Dal viaggio del Papa in Africa un appello al mondo: la pace è un cammino possibile
di Matteo Liut
Durante l’udienza generale il Papa ripercorre il viaggio in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale e rilancia un forte richiamo alla riconciliazione

In un tempo segnato da guerre, violazioni del diritto internazionale e tensioni diffuse, dall’Africa arriva una parola che indica una direzione diversa: la pace, fondata sulla riconciliazione e sulla fraternità. È il filo che papa Leone XIV ha voluto mettere in evidenza nell’udienza generale di oggi, dedicata al racconto del suo recente viaggio apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Un pellegrinaggio che il Pontefice ha definito fin dall’inizio «un messaggio di pace», maturato nel cuore di comunità spesso provate, ma capaci di testimoniare speranza.
Rivolgendosi ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro, il Papa ha ricordato come il desiderio di visitare l’Africa lo abbia accompagnato sin dall’inizio del pontificato. «Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo come Pastore – ha detto – per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale». Parole che collocano l’esperienza africana dentro l’orizzonte globale, facendo di quel viaggio una lente attraverso cui leggere anche le ferite del presente.
La prima tappa in Algeria ha avuto un valore simbolico particolare. Nei luoghi legati a sant’Agostino, Leone XIV ha parlato di un ritorno alle radici della propria identità spirituale e, insieme, della costruzione di ponti indispensabili per l’oggi: con la stagione feconda dei Padri della Chiesa, con il mondo islamico e con il continente africano. L’accoglienza ricevuta, ha sottolineato, ha mostrato che la convivenza tra persone di religioni diverse è possibile quando ci si riconosce «figli dello stesso Padre misericordioso».
Nei Paesi a maggioranza cristiana – Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – il Papa ha raccontato di essersi immerso in un clima di fede viva e di festa, ma senza rimuovere le ferite aperte. In Camerun, in particolare, ha rafforzato l’appello alla riconciliazione e alla pace in un contesto segnato da violenze e tensioni, visitando anche la regione anglofona di Bamenda. Definito «Africa in miniatura» per la varietà delle sue risorse, il Paese concentra, secondo il Pontefice, molte delle sfide dell’intero continente: dall’equa distribuzione delle ricchezze allo spazio da offrire ai giovani, dal superamento della corruzione alla promozione di uno sviluppo integrale e sostenibile, capace di opporsi alle nuove forme di neo-colonialismo.
L’Angola è apparsa al Papa come una Chiesa «purificata» da una storia segnata da una lunga guerra interna e sempre più orientata al servizio del Vangelo, della promozione umana e della pace. Al santuario mariano di Mamã Muxima, “Madre del cuore”, Leone XIV ha detto di aver percepito il battito profondo di un popolo che canta e danza la propria fede, ma che sa anche tradurre la speranza in impegno concreto per il riconoscimento dei diritti di tutti. Un compito nel quale, ha assicurato, la Chiesa intende continuare a offrire il proprio contributo, soprattutto nei campi della sanità e dell’educazione.
In Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione, il Papa ha incontrato una comunità desiderosa di camminare unita verso il futuro. Particolarmente toccante, nel suo racconto, l’incontro con i detenuti del carcere di Bata, che hanno chiesto al Papa di pregare «per i loro peccati e la loro libertà», e la grande festa con i giovani, iniziata sotto una pioggia battente. Segni, per Leone XIV, di un Vangelo che continua a generare libertà e responsabilità, anche nelle condizioni più difficili.
Concludendo la catechesi, il Papa ha ricordato che la visita del Successore di Pietro è stata per le popolazioni africane un’occasione per far sentire la propria voce e per esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro più degno per tutti. Ma ha anche riconosciuto che il dono è stato reciproco: «Ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me», una ricchezza che rafforza il ministero e rilancia, ancora una volta, l’appello alla pace e alla riconciliazione come via possibile per il mondo intero.
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