Gli universitari italiani hanno iniziato a vietarsi il cellulare da soli

Dopo il bando alla "scuola dell'obbligo", centinaia di matricole hanno aderito al progetto Lockbox, che permette la "disconnessione attiva" dalle app che bruciano più attenzione
April 30, 2026
Gli universitari italiani hanno iniziato a vietarsi il cellulare da soli
Uno dei lock point Luiss in cui avviare (o interrompere) le sessioni di "disconnessione attiva"
Per Francesco De Fonte, studente al terzo anno di Medicina, frequentare l’università con il cellulare in mano «è diventato impossibile». «Non è solo un intralcio per studiare durante le sessioni d’esame – spiega – ma anche un ostacolo al mantenimento dell’attenzione per più di venti minuti a lezione. Basta una notifica e compulsivamente torno con lo sguardo sullo smartphone». Per questo, il giovane ha adottato da anni una strategia per tenere alta la concentrazione che, però, funziona solo con il suo gruppo di compagni dell’università Campus bio-medico di Roma: «Ci sequestriamo il cellulare a vicenda quando dobbiamo studiare, perché ci fidiamo gli uni degli altri: è un po’ come resistere al richiamo delle sirene». In realtà, quello di De Fonte, non è un caso isolato: il 77% degli studenti italiani confessa una forma di dipendenza da smartphone, secondo gli ultimi sondaggi dell’Associazione social warning – Movimento etico digitale, e il 90% riconosce un impatto diretto del cellulare sul proprio benessere psicofisico. È per questo che le stesse matricole, alle quali non si applica il divieto di cellulare che vige nella “scuola dell’obbligo”, hanno progettato da sole un’applicazione per bloccare le funzioni più disturbanti degli smartphone: si chiama Lockbox e negli atenei romani della Luiss e del Campus bio-medico ha già raccolto centinaia di adesioni spontanee.
I due progettisti definiscono quella degli universitari della Capitale «disconnessione attiva». In pratica, si tratta di un divieto al cellulare virtuale e su base volontaria. Il meccanismo è semplice: lo studente scarica l’applicazione sul proprio smartphone, seleziona quali sono le applicazioni da inibire (a partire da tutti i social network) e avvia la sessione di disintossicazione agganciando il cellulare a uno dei “lock point” fisici sparsi per l’ateneo. Vere e proprie scatole, posizionate lungo i corridoi o fuori dalle aule universitarie, che permettono di avviare o interrompere l’applicazione. «Esistono varie modalità di disintossicazione – spiega Giulia Violati, cofounder di Lockbox e neolaureata in Economia e Management alla Luiss –. In quella più “dura” non arriva nessuna notifica e restano attive solo le chiamate di emergenza. La scelgono in molti. Poi esiste una modalità più flessibile, pensata per tenere accesi strumenti di lavoro come le e-mail». In ogni caso, lo sblocco del cellulare è possibile solo nelle aree previste dalle università. «Serve per impedire agli studenti di sbloccare compulsivamente lo smartphone – commenta Violati – ma, in caso di bisogno, concediamo cinque sblocchi autonomi al mese».
La necessità di allontanarsi dal cellulare per mantenere livelli di attenzione sufficienti allo studio, in realtà, è condivisa dagli universitari in tutto il mondo. Il Digital Wellness Lab del Boston children’s Hospital americano ha rivelato lo scorso anno che oltre la metà degli adolescenti percepisce lo smartphone come una distrazione significativa. Proprio a partire da questi studi, condotti dal centro statunitense in cui si è formato uno dei fondatori di Lockbox, ha preso avvio il progetto. «Alla base, però, c’è anche un’esigenza del tutto personale – aggiunge D’Amico, ricercatore alla Harvard medical school –. Negli anni del liceo, la mia mente era satura a causa dei social network. Al tempo li cancellai del tutto, ma ho capito dopo anni che non era una soluzione definitiva, perché sono stato escluso da molte dinamiche giovanili. Così, ho capito che la tecnologia stessa poteva aiutarmi a trovare strade per controllarla». Per incentivare gli studenti alla disintossicazione, Lockbox prevede anche un meccanismo a premi: «Per ogni ora di blocco, si accumulano monete virtuali che possono essere usate anche per acquisti nella vita reale – precisa Violati –. Ma non sono previste estrazioni, lootbox o scommesse simili al gioco d’azzardo».
Al Campus bio-medico, a poche settimane dall’introduzione, centinaia di studenti hanno già provato Lockbox. Con risultati incoraggianti. «È uno strumento concreto per vivere in modo più consapevole il rapporto con il digitale e con le relazioni – spiega il professor Emiliano Schena, prorettore alla didattica dell’ateneo –. Incentiva la formazione integrale e il dialogo tra studenti, senza che venga limitato dall’iperconnessione». Al momento, il progetto riguarda solo due università a Roma ma, nelle intenzioni dei due fondatori, presto potrebbe essere attivo anche in molti altri atenei statali.

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