2 giugno, la Repubblica è in festa. «Così vinse la democrazia»
di Diego Motta
Al via i festeggiamenti per gli 80 anni. Mattarella all'Altare della Patria e poi ai Fori imperiali: «La Costituzione è la nostra "casa comune"». Meloni: «Gli italiani hanno saputo camminare insieme». Intervista con lo storico Baldissara: «Nel referendum che sconfisse la Monarchia, ci fu una presa di coscienza popolare senza precedenti»

L'omaggio all'Altare della Patria e il corteo sui Fori Imperiali. Sono iniziati così a Roma i festeggiamenti per gli 80 anni della Repubblica. Il presidente Sergio Mattarella è arrivato ai Fori Imperiali a bordo della storica Lancia Flaminia scortata dai corazzieri a cavallo per assistere alla parata del 2 giugno in occasione dei festeggiamenti dell'80esimo anniversario della festa della Repubblica. Il corteo era accompagnato dalla banda musicale dell'Arma. Con il capo dello Stato, c'erano il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano. «Non celebriamo oggi solamente una ricorrenza storica, ma un momento di alto significato che rinnova l'impegno collettivo all'affermazione, alla tutela e alla piena attuazione dei valori che costituiscono il fulcro della nostra Costituzione, "casa comune" che garantisce la vita della nostra comunità nazionale, i nostri diritti, richiamandoci al contempo ai nostri doveri di solidarietà - ha scritto il capo dello Stato, in un messaggio indirizzato allo stesso capo di Stato maggiore, Luciano Portolano -. Le difficoltà e i rischi che attraversano oggi la nostra sicurezza e il nostro benessere vanno affrontati con fermezza. Non potrà esservi vera pace fino a quando permarranno focolai di minaccia e non potrà esservi vero benessere se anche soltanto una parte dell'umanità sarà costretta a vivere nella precarietà». Anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il 2 giugno rappresenta «una ricorrenza che non rappresenta soltanto una data storica ma racconta il cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme, con storie di sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno, generazione dopo generazione».
«In cinque anni, dal 1943 al 1948, il nostro Paese ha compiuto una trasformazione che negli altri Stati europei di solito avviene in un secolo». Guardare al 2 giugno ottant’anni dopo significa ancora una volta fare i conti con la storia d’Italia, riconoscendone slanci e accelerazioni, senza nascondere pagine buie e tragedie. «Nel giorno che sancì la nascita della Repubblica, si assistette per la prima volta a una presa di coscienza popolare, a una partecipazione delle masse mai vista prima» spiega il professor Luca Baldissara, che insegna Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha dato alle stampe, insieme alla professoressa Nadia Urbinati, il volume “Nata Democratica. Dalla lotta partigiana alla Costituzione” per i tipi del Mulino. Pensare che, nel breve volgere di un lustro, il nostro Paese sia passato da una dittatura radicata e temuta dalla gente all’affermazione dei principi di libertà e democrazia enunciati nella Carta e messi nero su bianco da persone che rappresentavano chi, per un ventennio, non aveva avuto voce in capitolo, fa ancora una certa impressione. «La verità è che c’era una richiesta nascosta molto forte alla base della mobilitazione che condusse a quel referendum: era l’attesa per una risposta ai bisogni del popolo di una società più giusta, in grado di includere tutti e di distribuire meglio le ricchezza».
Perché il 2 giugno resta una festa così attuale?
Perché fu una data spartiacque, che segnò un “prima” e un “dopo” nella storia d’Italia. Si passava, nel giro di un quinquennio, dalla doppia catastrofe in cui il Paese era precipitato, quella del fascismo e della Seconda guerra mondiale, alla prospettiva di una nuova stagione, in cui il popolo poteva finalmente rivendicare di avere un proprio ruolo e determinati diritti. Il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica rappresentò un passaggio straordinario per la democrazia ed è tutt’oggi una forza propulsiva che tiene viva la memoria di quel periodo e le ragioni del nostro stare insieme come italiani.
