Nel 2025 il record di spesa mondiale per gli armamenti: sono 2.887 miliardi

Il rapporto del Sipri sugli investimenti degli Stati nella difesa fotografa un balzo del 2,9%, con un’impennata europea (+14%) e un calo per gli Usa (-7,5%) dopo lo stop agli aiuti militari all’Ucraina
April 28, 2026
Nel 2025 il record di spesa mondiale per gli armamenti: sono 2.887 miliardi
Epa
«Gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezza e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo»: così Xiao Liang, ricercatore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) ha dato una lettura dei nuovi dati diffusi ieri dall’Istituto sulla spesa militare globale, che nel 2025 è aumentata nuovamente – del 2,9% in termini reali rispetto al 2024 –, arrivando a un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi. Più della metà li hanno spesi Stati Uniti, Cina e Russia. «Considerata la portata delle crisi attuali – continua Liang –, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre». La spesa è cresciuta, ma meno dell’anno scorso (quando era stata di +9,7%) soprattutto per la frenata del 7,5% negli Stati Uniti, che nel corso dell’anno non ha approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Gli Usa hanno speso comunque più di tutti, 954 miliardi di dollari, e «il calo sarà probabilmente di breve durata – avverte già Nan Tian, direttore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi del Sipri –. La spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre mille miliardi di dollari, un aumento sostanziale rispetto al 2025, e potrebbe salire ulteriormente a 1.500 miliardi nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Trump venisse accettata».
Ad alimentare l’incremento troviamo invece in testa l’Europa, dove globalmente la spesa in armamenti è aumentata del 14% e ha raggiunto 864 miliardi di dollari. Si tratta della crescita annua più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. In particolare, «la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953, riflettendo la continua ricerca dell’autosufficienza europea e la crescente pressione da parte degli Stati Uniti per rafforzare la condivisione degli oneri all’interno dell’alleanza», ha specificato Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice del Sipri. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil: tra questi per la prima volta dal 1990 c’è la Germania. Nella lista anche l’Italia, che però ha raggiunto questa soglia solo formalmente grazie a un’operazione contabile e non per l’aumento della spesa in armamenti, nonostante questa sia cresciuta del 20%. L’Italia è dunque tra i principali attori della spirale militarista europea, rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica.
Spicca poi l’incremento del 20% in Ucraina – che arriva a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil – e in parallelo lo sforzo per il riarmo in Russia, dove con una crescita del 5,9%, la spesa militare raggiunge i 190 miliardi di dollari. L’impegno militarista tocca anche Asia e Oceania, che con +8,1% arrivano a spendere 681 miliardi di dollari. È infatti la Cina il secondo Paese al mondo per spesa militare: con un aumento del 7,4%, quest’anno arriva a toccare 336 miliardi di dollari. In Medio Oriente, invece, nonostante i conflitti in corso, i Paesi nel 2025 non hanno aumentato il proprio sforzo bellico. La spesa israeliana è diminuita con la riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza, così come quella iraniana, principalmente a causa delle difficoltà economiche. Tuttavia, secondo i ricercatori, è quasi certo che le cifre ufficiali sottostimino il livello reale, dato che l’Iran utilizza anche le entrate petrolifere extra-bilancio per finanziare le sue forze armate.
I numeri del Sipri sono l’ulteriore prova di un’amara contraddizione per la Rete Italiana Pace e Disarmo, che commenta: «Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro. Nel 2026 assistiamo alla continuazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati violenti attivi, il cui numero totale è ai massimi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Conflitti che a loro volta alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire, in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace».
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