Iran, ecco perché l'accordo firmato da Obama sul nucleare resta una base anche per Trump
L’intesa del 2015 affossata dall'attuale presidente americano puntava su limiti e controlli ma ammetteva il programma per uso civile. Oggi il tycoon insiste sul fatto che la sintesi da trovare sul programma atomico di Teheran possa essere ancora più ampia, ma di fatto è costretto a ripartire dagli stessi punti che ha rinnegato

Mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano sospesi dopo il primo round fallito a Islamabad, l’Amministrazione americana cerca di far passare i punti che avevano segnato il precedente accordo sul nucleare siglato con Teheran: lo stesso dal quale Donald Trump, nel suo primo mandato, aveva ritirato gli Usa. Il presidente insiste infatti sulla necessità di «fermare l’Iran sulla strada verso la bomba atomica» senza ricordare che un’intesa in quel senso era già stata raggiunta sotto la presidenza di Barack Obama.
Il patto in questione è il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), siglato nel luglio 2015 dall’Amministrazione Usa dell’epoca insieme a Iran, Unione Europea, Russia e Cina. Dopo anni di negoziati, Teheran aveva accettato limiti stringenti al proprio programma nucleare: una riduzione drastica delle centrifughe, arricchimento dell’uranio fissato a livelli bassi (3,67%), diminuzione delle scorte e accesso rafforzato degli ispettori internazionali. In cambio, gli Stati Uniti e i partner occidentali avevano concesso un alleggerimento graduale delle sanzioni economiche.
L’obiettivo era di allungare il tempo necessario all’Iran per produrre materiale fissile sufficiente per un’arma nucleare, portandolo da pochi mesi ad almeno un anno. L’intesa non eliminava del tutto il programma nucleare iraniano, ma lo incanalava in modo controllato. Proprio questo punto fu uno dei suoi limiti più contestati: Teheran manteneva il diritto all’arricchimento per uso civile, un compromesso che Trump denunciò come troppo permissivo.
Il repubblicano, infatti, durante la sua campagna elettorale ha definito l’accordo «il peggiore mai negoziato». Una delle accuse più ripetute riguardava i fondi sbloccati a favore dell’Iran, tra cui 1,7 miliardi di dollari. I repubblicani parlarono di «montagne di contanti» consegnati a Teheran, sostenendo che avrebbero rafforzato il regime. Nel 2018, durante il suo primo mandato, Trump annunciò il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Jcpoa, reintroducendo sanzioni pesanti e avviando la strategia della «massima pressione». Da quel momento, l’accordo ha progressivamente perso efficacia: l’Iran ha ripreso ad arricchire uranio oltre i limiti stabiliti e ha accumulato nuove scorte.
Oggi Trump è pronto a inviare, per la seconda volta, il suo vice in Pakistan per negoziare su basi che ricalcano in parte quell’intesa. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana, Washington starebbe valutando lo sblocco di fondi iraniani congelati per una somma fino a 20 miliardi di dollari, in cambio della messa in sicurezza delle scorte di uranio arricchito. Anche i nodi restano gli stessi. Secondo gli analisti, infatti, gli iraniani sono irremovibili sulla questione dell’abbandono completo dell’arricchimento. Restano aperti anche i problemi legati alla verifica degli impegni e alla durata dell’accordo.
Trump insiste che l’intesa che cerca sarà «molto migliore» di quella di Obama e che «garantirà pace e sicurezza». Ma, nei fatti, si scontra con gli stessi compromessi che avevano definito l’intesa siglata dal democratico e da lui stracciata: equilibrio tra sanzioni e incentivi, limiti tecnici ma non assoluti e il rischio di rafforzare economicamente un avversario.
Va però sottolineata una differenza tra il dialogo di allora e quello di oggi. L’accordo del 2015 era circoscritto al nucleare, mentre la nuova Amministrazione vorrebbe includervi anche il programma missilistico e il sostegno iraniano a gruppi regionali quali Hezbollah e Hamas, rendendo il negoziato ancora più complesso. Elementi che, secondo alcuni esperti, rischiano di farlo fallire in partenza
Nel frattempo, il contesto geopolitico è cambiato. Dopo settimane di guerra e una tregua fragile e contestata, l’Iran mantiene il controllo delle proprie scorte di uranio e continua a esercitare pressione sul traffico nello Stretto di Hormuz, con effetti sempre più gravi sui mercati energetici globali. In questo senso un rinvio dei colloqui (che per ora non hanno una data) gioca a favore del regime di Teheran.
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