Arriva il “contraccettivo maschile” (ma ha un sacco di problemi)
di Maria Luisa Di Pietro e Domenico Milardi
Il clamore per la pubblicazione di una ricerca che mostra i successi nel prevenire i concepimenti di una possibile “pillola per l’uomo” fa passare sotto silenzio i numerosi interrogativi scientifici ed etici sollevati dallo studio. Eccoli

Il 7 aprile 2026 è stato pubblicato sulla rivista scientifica Pnas un articolo dal titolo Meiotic prophase I disruption as a strategy for nonhormonal male contraception using small-molecule inhibitor JQ1. La notizia è stata ripresa dalle agenzie di stampa, che hanno presentato questa scoperta come innovativa dal momento che si potrebbe disporre di un contraccettivo maschile non ormonale e sicuro. Senza entrare nel merito degli studi sulle cosiddette “pillole anticoncezionali” maschili, ci vorremmo soffermare qui ad analizzare le modalità di azione e i possibili effetti collaterali della modalità proposta.
JQ1 è un fattore che agisce bloccando l’attività di BRD4, una proteina fondamentale per attivare i geni necessari alla meiosi. La meiosi è quel processo di divisione cellulare che trasforma una cellula germinale diploide (con due serie di cromosomi) in quattro cellule figlie aploidi (con una sola serie) e che è necessaria per la riproduzione sessuata Dalle cellule germinali maschili o femminili derivano rispettivamente gli spermatozoi e gli oociti maturi che hanno, infatti, solo 23 cromosomi.
Nei topi, JQ1 inibisce BRDT (Bromodomain Testis-Associated) e rimodella la cromatina delle cellule germinali maschili, bloccando la spermatogenesi a livello di spermatociti/spermatidi con forte riduzione del numero degli spermatozoi e della loro motilità. L’effetto è farmacologicamente potente e reversibile nei topi. Da qui, l’idea che JQ1 possa essere un importante candidato per la contraccezione maschile non ormonale. Non verrebbe, infatti, alterata la produzione del testosterone, e l’infertilità risulterebbe solo temporanea e reversibile. Tutto questo sui topi, dal momento che nessuna evidenza risulta ancora disponibile sull’uomo.
È veramente così? Si tratta di una modalità sicura? Le proteine BET (Bromodomain and Extra-Terminal domain), di cui fa parte anche BRDT non sono solo testicolari e l’inibitore JQ1 non è perfettamente selettivo per BRDT. JQ1 si lega anche ai bromodomini di altre proteine del gruppo BET che sono coinvolte nella regolazione genica globale. L’azione dell’inibitore JQ1 sulle BET è stato testato in laboratorio anche in ambito oncologico per trattare vari tipi di cancro (ad esempio, mieloma multiplo e leucemia mieloide acuta) e processi infiammatori, oltre che per studi esplorativi sulla malattia di Alzheimer.
Data la sua ubiquità di azione, non si può allora escludere che l’uso dell’inibitore JQ1 possa determinare anche effetti a lungo termine off-target, ovvero che non riguardano solo il bersaglio iniziale (il blocco della meiosi delle cellule germinali maschili). D’altra parte, la meiosi è un processo molto delicato tanto che una qualsiasi interferenza potrebbe essere responsabile dell’aumento di errori cromosomici nelle cellule interessate – in questo caso le cellule germinali maschili –, con effetti anche non immediatamente visibili. Il fatto che dallo studio citato non emergano danni permanenti potrebbe anche essere dovuto sia alla popolazione di studio (topi) sia ai tempi di osservazione relativamente limitati.
A fronte di queste incertezze, le domande dal punto di vista etico sono molteplici. Premesso che l’obiettivo di un contraccettivo non è di curare (la fertilità è una condizione fisiologica) o di prevenire (la gravidanza non è una patologia) una malattia, la modalità di intervento proposta deve essere – a prescindere della valutazione etica della scelta, pure decisiva – quantomeno sicura per la salute della persona. In questo caso, si tratta di modificare un normale processo biologico, il che richiede standard di sicurezza molto più alti anche nel lungo periodo. La sicurezza non riguarda solo la reversibilità del fenomeno in termini di ripristino della fertilità ma anche la possibilità di effetti non previsti sulla salute e sulla vita della persona.
Un altro dubbio riguarda i possibili effetti epigenetici, che possono condizionare l’espressione dei geni pur senza modificare la sequenza del Dna. Il problema è che questi effetti epigenetici possono impattare anche sulla prole. È noto, ad esempio, che alterazioni epigenetiche negli spermatozoi possono influenzare lo sviluppo embrionale.
È eticamente accettabile un intervento, che privo di finalità terapeutica, potrebbe danneggiare non solo il soggetto in primis coinvolto ma anche la sua possibile discendenza? Si è di fronte a una duplice responsabilità nei confronti di chi utilizzerà questa tecnica (responsabilità sincronica) e della sua possibile discendenza (responsabilità diacronica) Responsabilità quest’ultima ancora più stringente perché riguarderà soggetti in condizioni di grande fragilità e che non hanno avuto opzioni di scelta. Un richiamo alla prudenza sarebbe, allora, molto utile. Anche un richiamo alla prudenza da parte di chi comunica questi risultati a mezzo stampa.
Maria Luisa Di Pietro: Centro Ricerca e Studi sulla Salute Procreatica, Università Cattolica del Sacro Cuore
Domenico Milardi: Uoc di Medicina Interna, Endocrinologia e Diabetologia Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS, Roma.
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