A Torre Annunziata è stato abbattuto il bunker della camorra. Nel nome di Giancarlo Siani
di Antonio Fera
Al via la demolizione dell’ex roccaforte del clan Gionta. La cerimonia con i vertici dello Stato segnata dallo scontro tra procuratore e primo cittadino

«Scusate, si può fare una domanda?». Il Giancarlo Siani di Libero De Rienzo, in Fortapàsc, alza la mano e interrompe i lavori del Consiglio comunale. «Chi ha vinto le gare per la ricostruzione (quella post terremoto dell’Irpinia – ndr) sta in villa e i terremotati nei container… Non è strano, signor sindaco?». A distanza di quarant’anni, quell’interrogativo, secco e pungente, torna a farsi strada a Torre Annunziata (Napoli), mentre le ruspe abbattono Palazzo Fienga, storico fortino del clan Gionta. E nelle pieghe di una giornata simbolica c’è anche spazio per uno strappo istituzionale: il sindaco di centrosinistra Cuccurullo annuncia le proprie dimissioni dopo le parole del procuratore Fragliasso che denuncia «troppe ombre e contiguità con la criminalità, anche nell’amministrazione comunale».
Il bunker e la città
Dopo quindici anni dallo sgombero, le operazioni di demolizione dell’ex bunker partono alle 13. Oltre alle autorità locali, al tavolo istituzionale allestito per la cerimonia di demolizione ci sono anche i ministri Salvini e Piantedosi. Per cinquant’anni l’edificio è stato una roccaforte del clan Gionta: un luogo fisico, prima ancora che simbolico, in cui si decideva chi poteva restare e chi doveva sparire. È da lì che passa anche la decisione di uccidere Giancarlo Siani, giovane collaboratore de Il Mattino, colpevole di aver scoperchiato – con nomi e responsabilità – le trame del sistema mafioso. Ora, al posto di Palazzo Fienga sorgeranno un parco urbano e una piazza della legalità. «La intitolerei a Giancarlo», è la proposta del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. «Avrebbe un potere simbolico».

Salvini: «Unità contro le mafie, non polemiche»
«Oggi qui viene raso al suolo quello che è stato per troppo tempo il luogo della presenza pervasiva e sanguinaria della camorra. Questo luogo da posto opprimente diventerà una piazza aperta», le parole del ministro dell’Interno Piantedosi che sposa l’idea di dedicare l’area al giornalista assassinato da due sicari il 23 settembre 1985. Sulla stessa linea il vicepremier Salvini: «La lotta alle mafie si vince solo se la politica è unita, non con la polemica». Anche se il leader del Carroccio si lascia andare a un affondo: «Qualcuno in vista del referendum ha detto che i mafiosi votavano di qua o di là – l’accusa di Salvini –. E qualcuno ha apostrofato come “ministro della malavita” colui che insieme a tanti altri ha permesso l'abbattimento di questo palazzo».
Meloni: «La demolizione è la risposta dello Stato»
«I simboli del potere criminale possono e devono essere abbattuti». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni affida ai social il significato politico della demolizione dell’ex palazzo della camorra. Al suo posto, sottolinea, «devono nascere luoghi di vita, comunità e legalità»: uno spazio pubblico per i cittadini là dove prima c’erano «illegalità, sopruso e violenza criminale». «È questa – conclude Meloni – la risposta dello Stato ad ogni mafia». Con la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo che richiama la necessità di strumenti straordinari nei contesti più complessi. «In alcuni casi le procedure ordinarie non bastano, serve operatività, serve l’intervento dello Stato». E dalle carte, aggiunge, emerge anche un elemento spesso sottovalutato: «Il ruolo delle donne». Come quello di Gemma Donnarumma, «non solo moglie di Valentino Gionta ma vero capoclan». «È una realtà – sottolinea Colosimo – che va raccontata e contrastata con la stessa forza».
La rivincita di Siani
«Oggi anche per Giancarlo è una piccola rivincita». Davanti alle ruspe che abbattono Palazzo Fienga, l'ex deputato Pd Paolo Siani si dice «molto emozionato»: «Attraverso i miei occhi vorrei che Giancarlo lo vedesse». Mostra gli articoli scritti dal fratello quando aveva poco più di vent’anni, proprio su quel complesso: «Aveva scritto tutto». Ma il richiamo è anche alla realtà: «Oggi va giù un simbolo, non la camorra». Il cronista Giancarlo Siani aveva già raccontato quei meccanismi. E la sfida, avverte il fratello, resta aperta: «La scommessa è convincere i mafiosi a non essere mafiosi».
Lo strappo del sindaco
Giornata macchiata, però, da una polemica. Il procuratore di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, prende la parola e attacca. «Troppe contiguità con la criminalità organizzata, troppe ombre e illegalità anche nell’amministrazione comunale», dice. E invita a «meno cerimonie e più azioni concrete». Parole che innescano la replica immediata del sindaco Corrado Cuccurullo, che le definisce «gravi e profondamente ingiuste» e denuncia il rischio di restituire «un’immagine distorta» della città. Fino alla rottura definitiva: l’annuncio di dimissioni dalla poltrona di primo cittadino. A gennaio il prefetto di Napoli, Michele di Bari, su delega del ministro dell’Interno Piantedosi, aveva nominato una commissione di accesso agli atti per verificare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nell’amministrazione. Dopo tre mesi di verifiche, la relazione conclusiva è ora all’esame degli organi competenti e dovrà arrivare al Consiglio dei ministri, chiamato a decidere sul futuro del comune. Valutazione da cui dipende la possibilità di un nuovo scioglimento per infiltrazioni, come già avvenuto nel 2022, dopo le dimissioni del sindaco Vincenzo Ascione.
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