L’inverno demografico è democratico? La risposta è no

La lezione aperta all’Università Cattolica di Milano sulla partecipazione politica dei giovani, a partire dai dati del recente Rapporto dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e dalle analisi dei diversi esperti intervenuti
April 28, 2026
L’inverno demografico è democratico? La risposta è no
Un seggio elettorale ANSA/TINO ROMANO
Tra inverno demografico e segnali di “inverno democratico”, quale spazio resta oggi alla partecipazione dei giovani? È stata questa la domanda dalla quale è partita la lezione aperta di ieri all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove la relazione tra giovani e democrazia è stata analizzata a partire dai dati del recente Rapporto dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e dalle analisi dei diversi esperti intervenuti.
«Una delle conseguenze dirette del calo demografico che osserviamo è che di solito sono gli altri alle elezioni a decidere cose che avranno conseguenze su di loro a causa dello scarso peso elettorale. Basti pensare che chi è nato dal 1950 in poi ha raggiunto la maggioranza elettorale dai 45 anni di età, mentre quelli nati dal 2000 avranno la maggioranza dell’elettorato solo a partire dai 58 anni, per cui saranno massa critica rilevante che condizionerà gli esiti del Paese molto più in là», ha spiegato Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica che coordina l’Osservatorio ed è tra i curatori del Rapporto Giovani. Il mondo attuale, ha continuato, è molto più complesso, in continuo cambiamento e caratterizzato dalla carenza di interlocutori in grado di porsi in modo credibile verso la Gen Z, ma «non è cambiata rispetto alle generazioni precedenti la voglia dei giovani di agire come protagonisti nei cambiamenti, anche se faticano a trovare i canali giusti senza sentirsi strumentalizzati. Per questo bisogna trovare modalità di ingaggio nuove».
Il Rapporto Giovani 2026, infatti, restituisce l’immagine di giovani consapevoli, attivi e in cerca di riconoscimento. «Più di tre giovani su quattro (tra i 18 e i 34 anni) sono in qualche modo interessati alla politica, il 55% ha un interesse moderato o forte», ha continuato Andrea Bonanomi, statistico sociale dell’Unicatt, decostruendo il luogo comune che i giovani siano disinteressati. Non sempre però questa si traduce in partecipazione al voto. Il motivo? «Due giovani su tre pensano che la politica italiana non gli dia spazio», ha specificato Bonanomi, sottolineando però che la fiducia nei partiti è in crescita e «sei su 10 pensano comunque che questi siano fondamentali per la democrazia».
Ancora più a fondo di questa questione è andato Fabio Introini, sociologo dell’Unicatt, che ha messo in luce molti aspetti legati alla percezione della democrazia attraverso i dati di un focus group. «Questi ragazzi hanno un’alta considerazione della democrazia e della politica, ma proprio da qui nasce la disaffezione. Siamo di fronte a un sillogismo che non si chiude, che parte da “Io vorrei essere attore del cambiamento, la politica è in grado di cambiare le cose”, ma spesso non si arriva all’impegno in politica. Sono sicuramente sfiduciati per la poca attenzione che ricevono dalla politica e per la mancata possibilità di far sentire la propria voce, ma sanno pure che loro stessi potrebbero fare di più».
Al di là della disillusione il voto resta una possibilità anche per le nuove generazioni, e lo si è visto nell’ultima tornata, quella del referendum, quando «soprattutto i 18-28enni si sono mossi in massa, dando il contributo più forte sul “no” di tutte le fasce d’età; sono stati determinanti dimostrando che, nonostante pesino poco elettoralmente, se si compattano possono incidere», ha spiegato invece Eva Sacchi, direttrice di ricerca, Ipsos Doxa, entrando nel dettaglio della partecipazione democratica attraverso le indagini più recenti. «Nelle diverse fasce d’età, dai 13 ai 30 anni, vediamo che c’è una correlazione tra la percezione di un’ingiustizia e la scelta di mobilitarsi con il proprio corpo direttamente attraverso altre forme di partecipazione». Ma per i giovani la piazza è l’ultima spiaggia, la scelgono quando qualcosa è andato storto e non tutti i tipi di manifestazione sono ritenuti da loro accettabili, soprattutto se sfociano nella violenza: «In discussione non è la legittimità della forma “protesta” ma la modalità con cui essa viene messa in atto, con differenze sostanziali lungo l’asse dell’età».
Quello che emerge chiaro, insomma, è che i giovani vogliono fare la propria parte. La domanda che rimane invece aperta è se saremo in grado di lasciargli uno spazio di azione che si traduca in cambiamenti concreti, verso un mondo in cui possano finalmente riconoscersi e sentirsi rappresentati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA