Nel Sahel la guerra per i "corridoi". Tra jihadisti, uranio e mercenari
di Nello Scavo
Dietro l'escalation in Mali, Burkina Faso e Niger si muove una geografia criminale e strategica: traffici di armi, droga, oro, carburante, migranti e combustile nucleare

Dove le piste sono strade immaginarie e i confini linee teoriche, il conflitto nel Sahel continua a crescere senza riflettori. Mali, Burkina Faso, Niger. «Non abbiamo più villaggi – racconta un fuggiasco burkinabé agli operatori umanitari –. Sono entrati di notte. Chi non è scappato è rimasto dentro le case». E non è uscito vivo. Il Sahel centrale è diventato un unico teatro. Le giunte militari hanno rotto con l’Occidente, costruito una nuova alleanza regionale e aperto a partner alternativi. Sul terreno, però, la geometria è più semplice e brutale: jihadisti, eserciti regolari, milizie locali, contractor stranieri. E civili intrappolati. Il 25 aprile il Mali è entrato in una nuova fase della guerra. Attacchi quasi simultanei hanno colpito Bamako, Kati, Kidal, Gao, Mopti e Sévaré, mentre nei giorni successivi la pressione si è allargata alle vie d’accesso alla capitale. Fonti locali parlano di colonne armate, posti di blocco improvvisati, basi colpite quasi in simultanea. L’offensiva ha raggiunto anche il vertice della giunta: il ministro della Difesa Sadio Camara, garante dell’intervento russo, è rimasto ucciso, mentre Bamako assicura che la situazione è sotto controllo. «All’obitorio non c’era più spazio – riferisce un operatore sanitario a Sévaré –. Arrivavano corpi da più direzioni». Secondo un comunicato dell’esercito, le forze maliane avrebbero ripreso Ménaka dopo il ritiro dei miliziani legati allo Stato islamico. La circostanza, però, resta difficile da verificare in modo indipendente. Ma la linea del fronte si muove. E con essa le rotte del potere.
Quella che in Mali sfida la giunta militare del generale Goïta non è una coalizione organica, ma una convergenza tattica tra jihadisti affiliati ad al-Qaeda e ribelli tuareg-separatisti del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla). A latere opera lo Stato islamico nel Sahel, espressione locale dell’Isis, che gioca una partita autonoma e resta rivale dei qaedisti, soprattutto nell’area delle tre frontiere e nel quadrante orientale di Ménaka. Gli jihadisti vogliono indebolire la giunta di Bamako, espellere le forze straniere – compresi i russi dell’Africa Corps – e imporre un ordine islamista nel Sahel. I tuareg del Fla puntano invece all’autonomia o all’indipendenza dell’Azawad, il nord del Mali. Li unisce il nemico comune: esercito maliano, giunta militare e alleati russi. Li divide l’obiettivo finale: uno Stato jihadista transnazionale da una parte, una patria tuareg o sahariana dall’altra.
Un funzionario europeo, in un’analisi interna visionata da Avvenire, la riassume così: «Non è più una guerra solo per il territorio. È una guerra per i corridoi». Corridoi di traffici, approvvigionamenti, transiti. I gruppi armati hanno bisogno di tassare le piste. Secondo documenti dell’ufficio anticrimine dell’Onu (Unodc), droga, armi, carburante, oro, traffico di migranti e prodotti medici alimentano le economie illecite della regione. Su un piano diverso, ma nella stessa geografia strategica, si muove la partita dell’uranio. È qui che si finanziano milizie, si pagano combattenti, si comprano alleanze. La droga intercettata più di frequente resta la resina di cannabis. Ma il dato più eclatante riguarda la coca: i sequestri nella regione sono passati da una media di 13 chili l’anno tra il 2015 e il 2020 ai 1.466 chili nel 2022. Da allora non si è saputo quasi più nulla. La rotta è nota: produzione sudamericana, approdo atlantico africano, transito saheliano, uscita verso Nord Africa ed Europa, con la Libia a fare da trampolino.
La geopolitica scorre sotto la sabbia e gli equilibri mutano con la stessa rapidità con cui le tempeste spostano le dune. Il Niger resta snodo per l’uranio, Mali e Burkina Faso per oro e minerali strategici. La presenza russa, riorganizzata dopo la trasformazione del “Wagner Group” in “Africa Corps”, si intreccia con la sicurezza delle giunte e con gli interessi economici. «Protezione in cambio di accesso», sintetizza una fonte diplomatica in Mali. Ogni villaggio svuotato apre una pista. Ogni pista controllata genera rendita. Ogni rendita finanzia nuove armi. Ed espande la guerra. In Niger, dove la maggioranza della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, l’uranio viene estratto dall’inizio degli anni Settanta, dopo essere stato scoperto nel 1957 in epoca coloniale francese. Il Paese resta uno dei produttori rilevanti di uranio, anche se la produzione ufficiale risulta in calo dopo il golpe del 2023 e in seguito alla disputa con la compagnia francese Orano. La giunta ha revocato le autorizzazioni minerariee ha nazionalizzato Somaïr, l’unica miniera ancora operativa. Niamey accusa Parigi di aver provocato un «disastro ecologico» vicino ad Arlit e parla di 400 barili di materiale radioattivo stoccati nell’area. Il gruppo francese respinge le accuse e contesta la versione delle autorità nigerine. Secondo una fonte di sicurezza citata da Reuters, circa 1.050 tonnellate di yellowcake, il concentrato di ossido di uranio, sarebbero uscite dal sito di Somaïr. Destinazione e compratore restano ignoti. Le ipotesi su Russia, Cina, Iran o altri acquirenti circolano tra fonti di settore, ma non sono confermate.
I rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch convergono: esecuzioni sommarie, rapimenti, civili accusati di collaborare con una parte o con l’altra. Human Rights Watch ha documentato in Burkina Faso uccisioni di civili, sfollamenti forzati e abusi attribuiti sia alle forze governative e alle milizie alleate sia ai gruppi jihadisti. In Burkina Faso, un testimone citato in un dossier legale non pubblico letto da Avvenire e destinato alla Corte penale internazionale ha raccontato del suo ritorno nel villaggio dopo che i miliziani erano stati allontanati: «Abbiamo trovato i corpi dentro le case. Alcuni erano anziani. Non potevano nemmeno scappare». Nei report si parla di «violazioni gravi del diritto internazionale umanitario da parte di tutte le parti in conflitto», incluse operazioni delle forze regolari e dei loro alleati. In Mali, episodi attribuiti a unità militari con il supporto di contractor stranieri sono oggetto di inchiesta. Ma le prove sono difficili da consolidare: accesso limitato, testimoni esposti, aree inaccessibili. «Arriviamo dove possiamo. Ma ci sono intere zone dove nessuno entra più», riferisce un operatore di Unicef che si sente impotente davanti ai bisogni urgenti di 7,5 milioni di bambini nel Sahel centrale. «È una crisi enorme – scandisce –, ma è lontana dagli occhi». Nel solo Mali 5,1 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. In Burkina Faso sono circa 4,5 milioni; in Niger 3 milioni. Numeri che non descrivono più un’emergenza temporanea, ma una crisi regionale permanente. Un uomo in fuga dal Mali centrale, appena raggiunto dagli operatori dell’Alto commissariato per i rifugiati, spiega perché ha lasciato tutto, anche se “tutto” vuol dire quasi nulla. «Non sappiamo chi arriverà domani», dice alludendo alle milizie che si contendono il controllo delle piste: «Sappiamo solo che qualcuno arriverà».
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