Sette anni di produzione per il film che rievoca Michael Jackson
Debutto mondiale a Berlino per il biopic sul re del pop, interpretato dal nipote Jafaar

Un romanzo di formazione per raccontare la scoperta di un talento fuori dal comune, un doloroso percorso di emancipazione famigliare e la nascita di un mito.
L’attesissimo film su Michael Jackson ha visto finalmente la luce a sette anni dall’annuncio del biopic ed è stato presentato lo scorso venerdì in anteprima mondiale a Berlino, nell’ambito di un Global Fan Celebration che ha visto la partecipazione di migliaia di fan pronti a sfoggiare gli abito più iconici del re del pop. Berlino era stata infatti una delle tappe più significative del Bad World Tour, cominciato a Roma e approdato in una città ancora divisa da un muro che stava però per crollare anche sotto il peso della musica capace di unire i fan di Est e Ovest.
E così tra “foto opportunity”, postazioni interattive, magliette brandizzate, snack e tutto quanto fa spettacolo nell’era dei social, si è consumato all’insegna dell’“amazing” (“sorprendente” è stata la parola chiave di questa celebrazione mondiale) l’evento pop Universal, che distribuirà Michael nelle nostre sale il prossimo 22 aprile. Tra i partecipanti tanti giovanissimi, forse i nipoti di chi negli anni Ottanta, da adolescente, sveniva ai suoi concerti, cantava le sue canzoni e imparava i celebri passi della moonwalk.
Sul tappeto rosso della Uber Arena ha trionfato il protagonista del film, Jaafar Jackson, nipote di Michael, che in tutti questi anni ha meticolosamente studiato l’enorme mole di materiale sullo zio, morto nel 2009 quando lui aveva solo 12 anni, non per imitare l’inarrivabile popstar, ma per diventare lui e restituirne lo spirito. Al suo fianco, tra gli altri, lo straordinario Juliano Valdi, per la prima volta sullo schermo, che interpreta Michael tra gli 8 e 10 anni, e Nia Long che vediamo nei panni della madre Katherine.
Alla festa hanno partecipato commossi tre dei fratelli di Michael, ovvero Jermaine (padre di Jafaar), Marlon e Jackie, ma anche due dei suoi tre figli, Prince e Bigi, mentre si sono chiamate fuori dal progetto la sorella Janet e la figlia Paris.
A sostenere il film diretto da Antoine Fuqua (un regista che abbiamo sempre associato a film di azione), scritto da John Logan, prodotto da Graham King, costato, si dice, 155 milioni di dollari e fiducioso di incassarne almeno 700 in tutto il mondo, è l’Ente impegnato ad amministrare il patrimonio e i diritti di Michael Jackson, che nel film incontriamo per la prima volta nel 1988, in occasione del già citato World Bad Tour, il suo esordio da solista. Prima dell’esibizione londinese nello stadio di Wembley, tutto esaurito con 550mila spettatori, torniamo indietro nel tempo, al 1966, quando il dispotico e violento Joe Jackson (interpretato da Colman Domingo), padre di nove figli, decide che è arrivato il momento di far conoscere al mondo il talento dei suoi Jackson 5. Un gruppo esplosivo che vede come frontman il piccolo Michael, un bambino di soli 8 anni, ma già talentuosissimo e determinato, a farsi strada forgiato dalla musica e dai movimenti di James Brown, ma anche dalle cinghiate del padre che lo priva della sua infanzia per consegnarlo alla leggenda.
Il film prosegue con alcuni degli episodi più noti della vita di Michael, dall’incontro con il suo mentore Quincy Jones alla realizzazione del video di Thriller diretto da John Landis, che su MTV segnò una vera rivoluzione nella storia dei video musicali, e all’incidente sul set di uno spot pubblicitario della Pepsi il 27 gennaio 1984 nello Shrine Auditorium di Los Angeles, quando i capelli di Michael presero fuoco e fu necessaria la ricostruzione di parte del cuoio capelluto. Un evento – come ha sottolineato ieri il make up designer truccatore Bill Corso – destinato a segnare un vero spartiacque nella vita e nella carriera di un artista in cerca della propria autonomia da un padre che non accettava la sua carriera da solista. E non mancano alcuni dei concerti più celebri, tra giubbotti di pelle, guanti, mocassini, calze bianche e una trentina tra le canzoni più famose, che hanno scatenato in sala l’entusiasmo dei fan. E ancora, il suo amore per gli animali e le sue attitudini filantropiche.
Ma è sulle complesse relazioni famigliari e sull’eredità artistica di Michael che si concentra il film. Fuori dunque gli anni Novanta con tutto il suo spinoso bagaglio di scandali, battaglie legali ed eccessi, e focus sul percorso di crescita di un giovane deciso a diventare la più grande star del mondo.
Per interpretare Michael, Jafaar dice di aver ballato fino a farsi sanguinare i piedi, dedicandosi a un durissimo allenamento per convincere prima di tutto se stesso di essere la persona giusta per interpretare suo zio, nonostante non avesse mai recitato prima. Ad allenarlo ci hanno pensato Rich e Tone Talauega, che hanno curato in passato le coreografie di Jackson e lavorato a MJ The Musical del 2022.
«Per anni – racconta Jafaar Jackson – ho taciuto anche con la mia famiglia sulla possibilità di interpretare questo film. Volevo essere prima sicuro di esserne all’altezza. Per sei mesi ho studiato recitazione interpretando scene di altri film, poi ho cominciato a lavorare sulla sceneggiatura di Michael e con altri attori, fino all’approdo allo screen test. La prima sequenza che abbiamo girato è una delle più impegnative, quella del concerto del Bad World Tour: è stato come essere lanciati nel punto più profondo dell’oceano, e volevo dimostrare a me stesso, alla mia famiglia e al regista che potevo farcela. È stato commovente per me poter ridare vita a Michael attingendo anche alle mie memorie di bambino, quando studiavo nei minimo dettagli tutti i suoi movimenti nel Dangerous Tour. Non volevo soltanto replicare le movenze di mio zio, ma capire il significato dietro ogni gesto. Essere cresciuto con la sua musica mi ha spinto a sentire profondamente la sua anima, coglierne l’essenza. Non dimenticherò mai la prima volta che ho indossato un abito di scena e ho guardato allo specchio il mio volto truccato: dopo anni di preparazione ero finalmente pronto. La mia speranza è che il film porti insieme nelle sale il pubblico di tutto il mondo e che riesca a raccontare chi era veramente Michael, mostrando l’energia e le fragilità dell’uomo dietro le quinte».
«Il fatto che il film si chiami semplicemente Michael – precisa il regista – la dice lunga sul nostro desiderio di umanizzare una icona, privilegiando i momenti in cui affronta le proprie insicurezze. Abbiamo cercato di avvicinarsi a lui il più possibile con rispetto e autenticità”.
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