La strage dei braccianti bruciati vivi in Calabria: «Basta con il silenzio sporco delle convenienze»
di Domenica Marino, Cosenza
L'appello del vicepresidente della Cei, Francesco Savino, dopo l'orrore di Amendolara: il vescovo invoca una «rivolta delle coscienze» contro sfruttamento, caporalato e indifferenza. Fermati due pakistani. Il superstite: «Chiedevamo un contratto regolare, i soldi non ce li davano»

«Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità». Un appello per le coscienze di tutti alzato dal vescovo di Cassano all’Jonio e vice presidente della Conferenza episcopale italiana, Francesco Savino, per i quattro afghani bruciati vivi lunedì in un’area di servizio lungo la Statale 106 ionica, ad Amendolara, nell’alto Jonio cosentino. Uccisi da due pakistani 32enni che erano arrivati sul luogo del dramma sulla stessa vettura delle vittime. Poi è scoppiata la lite, pare provocata dalla richiesta dei lavoratori d’un contratto regolare per la raccolta delle fragole che invece, almeno sulla carta, effettuavano per 350 euro al mese. Almeno cinque dovevano lasciarla ai caporali per raggiungere e tornare dal luogo di fatica. Solo uno è riuscito a scappare, dopo essere riuscito a sfondare il finestrino posteriore del mini van. Ha lesioni sulle mani, il volto e altre parti del corpo. Ma s’è salvato. «Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo» ha detto l’uomo intervistato dal Tgr Calabria, aggiungendo che «i soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no». Il superstite ha poi spiegato, in un italiano incerto, che «c’è grande mafia del Pakistan».
Cruciale la sua testimonianza e fondamentali le immagini delle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio in cui s’è consumato l’orrore. Hanno ripreso i due assassini che spruzzavano carburante nel minivan e bloccavano la portiera anteriore sinistra da cui le vittime provavano disperatamente a scappare, ma le maniglie interne erano state rotte per impedire loro di fuggire. Immagini inquietanti, grazie alle quali i poliziotti della mobile di Cosenza già lunedì sera hanno identificato i due presunti autori della strage, individuandoli a Villapiana, una trentina di chilometri più a sud sempre lungo la statale ionica, e sottoponendoli a fermo quali indiziati di delitto per omicidio plurimo e pluriaggravato. «Le indagini sono tuttora in corso e proseguono al fine di accertare compiutamente i fatti e le eventuali responsabilità», ha spiegato il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, che oggi alle 16 terrà una conferenza stampa nella questura di Cosenza. Ha sottolineato la «professionalità delle forze dell’ordine che, ancora una volta, sono state in grado di individuare, a brevissima distanza temporale dai fatti, i soggetti indiziati». Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha ricordato che «la lotta dello Stato contro la criminalità è necessaria, non esiste luogo d'Italia in cui si possano considerare vite umane degli oggetti di cui disporre o, peggio ancora, decidere quando questi possano vivere o morire». Dal sindacato, Antonio Castellucci, reggente della Fai Cisl, ha chiesto «azioni forti e coerenti e un impegno comune necessario, tra istituzioni, imprese e parti sociali, per l’emersione del lavoro nero e per sollecitare i lavoratori a denunciare sempre ricatti e violenze».
Monsignor Savino ha insistito nel sollecitare piena luce. Ma «una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo». Il numero due della Cei ha sfogliato l’altra, dolorosa pagina di questa vicenda: la vita ai margini, degradata e sfruttata, di tutti e sei i protagonisti del dramma. «Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore», ha denunciato il vescovo. Il vice presidente della Cei invoca «una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto», ha concluso don Francesco Savino.
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