Vertice di maggioranza, i leader tentano lo sprint su legge elettorale e nucleare
Palazzo Chigi guarda a una strategia energetica nazionale e conferma «l’accelerazione» verso i reattori. Salvini netto sul nuovo sistema di voto: «Procediamo dritti». Ipotesi approvazione alla Camera prima della pausa estiva

Il pressing su Bruxelles per allentare i vincoli di bilancio resta la strada maestra. Ma la traiettoria tracciata da Palazzo Chigi guarda a una strategia nazionale per l’indipendenza energetica e la prima opzione, maturata nel vertice di maggioranza di mercoledì, porta al nucleare. La visione richiede un respiro lungo e non è un caso se quello che alla vigilia della riunione sembrava un tema a latere, la legge elettorale, assume alla fine i contorni più definiti dell’intero pacchetto discusso dai leader della coalizione. Il Governo vuole chiudere la pratica il prima possibile, con l’approvazione alla Camera entro luglio e al Senato a settembre, alla ripresa dei lavori.
Il vertice è durato circa un’ora e mezza. Tutti presenti: oltre alla premier c’erano anche Antonio Tajani, Maurizio Lupi e Matteo Salvini. Il capo della Lega è stato il primo a parlare, a margine di un convegno seguito alla riunione proprio sul nucleare. Sulla legge elettorale «procederemo dritti», ha scandito, il che vuol dire che la roadmap ipotizzata nei giorni scorsi è confermata. Restano i nodi sui contenuti (vedi articolo sotto), specie nell’ottica dell’annunciata volontà di collaborare con le opposizioni. Ma rispetto alla determinazione ad andare avanti si tratta di dettagli.
Venendo al nucleare, «l’accelerazione del percorso» che porta ai reattori è stata confermata anche da una nota dello staff della premier e poi ancora da Salvini. Il leader della Lega è stato piuttosto perentorio e ha chiarito che la dipendenza italiana da fonti esterne è tale da rendere il nucleare «non più una scelta, ma un obbligo» e «chi dice di no è contro il futuro del paese». Fortunatamente, ha argomentato, «tranne una residuale minoranza che è sempre contraria a tutto, penso che il 90% della politica senziente non possa che dire di sì». Ma il ritardo da colmare è tanto, in questi tre anni di legislatura «si è perso troppo tempo», perciò, «se vogliamo girare il primo interruttore nell'arco di cinque o sei anni, assolutamente possibile, bisogna lavorare sulla tecnologia esistente, già sperimentata e operativa».
Tra i politici «senzienti» di cui parla Salvini c’è molto probabilmente Carlo Calenda, sempre disponibile al dialogo con la maggioranza e grande sostenitore del nucleare. Il leader di Azione però vuole un impegno serio e ha subito proposto a Meloni un tavolo con le opposizioni per la formulazione di un piano nazionale.
Sempre Salvini ha parlato anche di Ue, chiarendo che l'obiettivo del Governo è «mettere velocemente dei soldi in tasca a cittadini e imprese in difficoltà». Quindi «o l'Europa decide una deroga al Patto di stabilità per tutti o ci permetterà di spendere per l'energia quello che ci permetterebbe di spendere per le armi». Per il vicepremier si tratta di una richiesta «sensata», che registra l’accordo dell’intero esecutivo, pertanto «se l'Europa ci darà una mano, bene, altrimenti lo faremo lo stesso».
Sull’Iran tutti hanno concordato che la priorità resta il ripristino della circolazione navale nello Stretto di Hormuz. Roma contribuirà appoggiando la linea dell’Ue, sostenendo la proposta di una missione navale europea di sminamento e insistendo per il rafforzamento della missione Unifil in Libano. Il tutto senza tagliare i rapporti con Washington, la cui solidità verrà confermata anche nel corso della visita di Marco Rubio a Palazzo Chigi (venerdì). La strategia italiana sarà tessuta anche negli incontri di giovedì di Meloni. L’agenda è fitta: in mattinata riceverà il nuovo premier ungherese, Peter Magyar, alle 12 Abdul Mohammed Dbeibeh, primo ministro del governo di Unità nazionale della Libia, e alle 15:30, il polacco Donald Tusk.
E le nomine? Altro tema caldo della vigilia? Di quelle, ha giurato Salvini, non si sarebbe proprio parlato, né per Consob né per l’Antitrust. Nel comunicato di Palazzo Chigi non ce n’è traccia. Il che spesso significa che se ne è certamente parlato, ma che lo stallo, al momento, è lungi dal trovare uno sblocco.
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