Ecco l’architettura che si nasconde
dietro le teorie della tecno-difesa

La formazione di Peter Thiel, dalle teorie sul capro espiatorio di René Girard, al pensiero di Carl Schmitt sulla funzione politica del nemico, fino alla visione élitaria del potere di Leo Strauss
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June 2, 2026
Ecco l’architettura che si nasconde
dietro le teorie della tecno-difesa
Immagine generata con IA/ ICP
Esiste una mappa mentale di chi oggi comanda l’apparato della tecno-difesa del paese più armato al mondo. Non è materiale segreto. Appare nei libri che questi uomini hanno letto, nelle opere dei professori che hanno frequentato, nei saggi che loro stessi hanno scritto. È una mappa, però, che pochi hanno avuto la pazienza di analizzare per intero, forse perché richiede di prendere sul serio idee scomode, di trattarle come pensiero e non come patologia. Ma è proprio questo che occorre fare, se vogliamo capire non solo cosa sta accadendo, ma perché. Proviamo dunque a ricostruire la catena partendo dal punto in cui ci troviamo oggi. Il primo anello di questa catena, il meno ovvio e forse il più importante, è René Girard. Girard ha insegnato a Stanford per decenni. Peter Thiel, fondatore di Palantir, è stato uno dei suoi allievi più assidui. Un rapporto che ha lasciato tracce profonde e riconoscibili. Per capire cosa Thiel ha imparato, occorre capire cosa Girard insegnasse. La teoria girardiana ruota attorno a un’idea tanto semplice quanto controintuitiva: la violenza umana non nasce dall’odio per il diverso, ma dall’invidia per il simile. Gli uomini non si scontrano perché sono diversi, ma perché vogliono le stesse cose. Il desiderio è “mimetico”. Desideriamo ciò che l’altro vuole, perché lui lo vuole. «I fratelli nemici – scrive Girard ne La violenza e il sacro – sono sempre più simili di quanto essi stessi credano: la loro rivalità tende a renderli identici» (Adelphi, 1980, p. 79). Questa competizione produce una tensione crescente che le società scaricano periodicamente su una vittima designata, “il capro espiatorio”, la cui eliminazione ristabilisce temporaneamente la pace collettiva. Il meccanismo non richiede necessariamente che il capro espiatorio sia realmente colpevole. Richiede soltanto che sia identificabile, isolabile e sacrificabile.
Girard aveva anche intuito qualcosa di più sottile. Tale meccanismo funziona solo finché resta nascosto. Nel momento in cui viene rivelato, perde gran parte della sua efficacia. La sua analisi era dunque al tempo stesso una diagnosi e una denuncia. Chi conosce il meccanismo può usarlo più consapevolmente di chi lo subisce inconsapevolmente. Ciò che Girard descriveva come meccanismo antropologico, Thiel lo legge oggi come strumento politico. Il nemico, nella monarchia della paura, non va identificato, va creato. Non esiste indipendentemente dalla nostra necessità di averlo. La minaccia non precede la risposta. È la risposta che precede e costruisce la minaccia. Questo non significa, naturalmente, che i pericoli siano sempre inventati. Significa che la loro trasformazione in nemico, in principio ordinatore della politica, in giustificazione dell’eccezione permanente, è sempre una scelta, mai una necessità. E solo chi sa che è una scelta può esercitarla deliberatamente. Il secondo anello di questa catena è costituito da Carl Schmitt. Il grande giurista tedesco che scelse il nazismo, sopravvisse a sé stesso, e divenne uno dei pensatori più influenti del Novecento. La sua definizione del politico è probabilmente la più onesta mai formulata: «La distinzione politica specifica, alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico e nemico» scrive Schmitt ne Il concetto del politico (in Le categorie del politico , Il Mulino, 2014, p. 108). Non il nemico morale, il malvagio, ma quello esistenziale. Colui, cioè, la cui alterità mette in questione la nostra identità collettiva. Senza nemico non c’è politica, c’è soltanto amministrazione.
