Sessanta silos d'acciaio: né blitz né valigette per l'uranio arricchito

Sui social anglosassoni è circolata l'idea di un commando che sottragga i 400 chili di materiale radioattivo. In realtà, il peso effettivo è di 600 e ogni cilindro può contenere al massimo 10 chili
April 28, 2026
Un gruppo di funzionari iraniani e il presidente Massud Pezeshkian ispezionano dei grandi cilindri grigi in uno degli impianti del programma nucleare
Il presidente Massud Pezeshkian (al centro) e alcuni funzionari ispezionano uno degli impianti del programma nucleare/ Alamy
Immaginate un magazzino sotterraneo sotto le colline di Isfahan. File di cilindri d’acciaio grigi, alti quasi quanto un uomo, avvolti in strutture di tubi metallici. Nessun bagliore verdastro, nessun allarme lampeggiante. Solo il silenzio di un materiale che i fisici chiamano “di uso diretto”: nel senso che potrebbe, con il lavoro giusto, diventare un’arma nucleare.
Questi sono i famosi quattrocento chili di uranio arricchito iraniano. La narrativa pubblica ne ha prodotto immagini quasi tutte sbagliate.
L’uranio arricchito iraniano non esiste sotto forma di lingotti metallici, né di polvere radioattiva, né di gas che fuoriesce da contenitori sgangherati. È stoccato come esafluoruro di uranio (UF₆), il composto usato come vettore nel processo di arricchimento nelle centrifughe. A temperatura ambiente si presenta come un cristallo bianco e la consistenza ricorda il salgemma grezzo. Sublima direttamente a 56,5°C a una temperatura appena superiore a quella di una giornata estiva mediorientale, salta lo stato liquido e diventa direttamente gas. Durante l’arricchimento nelle centrifughe viene usato in forma gassosa; una volta completato il ciclo, viene raffreddato, si risolidifica e viene stoccato in cilindri sigillati.
C’è però un dettaglio chimico importante: a contatto con l’umidità dell'aria, l’UF₆ reagisce violentemente producendo uranil fluoruro e acido fluoridrico (HF), un gas corrosivo e tossico. Manipolarlo richiede personale formato, ambienti ermetici, attrezzature dedicate. Non è materiale che si gestisce con i guanti da cucina.
Sui social anglosassoni è circolata l’idea di un commando che ruba il materiale e lo porta via in una valigetta. È una delle semplificazioni più fuorvianti del dibattito.
Il primo problema è il peso. L’uranio non è stoccato in forma metallica pura, ma come UF₆: per 400 chilogrammi di uranio, la massa totale dell’UF₆ corrispondente è di circa 593 chilogrammi, perché l’uranio rappresenta solo i due terzi abbondanti del peso del composto, con volume netto è circa 116 litri.
Ma il problema reale è la sicurezza alla criticità nucleare: il materiale deve essere distribuito in piccoli incrementi, con non più di 10 chlogrammi di UF₆ per cilindro, ciascuno circondato da strutture metalliche separatrici per evitare che i contenitori si avvicinino troppo e inneschino una reazione a catena. Almeno una sessantina di cilindri, quindi, ciascuno nel proprio involucro protettivo. Questi contenitori sono classificati come pacchi di Tipo B, progettati per resistere a impatti fisici, alte temperature e rischi da criticità. Per spostarli servono gru e camion blindati, personale con dosimetri e tute protettive. Un’operazione lenta, ingombrante, visibile dai satelliti. Nessuna jeep, nessuna valigetta.
Prima dei bombardamenti americano-israeliani del giugno 2025, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) stimava che l’Iran detenesse 440,9 chilogrammi di UF₆ al 60%, di cui circa la metà in un complesso sotterraneo a Isfahan, l’unico impianto apparentemente risparmiato dagli attacchi. Natanz ha subito danni al 75%, con oltre 6.000 centrifughe distrutte; Fordow, più profonda e massiccia, ha retto meglio con danni stimati al 30%. Ma oggi la situazione è opaca: l’Iran ha revocato l'accesso all’Aiea nel febbraio 2026, disabilitando telecamere e rimuovendo sigilli. Non sappiamo dove sia finito quel materiale, né quanto ne sia sopravvissuto.
La fisica dell’arricchimento segue una logica controintuitiva. Il salto finale dal 60% al 90%, la soglia militare, richiede solo circa 2 Swu (Separative Work Unit, “unità di lavoro separativo”, una misura di lavoro termodinamico) per chilogrammo, una quantità trascurabile rispetto alle 42 già investite per arrivare al 60%. Il grosso della fatica è già stato fatto. Secondo l’Aiea, quei 440 chili, se arricchiti ulteriormente, sarebbero stati sufficienti per circa 10 armi nucleari. Va però aggiunta una distinzione cruciale: produrre materiale fissile al 90% potrebbe richiedere settimane in condizioni normali (per l’Iran, sotto embargo, i tempi si possono misurare in mesi), ma costruire un'arma completa e dispiegabile, estrarre chimicamente l’uranio, forgiarlo in sfere metalliche, assemblare i dispositivi esplosivi, richiede da diversi mesi a un anno. Breakout time (il tempo che l’Iran impiegherebbe a produrre abbastanza materiale fissile arricchito al 90%) e bomba funzionante sono due cose molto diverse.
Quella massa di cristalli bianchi non è né la polvere radioattiva dei film di spionaggio né un oggetto tascabile. È un carico industriale pesante, chimicamente aggressivo, logisticamente impossibile da sottrarre in silenzio.
Ma la preoccupazione strategica è fondata lo stesso, non perché qualcuno possa rubarlo, ma perché un Paese che ha già compiuto il 95% del lavoro tecnico verso l’arma, e ha chiuso le porte agli ispettori, occupa una zona di ambiguità nucleare deliberata e difficile da gestire. Quei cilindri grigi spostano l’ago della bilancia globale non perché qualcuno li possa muovere facilmente, ma proprio perché non si possono ignorare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA