Dal Perù alle trincee del Donbass: i migranti ingannati e arruolati dall'altra parte del mondo
di Nello Scavo
Offerte di lavoro, addestramento, poi la guerra Le testimonianze raccontano una filiera transnazionale che collega America Latina, Africa ed Europa orientale. E la Russia respinge le accuse

Un corso di addestramento e una offerta di lavoro. Sono volati così da Lima a Mosca diversi cittadini peruviani di cui poi si sono perse le tracce. Fino a quando le loro spoglie non sono tornate dal campo di battaglia: 8 morti e 5 feriti. Le famiglie segnalano oltre cento casi tra morti e dispersi, con contatti interrotti da settimane. Le testimonianze raccolte in questi giorni convergono su un meccanismo ricorrente, già venuto a galla quando da alcuni Paesi africani erano partite denunce contro Mosca, accusata di avere arruolato con l’inganno numerosi combattenti. Anche nel caso dei peruviani gli arruolatori hanno fatto ricorso a offerte di impiego veicolate via social o attraverso intermediari locali che offrivano un periodo di addestramento finalizzato all’impiego nella sicurezza privata o in altri settori. Una volta arrivati in Europa orientale o in Russia, i lavoratori vengono reindirizzati verso unità combattenti. In diversi casi mancano contratti formali; in altri, le condizioni vengono modificate unilateralmente. Cittadini dal Sudamerica, provenienti da Paesi tra cui anche Colombia e Messico, risultano anche sul versante ucraino, dove però vengono arruolati nella “International Legion for the Defence of Ukraine”, con inserimento rapido e impiego diretto sulla linea del fronte.
Famiglie e legali in Perù parlano di una rete transnazionale che connette America Latina ed Europa. La filiera dell’arruolamento è stata descritta da un peruviano di 41 anni catturato dalle forze ucraine. L’uomo chiede di non essere inserito nelle trattative per lo scambio di prigionieri. Non intende tornare in Russia. Ha raccontato di aver raggiunto Mosca con un visto turistico, dopo aver ricevuto la promessa di un impiego e di uno stipendio che gli avrebbe permesso di inviare denaro ai familiari in Perù. Fino a quando, secondo la sua testimonianza, è stato rapito e privato del passaporto, con la minaccia di venire arrestato se non avesse firmato un contratto con le forze armate russe. Dopo un addestramento superficiale è stato inviato in prima linea con altri, dove ha abbandonato la posizione avvicinandosi alle linee ucraine per farsi catturare. Il motore per molti è la povertà. Secondo stime di un’inchiesta dell’agenzia Reuters, oltre 1.700 africani provenienti da più di trenta Paesi sarebbero oggi coinvolti nei ranghi di Mosca. Numeri difficili da verificare in modo indipendente, ma coerenti con quanto emerso già nel 2024: il ricorso a manodopera straniera per compensare le perdite e sostenere la pressione sul fronte. Il Kenya è diventato il caso più noto. Rapporti interni e ricostruzioni giornalistiche parlano di centinaia, forse oltre mille cittadini reclutati. Nairobi ha denunciato l’esistenza di reti di intermediazione e ha avviato contatti con Mosca per bloccare nuovi arruolamenti. Un’intesa annunciata a marzo punta proprio a fermare il flusso. Anche il Ghana ha aperto un’inchiesta. Le autorità hanno segnalato decine di morti tra i propri cittadini. In Sudafrica sono emersi casi di giovani attratti da contratti di lavoro e poi trasferiti in zona di guerra. Alcuni hanno inviato messaggi di richiesta d’aiuto dal Donbass. Hanno raccontato di essere stati ingannati da una parlamentare, la figlia dell’ex presidente Zuma. Secondo analisi di intelligence europee, tra cui quelle dei servizi segreti estoni, il reclutamento può coinvolgere anche studenti africani già presenti in Russia, intercettati attraverso programmi di cooperazione o offerte di formazione. Mosca respinge le accuse e parla di arruolamenti volontari. Per molti governi africani la questione è delicata. Denunciare gli abusi significa entrare in attrito con la Russia, partner politico ed economico in diverse aree del continente. Il risultato è una cautela diplomatica che rallenta le reazioni ufficiali, mentre i casi continuano ad emergere.
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