“In Utero”, in tv il desiderio del figlio trasformato in diritto
di Tiziana Lupi
La nuova serie televisiva italiana dedicata alla ricerca della genitorialità a ogni costo in una clinica (spagnola) specializzata nella fecondazione in vitro. Un ritratto che conferma il rilievo degli interrogativi etici

Per spiegare cos’è In Utero, la nuova serie di Maria Sole Tognazzi che HBO Max propone da venerdì 8 maggio, può essere utile prendere in prestito le parole di Margaret Mazzantini, la scrittrice che, una decina di anni fa, ha avuto l’idea di scriverla: «Se un tempo la maternità era qualcosa che coinvolgeva viscere e psiche, oggi è prevalentemente una cosa psicologica. La genitorialità è un desiderio oggettuale. Siamo abituati a ottenere tutto con rapacità, ad arraffare tutto, e il figlio diventa la possibilità di catturare qualcosa che ancora ci manca». Certo, puntualizza, «a volte questo desiderio è sincero, ha radici sane e va rispettato profondamente» ma le sue parole sono una fotografia perfetta di ciò che si svolge nella clinica di procreazione medicalmente assistita “Creatividad” all’interno della quale si snodano le otto puntate (e altre, probabilmente, ne seguiranno).
Siamo a Barcellona, in Spagna, dove la legge in materia di fecondazione assistita ha maglie molto più larghe di quella italiana. Qui Ruggero (Sergio Castellitto) ha fondato la clinica insieme alla moglie Teresa (Maria Pia Calzone): ci sono coppie di sposi che non riescono a diventare genitori in maniera naturale ma anche coppie omogenitoriali, single in carriera, amici che decidono di avere un figlio anche se, appunto, solo amici. Insomma, il catalogo è variegato ed è la stessa società produttrice della serie, Cattleya, a dire che «la fecondazione assistita è un argomento che può sollevare dubbi morali, alla ricerca di risposte definitive a domande molto complesse». Mazzantini aggiunge: «Un tempo la maternità era un fatto naturale, significava portare un progetto nel mondo. Oggi non lo è più, è diventata un tema discusso che scatena lacerazioni». Anche perché, forse, è diventato tutto molto “clinico”: «È come se qui le persone facessero l’amore» azzarda, romanticamente, uno dei personaggi di In Utero; «Una cosa così naturale non dovrebbe richiedere tutto questo casino!» obietta un altro.
Se tutto questo non bastasse, c’è poi il fattore economico, messo bene in luce dalla serie: «Si chiamano pazienti, non clienti» raccomanda Teresa alla patient assistant Dora (Thony) ma la realtà è che quello che si fa alla “Creatividad”, così come in tutte le vere cliniche di procreazione medicalmente assistita, ha un costo molto elevato: «Lì dentro girano fior di milioni» osserva Castellitto. E la Calzone conferma: «Queste cliniche sono, innanzi tutto, un grande business». Dove i figli insomma, se si desiderano, si possono “comprare”. A completare il cast c’è Angelo (Alessio Fiorenza), giovane uomo trans nonché talentuoso biologo che, terminato il percorso di transizione, deve affrontare i problemi irrisolti con la famiglia e capire chi è davvero e cosa desidera per sé stesso.
Curiosamente, alla fine di tutto quanto detto da tutti su maternità e genitorialità “in chiave moderna”, Castellitto cita il caso di Pietro, il neonato lasciato due giorni fa nella Culla per la Vita di Bergamo: «Sul biglietto accanto al bambino c’era scritto: “Sei stato tanto amato. Ci auguriamo il meglio per te, tutta la gioia e la serenità che meriti e che non possiamo garantirti”. È una notizia che mi ha colpito», dice l’attore. E, allora, forse ha ragione il claim della serie che, a dispetto di cliniche, laboratori e provette, dice: “La vita trova sempre una strada”.
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