’Autorità europea dei medicinali (Ema), ha dato al medicinale «la designazione di “farmaco orfano”, per velocizzare i tempi di valutazione del dossier, ma in ogni caso saranno necessari dei mesi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





