Gli studenti di Pozzuoli combattono la povertà educativa, facendo ricerca con Istat
di Andrea Ceredani, inviato a Napoli
Tra i primi in Italia, hanno indagato l'impatto delle fragilità socioeconomiche di partenza. Il risultato? La metà si sente "invisibile" e il 18% non rispettato dai docenti

«La vera povertà educativa oggi non è l’insufficienza in matematica, ma il silenzio relazionale». A questa conclusione sono giunti gli studenti dell’istituto “Giovanni Falcone” di Pozzuoli, in provincia di Napoli, dopo aver misurato – tra i primi in Italia, con l’aiuto di Istat – le conseguenze delle fragilità sociali e familiari sulla loro vita in aula. Parlando di “povertà educativa”, gli oltre 400 alunni intervistati tra i 14 e i 19 anni fanno riferimento a decine di fragilità diverse: dai bassi esiti scolastici alle difficoltà relazionali, dall’impossibilità di accedere ad attività extracurricolari alla scarsa fiducia nel proprio futuro. Hanno misurato, cioè, tutto ciò che nella loro quotidianità subisce l’impatto, a volte disastroso, della precarietà del contesto di partenza. Familiare, socioeconomico o culturale che sia. Quella dell’istituto di Pozzuoli è a tutti gli effetti una sperimentazione, che ha però raggiunto almeno una conclusione evidente agli occhi dei giovani ricercatori: «I dati ci mostrano un ecosistema scolastico in cui la didattica funziona, ma l’individuo scompare – spiegano gli studenti autori del sondaggio –. Per trattenere gli alunni, la scuola deve evolvere da erogatore di nozioni a infrastruttura emotiva». In altre parole, dove mancano famiglia e comunità deve essere la scuola a mettere al centro le esigenze dei giovani.
L’indagine è stata presentata dagli studenti stessi a Napoli, nella più ampia cornice della conclusione dei lavori della prima Commissione interistituzionale Istat per misurare la povertà educativa. Che ha fornito agli studenti di Pozzuoli le due direttrici per il sondaggio interno: da un lato, l’esame del benessere a scuola (459 alunni intervistati) e, dall’altro, un focus sugli stereotipi di genere (393 alunni intervistati). L’idea è che le fragilità socioeconomiche si manifestano, prima di tutto, nello scarso senso di appartenenza alla comunità scolastica e nelle disuguaglianze tra alunne e alunni. «Prima di iniziare questa ricerca ero convinto che la parità di genere in classe mia fosse raggiunta – conferma Yusuf, 15 anni – ma poi ho capito che gli ostacoli delle mie compagne sono maggiori. A partire dall’accesso alle materie scientifiche».
I risultati più preoccupanti sono stati rilevati nel rapporto tra alunni e istituzione-scuola. Il 40% degli scolari dichiara di sentirsi poco coinvolto nella comunità educante e solo il 18% si sente rispettato da tutti i docenti. Il 27%, invece, sostiene di ricevere «rispetto solo da alcuni» insegnanti. «La povertà educativa si combatte creando un ambiente in cui nessuno si senta escluso dalla vita comune», sintetizzano gli studenti. Ma la voce degli alunni, almeno nell’istituto di Pozzuoli, avrebbe ancora poco peso: il 61% si sente poco o per niente coinvolto nelle decisioni che riguardano la vita scolastica e oltre la metà (51%) ritiene che la propria opinione non venga mai presa in considerazione «per migliorare la scuola». Il risultato è che molti studenti si isolano: il 35% gestisce le crisi in autonomia e solo il 15% dice di rivolgersi ai docenti. Per questo, gli alunni chiedono a gran voce (l’81%) l’introduzione di sportelli di ascolto a scuola: «L’isolamento è una forma di fragilità educativa che richiede reti di supporto più visibili – spiegano i giovani autori –. Il benessere emotivo è una condizione fondamentale per l’apprendimento e il successo formativo».
Secondo i ricercatori di Istat, il più importante risultato della sperimentazione di Pozzuoli è l’apertura di una strada replicabile in tutta Italia. Negli scorsi due anni, questionari analoghi sono stati somministrati dall’istituto di statistica a 4.743 studenti in 52 licei e istituti. E i risultati nazionali, pur meno dettagliati, sono analoghi: solo uno studente su dieci chiede aiuto ai docenti in difficoltà, mentre il 60% sente la propria opinione ignorata e uno su due non vede connessione tra studio e futuro. «La povertà educativa spesso non si vede – conclude Enrico Caleprico, membro della Commissione Istat –. Ma non si tratta solo di mancanza di contenuti. È impoverimento di relazioni, fiducia, partecipazione e futuro».
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