«Consolato Usa, arrestate il manager»
Nell'inchiesta per caporalato, la Procura ha ordinato il fermo del rappresentante legale della società americana: stava per volare a Istanbul

Il pubblico ministero di Bergamo, Raffaella Latorraca, ha chiesto la convalida del fermo e l’applicazione della custodia cautelare in carcere per Ulas Demir, l’uomo di origine turca indagato dalla Procura di Milano per caporalato. Demir è ritenuto il rappresentate della divisione italiana della Caddell Construction, il colosso statunitense dell’ediliza per il quale è scattato il controllo giudiziario per lo sfruttamento di diverse decine di lavoratori indiani impiegati nella costruzione del nuovo Consolato Usa a Milano in piazzale Accursio, dove c’era la sede del tiro a segno. Un progetto da oltre 200 milioni di dollari, con un investimento nell’economia locale da 65 milioni di dollari, che ha visto impiegati fino a 500 lavoratori.
Il 47enne è stato bloccato, domenica, dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo), prima di imbarcarsi per la Turchia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero di Milano Paolo Storari, è stato disposto vista la «chiara volontà di fuggire» con la famiglia a Instanbul, con un biglietto «acquistato il 30 maggio 2026», cioè il giorno in cui ha saputo di essere indagato «per gravi fatti di caporalato». Acquisto del biglietto che rende per chi indaga «concreto» il pericolo di fuga. Demir era infatti intercettato, e gli inquirenti lo registrano mentre parla, sembrerebbe, con un suo superiore (alcuni dipendenti sentiti parlano infatti di un altro manager che lo avrebbe sostituito da tempo), che comunica di essere già sull’aereo pronto al decollo e che dà indicazione affinché anche Ulas Dimir, che è il preposto in Italia della statunitense Caddell Construction Co. segua il suo esempio: «Fratello – lo esorta l’interlocutore, che è un intermediario – (lui, il capo) dice che se vieni per ferie (in Turchia, ndr), sarebbe meglio...». Il manager capisce che forse non è una buona idea e intuisce il rischio di una scelta di quel tipo: «Non sarebbero dei problemi dopo?». Ma l’interlocutore insiste: «Loro dicono che così (rimanendo in Italia) potrebbero esserci più problemi, che potrebbe essere più problematico se succede nell’altro modo...». «Quindi - insiste - qual è la data più vicina in cui può farlo? Vedi un attimo e parlane con tua moglie».
Venerdì scorso i pm milanesi, Paolo Storari e Mauro Clerici, hanno notificato il decreto di controllo giudiziario della divisione italiana di Caddell per caporalato degli operai indiani, che oltre a pagare una sorta di pizzo di 500 mila rupie per lavorare, venivano retribuiti al netto delle spese trattenute, meno di 2 euro all’ora (da 1.31 a 1.91 euro). Forza lavoro che era reclutata da una società di intermediazione di Nuova Delhi, la Dynamic House. Uno degli aspetti su cui la Procura di Milano intende mettere subito le cose in chiaro, nel disporre il controllo giudiziario d’urgenza, è proprio quello relativo ai cosiddetti contratti di distacco transnazionale. «La circostanza che alcuni documenti contrattuali siano stati sottoscritti in India... e che le lettere Caddeell affermino la permanenza formale del rapporto con Caddell India non è sufficiente a escludere l’applicazione della disciplina italiana scrive la Procura milanese nel decreto di fermo del manager turco –. In primo luogo perché la prestazione è stata resa in Italia, poi perché la procedura Ict (di fornitura servizi) è stata attivata proprio per consentire la prestazione in Italia. Inoltre perché la stessa Caddell, nelle comunicazioni allo sportello unico, ha dichiarato l’applicazione del CCNL edilizia e del relativo livello retributtivo». Infine, «28 lavoratori su 33 avrebbero dichiarato di aver sottoscritto ulteriore documentazione presso gli uffici Caddell a Milano, senza spiegazioni o traduzioni in una lingua loro comprensibile». Per tutti questi motivi «Il contratto indiano, quindi non può essere utilizzato per schermare norme italiane inderogabili». E di qui nasce anche la contestazione di retribuzioni sotto la soglia di povertà e la contestazione di approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, che erano «trasferiti in Italia con false promesse», «costretti ad affidarsi alla società», «senza alternative allo sfruttamento», dato anche che non conoscevano nemmeno la lingua, con giornate lavorative estenuanti e con poche ore di riposo. E con i capi squadra che mantenevano «un atteggiamento ostile e perentorio nei confronti dei loro sottoposti», per massimizzare le ore di lavoro.
I lavoratori erano anche sotto la costante minaccia di essere rimpatriati in India con i debiti da pagare. Trentacinque di loro hanno raccontato di aver dovuto indebitarsi in patria per pagare 500 mila rupie, circa 5/6 mila euro, alla società intermediaria che li reclutava, per poter avere il visto di lavoro. Poi, una volta atterrati a Milano, da uno stipendio medio di 1.400-1.500 euro mensili venivano dedotti 860 euro tra vitto e alloggio nei residence dell’hinterland (che avrebbero dovuto essere compresi). Meccanismo di sfruttamento che prevedeva quindi una sorta di doppia contabilità: quella ufficiale depositata in Prefettura con il contratto attorno da 1.400/1.500, a fronte invece di 10 ore al giorno per 6 giorni, con le trattenute per vitto e alloggio.
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