Il ponte di Ani tra Armenia e Turchia sarà ricostruito (e si tratta di una decisione storica)
I due Paesi hanno annunciato la firma di un memorandum d’intesa per il restauro congiunto dello storico passaggio. Il segno che il dialogo è ripartito

Per una volta tanto, anziché tirare su un muro, si costruisce un ponte. Per la precisione si ricostruisce in maniera congiunta. Il vicepresidente della Turchia, Cevdet Yılmaz, ha annunciato la firma di un memorandum d’intesa con l’Armenia per il restauro congiunto dello storico ponte di Ani. Quel che resta della costruzione si trova proprio lungo il confine fra i due Stati, chiuso dal 1993. Il ponte, risalente al medioevo, sorge vicino ad Ani, l’antica capitale del Regno di Armenia, da cui prende il nome e i cui ruderi si trovano in territorio turco. Si tratta di un punto particolarmente importante dal punto di vista simbolico. Erevan ha sempre sostenuto che la città e il non distante monte Ararat dovessero fare parte del suo territorio nazionale, accusando la Turchia di essersi appropriata di due elementi rappresentativi della storia e della cultura armena. Con il processo di normalizzazione, partito nel 2020, le posizioni si sono ammorbidite e in occasione dell’ottavo vertice della Comunità Politica Europea c’è stata anche la prima visita ufficiale di alto livello da parte di un leader turco dopo 18 anni.
Oltre alla ricostruzione congiunta del ponte, che, simbolicamente, rappresenta anche il riavvicinamento ulteriore fra Turchia e Armenia si è parlato di argomenti che al premier di Erevan, Nikol Pashinyan, stanno molto più a cuore e che riguardano la connettività, come trasporti, dogane, energia e infrastrutture digitali. Il vicepresidente, Cevdet Yılmaz, ha dichiarato: «Continueremo a portare avanti il nostro approccio fondato su pace regionale, dialogo e stabilità, volto a promuovere la normalizzazione nel Caucaso meridionale, ad aumentare la cooperazione economica e a rafforzare i contatti tra i nostri popoli». Ma dimentica il motivo per il quale il confine fu chiuso nel 1993 e che avvenne non solo per il rifiuto di Ankara di riconoscere il genocidio del 1915, ma anche per la prima guerra fra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, exclave a maggioranza armena ma in territorio azero. Dopo il conflitto del 2020, che Erevan ha perso anche grazie agli aiuti militari che la Turchia ha dato a Baku, l’Armenia è stata praticamente costretta a rinunciare a qualsiasi pretesa sul territorio, che da quel momento è stato privato della sua identità originaria. Una scelta dolorosa per Pashinyan, che ha dovuto anche gestire violente proteste interne, che però in cambio sta lavorando per costruire nuove relazioni regionali e fare uscire l’Armenia dall’isolamento e dall’orbita russa.
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