La vita da schiavi degli operai indiani, pagati 2 euro l'ora per costruire il consolato Usa a Milano

di Simone Marcer, Milano
Debiti, passaporti trattenuti, minacce di rimpatrio e salari sotto la soglia di povertà: l'inchiesta sul cantiere da oltre 200 milioni di dollari
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May 30, 2026
Il cantiere per la costruzione del Consolato degli Stati Uniti a Milano in viale Achille Papa / ANSA
Il cantiere per la costruzione del Consolato degli Stati Uniti a Milano in viale Achille Papa / ANSA
Costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro Paese d’origine». E ancora: «Condizioni lavorative degradanti e sottopagate», e «situazione di para- schiavismo». Così è definita nel decreto di controllo giudiziario d’urgenza, firmato dal pm della dda di Milano Paolo Storari la situazione di degli operai impiegati, anzi, reclutati da intermediari direttamente in India per essere trasferiti a Milano a lavorare nel cantiere per la costruzione del nuovo consolato americano, realizzato dalla società di costruzione Caddel Construction. Indagati Ulas Demir, preposto al ramo italiano di Caddel, e lo stesso colosso per la sua «politica di impresa che accetta lo sfruttamento dei lavoratori», si legge nel provvedimento della procura di Milano, che coordina le indagini dei Carabinieri del nucleo per la tutela del lavoro. «Per definire la pratica di assunzione era richiesto il pagamento di una somma di denaro obbligatoria di 500.000 rupie in contanti (corrispettivo che varia dai 5.000 € ai 6.000 €). Solo dopo il pagamento del dazio si entrava in possesso del visto per lavoro ed anche il contratto di assunzione poteva essere sottoscritto anche se prodotto in lingua inglese, quindi non comprensibile a nessuno degli escussi. Infatti, durante le dichiarazioni è emerso più volte che nessuno di essi è in grado di leggere e parlare la lingua inglese e, tantomeno, la lingua italiana». Senza quei soldi si sarebbero tenuti il passaporto. In base alle testimonianze dei lavoratori, la paga era di 1.400-1.500 euro al mese, ma da questa somma venivano detratte 510 euro per l’albergo e 350 per mangiare. Così in tasca rimaneva meno della metà: circa sei, settecentoquaranta euro al mese. Questa la paga netta per turni di lavoro dalle sei del mattino alle sei di sera, sei giorni su sette a 1.31, 1.43, 1.68, massimo 1,98 euro all’ora. In ogni caso sotto soglia di povertà dei due euro. La giornata lavorativa dei muratori indiani era scandita dagli insulti quotidiani dei capoturni: «Bastardo, lavora Bene... muoviti quando vai in bagno, testa di...». Se gli operai stanno male, devono andare lo stesso in cantiere: «Ti do una medicina», oppure perdono la giornata. Un giorno «un operaio indiano è caduto, facendosi molto male. Non è stata chiamata l’ambulanza». Il pranzo in teoria era fornito dall’azienda, ma «a fine mese dovevo dare 350 euro in contanti ad Aji, un dipendente delle risorse umane, perché lui minacciava di farmi tornare in India. Il pagamento avveniva fuori dal cantiere, nessuno doveva sapere»,
Il progetto è quello del nuovo consolato americano nell’area dell’ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio, intervento di rigenerazione urbana con «contratto assegnato a Caddell» di «valore superiore a 200 milioni di dollari ($209.882.382). Durante il picco dei lavori sono stati impiegati circa 450-500 lavoratori, con un investimento diretto nell’economia locale di circa 65 milioni di dollari. La fine dei lavori era inizialmente prevista per il 2025 prorogata al 2028». «Dalle testimonianze degli operai edili impiegati presso il cantiere di Milano per la realizzazione del nuovo consolato degli Usa - scrive Storari -, emerge in maniera piuttosto semplice e lineare nella sua drammaticità, un meccanismo criminale ricorrente che inizia ben prima dell’arrivo in cantiere». Dal reclutamento all’estero, con i lavoratori vengono agganciati nel loro paese d’origine, l’India, da intermediari senza scrupoli. Questi promettono stipendi dignitosi sfruttando il loro stato di necessità. «Meccanismo criminale» che comprende il pagamento del “pizzo”, questo sono e in tal modo vengono definite nel decreto giudiziario le 5mila rupie (circa la stessa somma in euro) versate per il visto. E così «gli stessi operai e le loro le famiglie si indebitano pesantemente». La catena del debito, col lavoro in Italia, si allunga anziché recidersi. Qui infatti « i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il “caporale di cantiere” trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento». In tal modo « Gli operai sono costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro paese d’origine, se non sottostanno a condizioni lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare perché ricattabili e controllati». Questa, descritta in tutti i suoi passaggi, è per la Procura di Milano «una situazione di para-schiavismo».

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