Un coro di no al Cpr campano: «Servono diritti e inclusione»

Tante le adesioni all'iniziativa delle Diocesi di Capua e Caserta che rifiutano un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno. Piantedosi pronto a incontrare l'arcivescovo Lagnese
April 28, 2026
Un coro di no al Cpr campano: «Servono diritti e inclusione»
Riscuote sempre più consenso l'appello delle Diocesi campane contro il Cpr a Castel Volturno
«Diciamo con forza no alla realizzazione del Cpr a Castel Volturno e facciamo appello al Governo e alle istituzioni perché si apra un confronto aperto con gli enti locali, le realtà del territorio e i cittadini e le cittadine per costruire, insieme alla società civile, soluzioni sostenibili, che tengano conto del territorio e del suo ambiente. Che sappiano tenere insieme diritti, inclusione, legalità». Si conclude così l’appello delle diocesi di Capua e Caserta (rette dall’arcivescovo Pietro Lagnese) contro la decisione del governo di realizzare un Centro di permanenza per il rimpatrio nella cittadina casertana, simbolo di degrado ed emarginazione per migliaia di immigrati.
Un appello che ha raccolto importanti adesioni: la Conferenza episcopale campana, Caritas italiana, Fondazione Migrantes, Acli, Sant’Egidio, Forum del Terzo settore, Forum delle famiglie, Emergency, don Luigi Ciotti e Libera, Legambiente, e tante associazioni, docenti universitari, politici campani. Il documento è stato presentato a Castel Volturno, nel Centro immigrati Fernandes, esempio positivo di accoglienza e condivisione, affollatissimo da tante persone che da anni sono al fianco dei migranti. «Siamo qui non solo per dire “no” al Cpr – ha spiegato l’arcivescovo Lagnese – ma perché sogniamo coi nostri fratelli migranti una Castel Volturno nuova, una città dell’amicizia tra uomini di buona volontà». Quella contro il Cpr, ha sottolineato Lagnese, «è una protesta dovuta, come cristiano, come pastore, come cittadino che crede nella Costituzione». Il presule lamenta che «il territorio non è stato coinvolto», mentre «vogliamo essere promotori di un dialogo col ministro Piantedosi». Che, fa sapere il coordinatore regionale della Lega in Campania, Gianpiero Zinzi, «ha confermato la sua piena disponibilità a un incontro con l’arcivescovo, per illustrare nel merito un progetto che è a favore del territorio e delle comunità locali». Aspetti, questi ultimi, al centro delle contestazioni. «Il Cpr è un’offesa alla dignità delle persone – accusa Lagnese –, un luogo dove la libertà viene limitata, e inutile perché non risolve neanche i problemi di sicurezza. Serve altro: educazione, promozione della vita, solidarietà».
È quanto afferma anche Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Commissione per le Migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes: «I Cpr sono luoghi indegni. Invece di colpire i trafficanti si colpiscono le vittime, costrette a lavorare e vivere irregolarmente. È una cosa vergognosa: invece di usare fondi per l’integrazione si finanzia un luogo di violazione dei diritti umani». Non sono meno forti le parole di Giuseppe Mazzafaro, vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti e responsabile del settore Migranti per la Cec. «Tutti vogliamo una società sicura ma i Cpr non sono la soluzione. La sicurezza o è per tutti o è di nessuno. I muri non difendono. Bisogna creare condizioni di incontro tra italiani e immigrati. Castel Volturno non ha bisogno di Cpr ma di investimenti, di assistenti sociali, di insegnanti, di uno sguardo verso il futuro e non miope». Lo sa bene Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes: «Sono terrorizzato dalla scelta del Cpr. Aspettavamo dallo Stato un aiuto per i più fragili e invece riceviamo un peggioramento. Qui ci sono uomini, donne e bambini che considerano questa terra la loro casa. Il Cpr è spezzare la ali della speranza». E spesso anche la vita, come denuncia Gianluca Mastrovito, delegato nazionale delle Acli per l’immigrazione a nome del Tavolo asilo: «Condizioni senza dignità, strutture fatiscenti, uso di psicofarmaci senza una corretta informazione, opacità sui dati, persone vulnerabili. Così dai Cpr non sempre si esce vivi».

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