È d’accordo con chi dice che senza la Resistenza e la Liberazione, la Repubblica non avrebbe vinto?
Il dato del referendum, con i tanti consensi raccolti dalla Repubblica nei territori del Nord dove avevano agito le formazioni partigiane, restituisce questa impressione, ma la polarizzazione rispetto alle scelte di un Sud invece filo-monarchico non fu così netta. Questo accadde sia perché molti, anche nel Mezzogiorno, guardavano all’Italia resistente del Settentrione come a un esempio da seguire, sia perché dentro quelle forze che combatterono il nazifascismo c’erano moltissime persone del Sud Italia.
È vero che, a cavallo di quei mesi tra il 1945 e il 1946, tanti italiani che non avevano avversato il fascismo improvvisamente diventarono antifascisti?
Una dose di opportunismo c’è sempre stata nel nostro Paese, ma non mi sento di condividere questa affermazione. Perché il nostro è sempre stato un Paese complicato e diversificato, sia territorialmente che socialmente. Il fascismo aveva una base di sostegno tutt’altro che irrilevante, ma soprattutto nei giorni che andarono dal 25 luglio all’8 settembre, gli italiani si sentirono abbandonati a loro stessi e reagirono. Si prese una posizione netta, una volta per tutte, contro la dittatura.
Il 2 giugno la sconfitta della Monarchia fu dovuta alle complicità con il fascismo?
La storia dei rapporti tra Monarchia e fascismo è una storia di convivenza e di connivenza. Benito Mussolini venne visto come un elemento di stabilizzazione da Vittorio Emanuele III, che lo nominò primo ministro nel 1922 e più volte apparve in diverse situazioni pubbliche a fianco del Duce. Anche quando poi decise di farlo arrestare, il 25 luglio 1943, si comprese che la decisione era legata alla tardiva consapevolezza che il fascismo stava trascinando a fondo tutto un sistema di potere. Il re cercò di salvare il salvabile, ma ormai il disastro era compiuto.
Cosa andrebbe riscoperto oggi della stagione che si aprì il 2 giugno 1946 e che ci portò alla scrittura della Costituzione?
Ogni italiano dovrebbe andare a rileggersi i verbali dell’Assemblea Costituente. Troverebbe un’incredibile convergenza nei discorsi di Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini. Quella confluenza di idee non fu un compromesso, ma una continua ricerca di unità e di sintesi tra posizioni diverse. La centralità della persona che veniva rilanciata dalla tradizione cattolica seppe coniugarsi con le istanze sui diritti sociali del mondo comunista, facendo fare un salto alla nostra democrazia sulla via di una società più giusta. Lo stesso vale per la testimonianza mirabile delle 21 donne costituenti.
Perché?
Perché la presenza delle donne in un contesto istituzionale nuovo fu un elemento di rottura indispensabile nel clima dell’epoca. Le donne costituivano una novità innanzitutto perché si erano impegnate in prima linea già durante la guerra, non solo come staffette partigiane ma anche come prezioso raccordo tra i territori e nelle organizzazioni della Resistenza. In secondo luogo, esse rappresentavano una formidabile alternativa allo schema conformista di quella fase storica e, da ultimo, perché la loro stessa presenza simboleggiava concretamente una svolta dal punto di vista generazionale. Sull’idea di famiglia sancita dalla Costituzione, ad esempio, si registrarono posizioni molto avanzate che valgono ancora oggi.
Repubblica e democrazia viaggiano a braccetto ancora oggi?
Come scriviamo nel libro con Nadia Urbinati, la democrazia si apprende praticandola, ma senza dubbio la nostra repubblica è nata democratica. Faremmo un cattivo servizio ai padri e alle madri costituenti se la celebrassimo in maniera retorica e astratta. Attenzione: questi 80 anni sono stati poi pieni di contraddizioni e conflitti, oltreché di promesse mancate. Dobbiamo fare i conti con le frustrazioni, presenti e passate. Come diceva Piero Calamandrei, «la Costituzione non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sé. Perché si muova, bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità». Questa è una missione per noi che vale a maggior ragione oggi.
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