Nel laboratorio dei sopravvissuti alle mine si restituiscono le gambe al Myanmar

di Angela Napoletano, inviata a Ban Mai Nai Soi
Il Paese ha il numero più altro al mondo di persone uccise da ordigni antiuomo. Al campo di Ban Mai Nai Soi arrivano anche tanti mutilati. Ma manca il materiale per rimetterli in piedi
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June 1, 2026
Nel laboratorio dei sopravvissuti alle mine si restituiscono le gambe al Myanmar
Nel laboratorio di protesi destinate ai feriti delle mine anitiuomo. Qui lavorano giovani, a loro volta, mutilati
Un mucchio di stampelle giace in un angolo della stanza inondata dal profumo delle gardenie. Ce ne sono di tutti i tipi, “canadesi” e ascellari, e di tutte le altezze. Poco più in là, un letto di tavole, tre materassini, un vecchio sollevatore meccanico e una parallela con lo specchio. È l’interno del capanno che, nel campo, funge da ricovero per chi, qui, ci arriva su una lettiga o sulle spalle di un compagno. Non con le proprie gambe: quelle sono andate perse su una mina.
Il Myanmar è il Paese con il numero più altro al mondo di persone uccise da ordigni antiuomo. Vengono piazzati ovunque: vicino ai posti di blocco, alle centrali elettriche e ai ripetitori delle telecomunicazioni come pure nelle risaie, sui ponti e nei villaggi, in prossimità di scuole, chiese e monasteri. Mutilano anche le mucche e gli elefanti. Secondo alcune testimonianze, i militari costringono i civili a indossare le mimetiche e a camminare davanti ai propri mezzi per testare il terreno. Se rimangono feriti, vengono semplicemente lasciati morire.
I ragazzi che lavorano al centro protesi di Ban Mai Nai Soi sono loro stessi sopravvissuti all’esplosione di una mina. Il più esperto è Soe (il nome è di fantasia), un ventenne di Demoso. «Ho perso la gamba sinistra tornando al villaggio da cui ero scappato. Era stata piazzata proprio all’interno del nostro compound». Qualcuno, così raccontano gli amici arrivati al centro per aiutarlo, l’ha trovata addirittura in casa. Il giovane ci mostra con orgoglio il laboratorio in cui trascorre le sue giornate. I calchi delle cosce sono separati da quelli dei polpacci. Nella teca in legno blu sono organizzate le pinze e i seghetti. Il fondo di uno scaffale è adibito alle scarpe destinate a vestire i nuovi piedi.
«Abbiamo diverse commissioni ma – sottolinea – non riusciamo a evaderle tutte perché non abbiamo materiale a sufficienza. Servono garze, calce, garza e plastica. Non possiamo permetterci di meglio». Sotto il tavolo da lavoro è riposto un ferro da stiro a carbone del primo Novecento. «In assenza di elettricità lo usiamo per sciogliere le bottiglie di plastica e avere qualcosa con cui proseguire la lavorazione», spiega.
Una tabella affissa nella bacheca sintetizza, in inglese e birmano, le attività contemplate dal piano di riabilitazione: niente di più che distribuzione dedicata di cibo, una volta al mese, e sessioni di informazione sui rischi legati a ictus e paralisi.
Tin, 64 anni, originario di Shadaw, è ex militare delle forze di resistenza. Ha gli occhi spenti e il viso contrito. Mentre parla si stringe alla tracolla in tela beige che ha sul petto come se fosse l’unica cosa che possiede. Racconta di essersi imbattuto in una mina antiuomo durante una perlustrazione: «In una frazione di secondo mi ha strappato via l’intera gamba. Sono svenuto. Sarei morto se un amico non mi avesse soccorso». L’uomo ha ricevuto nel campo la protesi che, oggi, gli consente di camminare. Si alza i pantaloni larghi e invita a guardarla: l’anca è appena appoggiata sul dispositivo. «Posso fare solo piccoli passi e molto lentamente. Fa male, tanto male».
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. E' possibile contribuire attraverso questo link.      

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