Yarun, il villaggio cristiano del Libano che non c'è più: Israele lo ha raso al suolo

Le 12 famiglie residenti sono fuggite il 3 marzo dai combattimenti. Ora l'esercito di Tel Aviv ha distrutto tutto: «Non ci hanno nemmeno lasciato prendere un ricordo»
May 5, 2026
Un'immagine satellitare mostra varie chiazze bianche dove prima c'erano case e infrastrutture
Le chiazze bianche dell'immagine satellitare indicano le macerie dove prima c'erano case e infrastrutture
«Non ho acceso la luce. E vivo con questo rimpianto ogni giorno». All’alba del 3 marzo scorso, María De León Menéndez ha dovuto fare una scelta dolorosa. Aprire i cassetti e tirare fuori qualcosa a casaccio, muovendosi a tentoni al buio oppure premere l’interruttore della lampada, con il rischio di attirare sulla casa di Yarun l’attenzione dell’esercito israeliano. «Non mi sono sentita di metterlo in pericolo. Le bombe cadevano dappertutto, una struttura vicina era stata colpita. Ho afferrato i documenti e poco altro e sono uscita senza riuscire a vedere un’ultima volta l’appartamento dove avevo vissuto per oltre quindici anni. Eppure sentivo che non sarei più tornata a differenza della volta precedente...». Quello attuale non è il primo esodo di María, guatemalteca per nascita e libanese di adozione. Nel 2009, ha dovuto lasciare il suo Paese a causa della violenza delle bande criminali. Approdata nella piccola comunità del sud del Libano, due chilometri dal confine israeliano, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, si è ritrovata, come il resto degli abitanti, sulla linea del fuoco tra Hezbollah e l’esercito di Tel Aviv. Dopo due giorni di terrore, le cinquanta famiglie cristiane e le altrettante islamiche sono, dunque, fuggite. «Siamo rimasti via – chi a Beirut, chi nei dintorni, chi nel nord – per quasi un anno e mezzo. Poi, nel marzo 2025, la mia e altre dodici famiglie cristiane si sono fatte coraggio e sono rientrate. Non siamo, tuttavia, restati a lungo...». Esattamente un anno dopo, l’ennesimo conflitto – il settimo nel “Paese dei cedri” nel giro di mezzo secolo – ha costretto i residenti a fuggire ancora. «Un viaggio senza possibilità di ritorno: giovedì scorso abbiamo scoperto che le case, la chiesa e il convento di Saint George, le infrastrutture sono stati rasi al suolo dai militari israeliani. Tutto distrutto», aggiunge l’ex insegnante di spagnolo e ora impiegata in un’azienda di logistica che, insieme ai vicini, ha affittato una casa a Rmeish, cittadina di 6mila persone cinque chilometri a nord di Yarun.
Il portavoce dell’esercito dello Stato ebraico, Avichay Adraee, ha spiegato, su X, che le forze di sicurezza hanno dovuto agire nell’area per «eliminare le minacce rimuovere le infrastrutture terroristiche di Hezbollah», il quale avrebbe utilizzato case e complessi religiosi come depositi. Ha, tuttavia, precisato di non avere abbattuto il monastero del Santo Salvatore bensì solo di avere causato danni lievi alla scuola adiacente. «Ma a Yarun Hezbollah non c’è più da tempo. Eravamo solo cristiani e nessuno di noi nascondeva armi o miliziani. Non abbiamo niente a che spartire con questi ultimi. Anzi, li consideriamo causa di tante delle nostre sofferenze – risponde María –. Siamo tra la loro incudine e il martello israeliano. Sa che cosa mi fa più male? Il fatto che Tel Aviv non ci abbia avvertito delle demolizioni. Non ci hanno nemmeno chiesto se volevamo portare via qualcosa. Un oggetto, un vestito, un mobile. Un qualunque ricordo dei momenti vissuti... Li hanno semplicemente polverizzati». Gli abitanti di Yarun hanno scoperto la sorte toccata alla loro cittadina dalle foto satellitari. Poiché dal Libano l’accesso è difficoltoso, hanno chiesto ai parenti all’estero di cercarle. Una volta individuate, hanno fatto una colletta per raggiungere i cento dollari necessari per acquistarle. Il 26 aprile hanno ricevuto le prime immagini. «La via principale e le palazzine affacciate erano sparite. Per qualche giorno ho conservato la speranza che la mia casa, lontana dal centro e situata dietro il cimitero, ci fosse ancora. Mi sbagliavo...». Giovedì, la verità inequivocabile rivelata dai nuovi scatti spediti dall’estero. «L’intero Yarun è scomparso. Semplicemente non c’è più. Che senso ha continuare a vivere qui, in un villaggio e in una casa che non sono miei, che, oltretutto, mi costa 500 dollari al mese? Che senso ha vivere ogni giorno nella paura di dover fuggire di nuovo a causa di Hezbollah o degli israeliani? Non posso tornare in Guatemala né restare qui. Ho cominciato la richiesta di protezione in Italia. Vorrei solo trovare un posto da cui non essere costretta a scappare...».
Quello di Yarun non è, purtroppo, un caso isolato. All’interno della “Linea gialla” – la “fascia di sicurezza” tracciata da Israele tra la frontiera e il fiume Litani –, sono almeno una ventina i centri abitati “spianati” dai bulldozer israeliani secondo quanto risulta dall’analisi delle immagini satellitari. Enormi chiazze bianche – che indicano macerie – occupano quelli che, fino a un mese fa, erano Markaba, Hanine, Meiss al-Jabal, Houla, Majdel Selm, Deir Seryan, Bint Jbeil, Naqura, Aynata, Khiam, Thaybeh, Aitarun. Impossibile rientrare per i circa 700mila abitanti evacuati nonostante il cessate il fuoco. Il “modello Gaza”, evocato dal ministro della Difesa di Tel Aviv per il Libano del sud, giorno dopo giorno, prende forma.

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