Siamo entrati nel campo di Ban Mai Nai Soi, dove 10mila profughi birmani aspettano una pace che non arriva mai

di Angela Napoletano, inviata a Ban Mai Nai Soi
Situato al confine nord della Thailandia, accoglie i disperati in fuga dalla guerra civile che dilania il Myanmar. Due chilometri più in là, si combatte
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May 31, 2026
Siamo entrati nel campo di Ban Mai Nai Soi, dove 10mila profughi birmani aspettano una pace che non arriva mai
Case in bambù, palme intrecciate e foglie di fico fiancheggiano una strada sterrata che attraversa il campo profughi
La scritta blu che emerge dalla polvere di un cartello arrugginito ricorda che Ban Mai Nai Soi è un «rifugio temporaneo». Eppure, sta qui già da più di trent’anni, in un angolo della foresta tropicale al confine nord tra Thailandia e Myanmar, ad accogliere i birmani in fuga dalle folate della guerra civile che dilania il loro Paese. Siamo nell’anno 2.569 del calendario thai ma il tempo, all’interno del campo, è come sospeso nell’attesa perenne della pace. Cristallizzato dalla paura delle bombe che, solo due chilometri più in là, cadono giorno e notte e fanno tremare la terra fino a qui.
Ban Mai Nai Soi è un limbo con più di 10mila anime. Dalla Thailandia è raggiungibile solo attraverso un sentiero dissestato che squarcia un tratto della giunga della provincia di Mae Hong Son segnato dai pali nascosti tra le felci a offrire sacrifici agli spiriti della foresta. L’accesso si staglia al di là di un posto blocco allestito con un altarino buddista su un lato e un gabbiotto sull’altro. Gli agenti in mimetica registrano i nomi di chi entra e di chi esce su un banchetto che nasconde maldestramente la vista di un’amaca srotolata su due grossi caschi di banane.
La vita che pulsa oltre la barriera bianca e rossa è un via vai di motorini che si arrampicano sulle colline sfidando le ripide di terra rossa addolcite da una fitta trama di torrenti. La stagione delle piogge è appena cominciata: tra qualche giorno sarà di nuovo il tempo delle piene che inghiottono i ponticelli e che spingono la melma fin dentro gli alloggi.
I bambini che vivono all'interno del campo
I bambini che vivono all'interno del campo
Il caldo è asfissiante. A mezzogiorno, il termometro segna 37 gradi e umidità all’87 per cento. Si appannano gli occhiali. Due donne ci aspettano all’ombra di una tettoia sul retro di una chiesa con la facciata in palme intrecciate. I loro nomi, come tutti quelli delle persone che abbiamo incontrato, sono di fantasia. La guerra in Myanmar non può essere raccontata se non attraverso la testimonianza di chi è fuggito alla furia della giunta militare lasciandosi dietro amici o parenti. È per proteggere questi che si parla piano. La piovra delle spie a caccia di informazioni sulla resistenza ha tentacoli ovunque.
La maggior parte degli uomini, delle donne e dei bambini che vivono nel campo sono del Karenni, lo Stato semi autonomo del Myanmar, al confine nord della Thailandia, dove i cristiani sono più del 30%. Qui, l’offensiva dell’esercito è particolarmente spietata. L’aviazione bombarda pesantemente città e villaggi per piegarne la fiera resistenza. Elisabeth racconta di aver lasciato il suo villaggio tre anni fa, insieme ad altre undici persone, con due coperte e una piccola borsa come unico bagaglio. «Ho camminato per giorni e giorni nella foresta, il primo luogo in cui trova riparo chi scappa. Era agosto e pioveva tanto. Avevamo solo foglie di banano a proteggerci. Per arrivare al campo abbiamo dovuto attraversare un fiume in piena. Io non so nuotare e l’acqua mi arrivava fino al petto». Oggi sorride della paura che ha vissuto in quel momento: «Non avevo altra scelta, dovevo buttarmi». Parla ma non riesce a stare ferma: si sistema il fiorellino bianco incastrato nella coda in cui sono avvolti i capelli brizzolati, si sventola con un cappellino, sgomita scherzosa l’amica che le siede accanto: «Abbiamo la stessa età, ma lei ha denti migliori dei miei».
Emma è invece arrivata l’anno scorso. È malata. Soffre di diabete e ipertensione. Le sue condizioni non gli avrebbero mai permesso di affrontare un viaggio a piedi. «I miei otto figli hanno fatto una colletta per raccogliere il denaro con cui mi sono assicurata un posto in un furgone con altre diciotto persone. Siamo arrivati a destinazione, al confine, dopo 12 ore di strada». La somma versata per la fuga è di 300mila kyat (poco più di 120 euro) che equivalgono al costo di due sacchi di riso da 45 chili. Una fortuna per i birmani che soffrono in povertà le conseguenze della guerra. In Myanmar l’inflazione è talmente alta (oltre il 30 per cento) che l’invio di aiuti in contanti è problematico: pile di carta, troppo ingombranti. Chi si imbatte nell’impresa di attraversare clandestinamente il confine, via terra o via fiume, per portare conforto alla popolazione privilegia ormai solo il riso. I soldi non possono comprarlo perché non ce n’è.