La connessione con Girard è immediata e illuminante. Girard spiega il meccanismo antropologico per cui il nemico viene costruito, il capro espiatorio come necessità sociale, mentre Schmitt spiega la funzione politica di quella costruzione, il nemico come fondamento della sovranità. I due pensatori non si leggono quasi mai insieme. Eppure, formano un dittico perfetto nel quale il primo descrive come si produce il nemico, il secondo ci dice a cosa serva. Schmitt aggiunge un secondo elemento decisivo e cioè l’affermazione secondo cui sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Il potere reale non si misura nelle leggi ordinarie, ma nella capacità di sospenderle. Chi stabilisce che la situazione è abbastanza grave da giustificare misure straordinarie, quello è il vero sovrano, indipendentemente dalla posizione che occupa nella gerarchia formale del potere. Parlamenti, costituzioni, diritto internazionale valgono finché nessuno decide che non valgono più. Messo assieme a Girard, Schmitt ci fa vedere che chi sa costruire il nemico sa anche dichiarare l’emergenza e chi dichiara l’emergenza è colui che decide.
Il terzo anello è Leo Strauss, e qui la catena acquista la sua forma definitiva. Strauss è il filosofo dell’esoterismo politico. La sua tesi centrale, sviluppata in Persecution and the Art of Writing , è che i grandi pensatori hanno sempre scritto su due livelli. «La persecuzione – scrive Strauss – dà origine a una peculiare tecnica dello scrivere, e con ciò a una peculiare forma di letteratura, nella quale la verità su tutte le questioni cruciali è presentata esclusivamente tra le righe. Tale letteratura è indirizzata non a tutti i lettori, ma soltanto a quelli fidati e intelligenti. Come può un uomo compiere il miracolo di rivolgersi, attraverso una pubblicazione, a una minoranza, rimanendo in silenzio nei confronti della maggioranza dei suoi lettori? Il fatto che rende possibile questa letteratura può essere sintetizzato nell’assioma secondo cui gli uomini superficiali sono lettori distratti, mentre solo gli uomini riflessivi sono lettori attenti. Pertanto, un autore che desideri rivolgersi esclusivamente agli uomini riflessivi non deve fare altro che scrivere in modo tale che solo un lettore molto attento possa cogliere il significato del suo libro» (University of Chicago Press, 1988, p. 25). Uno strato accessibile a tutti, che rispetta le convenienze del tempo. Uno strato nascosto, destinato ai lettori capaci di coglierlo. Il motivo non è la vigliaccheria ma la saggezza, perché alcune verità sono troppo pericolose per essere dette in pubblico. I filosofi sanno cose che il popolo non può reggere. Strauss era un pensatore di straordinaria profondità, e la sua tesi ha una base storica reale. Molti filosofi medievali e rinascimentali hanno effettivamente scritto in codice per sopravvivere alla persecuzione.
Ma nelle mani dei suoi lettori contemporanei questa idea si trasforma. Passa dall’essere la descrizione storica di una necessità alla prescrizione politica di un privilegio. Se i filosofi hanno sempre scritto su due livelli, allora chi possiede la verità ha non solo il diritto ma il dovere di non condividerla con chi non è in grado di comprenderla. La democrazia, che pretende di governare attraverso la deliberazione pubblica, diventa strutturalmente incompatibile con la verità. Chi sa deve agire nell’ombra, non perché sia perseguitato, ma perché in questo modo la sua azione sarà più efficace. Qui la catena si chiude. Girard spiega come si costruisce il nemico. Schmitt spiega perché il nemico serve al potere. E Strauss, infine, spiega perché chi gestisce questo meccanismo non ha né l’obbligo né l’interesse a renderlo trasparente. I tre livelli, quello antropologico, quello giuridico e quello epistemico, si saldano in un’architettura teorica coerente. È all’interno di questa architettura che Peter Thiel si è formato e che ha trovato il linguaggio per tradurre in progetto politico ciò che i suoi maestri avevano elaborato come quadro teorico. Il passo successivo, come cioè Thiel ha operato questa traduzione, quali strumenti ha usato, quale rete ha costruito, sarà il tema della prossima puntata de “La Monarchia della Paura”. Per concludere, qua, basta registrare il punto di arrivo di questa genealogia. L’idea, cioè, che la sicurezza, oggi, sia il campo nel quale un’élite tecno-finanziaria può esercitare un potere che la democrazia non potrebbe né capire né legittimare, e che questo sia non solo accettabile ma necessario, non è nata dal nulla. Ha radici profonde, autori precisi, una logica interna stringente. Capire da dove viene questa cultura non serve a giustificarla. Serve a smettere di sottovalutarla.
(4 - continua)
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