Joanni ha lo sguardo stanco, rassegnato alla polvere della strada e alla bellezza delle bouganville che la costeggiano. È un generale dell’esercito del Karenni arrivato al campo per trascorrere con la sua famiglia qualche giorno di licenza. «Tra neppure un mese devo tornare alle armi – sottolinea – c’è una rivoluzione da combattere». Mentre parla si massaggia la coscia: «Mi fa male, ho un proiettile conficcato tra l’osso e il nervo». La guerra lo ha segnato non solo nel corpo. «Il ricordo delle atrocità di cui ho fatto esperienza mi toglie il sogno. L’immagine che proprio non riesco a togliermi dalla testa è quella di una donna incinta che ho visto morire in un villaggio che l’esercito della giunta aveva appena abbandonato. Non era ferita, è stata uccisa dalla fame. Lo ammetto, ho pianto».
Chi riesce ad arrivare al campo deve provvedere da sé all’alloggio. Si buttano giù gli alberi della giungla per fare posto a casette sopraelevate in bambù e foglie di fico violino. Il sistema antincendio è fatto di sacchetti di plastica pieni di acqua appesi all’esterno, sotto lo spiovente del tetto, da utilizzare in caso di necessità. Non c’è elettricità se non quella prodotta da qualche piccolo generatore. I negozi allestiti nelle baracche vendono bottigliette di vino di riso fatto in casa e bustine di noci, piselli secchi e bacche. A molti piace masticare kun-ya, “caramelle” in foglie di betel, ripiene di semi di palma, spezie e tabacco, che tingono bocca e denti di rosso. Si dice che siano un energizzante naturale e che aiutino a non sentire i morsi del digiuno. L’accesso al cibo non è scontato. Ogni giorno, le donne imbracciano le gerle e si spingono nella foresta per andare a raccogliere le erbette con cui arricchire il poco da mettere in tavola: prevalentemente pollo e brodo di durian cucinati sul carbone.
Un tempo qui c’era un presidio del governo americano che finanziava le Ong impegnate nella distribuzione degli aiuti. Il taglio dei fondi Usaid disposto dall’Amministrazione Trump ha paralizzato ogni tipo di attività. L’ufficio su cui svetta la scritta US Department è oggi un deposito di motorini.
La sala per le pazienti donne allestita nell'ospedale del campo
La sala per le pazienti donne allestita nell'ospedale del campo
Poco più in là, si trova la clinica del campo. In bambù anche questa. Il responsabile, Sere, ce la fa visitare. Un gattino dorme accovacciato sul cuscino di uno dei sei letti allestiti nella stanza dedicata alle pazienti donne. Nella sala accanto, quella per i maschi, c’è un ragazzo ricoverato per problemi respiratori: i più diffusi nel campo oltre a scabbia e malnutrizione. «No, qui non c’è nessun medico – spiega Sere – ma tutti gli operatori hanno avuto una buona formazione e maturato ormai una discreta esperienza». «Certo – ammette – non basta». La calma con cui ci racconta la routine dell’assistenza quasi ne addolcisce la drammaticità. «Queste sono le ultime medicine che ci rimangono – sottolinea indicando gli scaffali di una stanza sul retro – non abbiamo quasi più niente. Ci manca persino il paracetamolo». «In caso di emergenza – prosegue – dobbiamo trasferire i pazienti all’ospedale di Mae Hong Son risalendo la ripida vallata nel bosco ma non abbiamo neppure un’auto nostra, dobbiamo prenderla in prestito e trovare il modo di pagare la benzina». Dietro il banco dell’accettazione si apre una stanzetta allestita solo con una sedia e un letto protetto da un velo rosa come zanzariera. È lo spazio in cui vengono accolti i pazienti con problemi di salute mentale come ansia, depressione o stress post traumatico. «Da noi arrivano anche persone senza occhi e senza gambe riuscite in qualche modo a superare il confine – argomenta – ma tanti sono i feriti nell’anima».
Fuori dalla clinica, una mamma allatta un neonato in attesa di essere visitato. Una bambina di neppure cinque anni cerca, da sola, di mettere in moto un motorino mentre un altro, avrà più o meno la stessa età, tortura di carezze un cagnolino bianco e nero. È la vita nuova che non conosce altro mondo se non quello all’interno del campo e che la guerra potrebbe tenere, qui, ferma ancora a lungo. «Signora, ma che lingua parla?», chiede in birmano un ragazzino con la frangetta che gli incornicia la fessura degli occhi: «Non so cosa sia l’italiano, ma penso che sia bellissimo». 
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. E' possibile contribuire attraverso questo link.      

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