Don Diana, la camorra e la "santità scomoda". La diocesi prepara la causa di beatificazione
Nel 32° anniversario dell’uccisione di don Peppe Diana, il vescovo di Aversa Angelo Spinillo annuncia l’avvio dell’iter per l’inchiesta diocesana sulla sua vita e la sua morte. Don Ciotti: continua a parlare, continua a sollecitarci

Un lungo applauso accoglie le parole del vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, che annuncia che «è stato avviato l’iter utile ad iniziare un’inchiesta diocesana che, ci auguriamo, possa darci un’efficace possibilità di conoscere l’intensa spiritualità che ha animato la vita sacerdotale del nostro confratello don Peppe Diana e la testimonianza finale di fedeltà alla sua vocazione a seguire e ad essere con Cristo, partecipe della sua carità». È l’annuncio tanto atteso dell’avvio del cammino verso la beatificazione del parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 mentre stava per le celebrare la Messa delle 7,30. Come ogni anno la chiesa di San Nicola è piena. Oltre a Spinillo ci sono il vescovo di Pozzuoli, Carlo Villano, scout come don Peppe, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, la prefetta e il questore di Caserta, Lucia Volpe e Andrea Grassi, il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, amico di don Peppe, il generale Giuseppe Vadalà, commissario straordinario per la «Terra dei fuochi», alcuni sindaci con la fascia tricolore. E poi tanti sacerdoti a concelebrare e tanti scout in divisa.
Nell’omelia il vescovo Spinillo ricorda l’impegno della Chiesa diocesana «a raccogliere da tutta la vita e dalla morte cruenta di don Peppe Diana la testimonianza della sua speranza, del suo «vivere per la fede», della sua ansia, a volte, o più spesso anche tumultuosa, di essere sacerdote con Cristo, a servizio della Chiesa e della vita dei fratelli». Dunque, aggiunge, «il ritrovarci ogni anno intorno a questo altare, alla stessa ora in cui la gelida, indecifrabile prepotenza di un uomo puntò un'arma contro il nostro fratello e sparò una mortale successione di colpi, non è una semplice cerimonia commemorativa, ma è il segno della nostra convinta adesione alla vocazione, all’invito ad essere, insieme, i membri di un popolo nuovo, di un’umanità nuova che guarda con tutta la propria speranza a Cristo Signore». Il vescovo allarga lo sguardo alla situazione internazionale, alle «terribili e distruttive prospettive di guerra». Ma, avverte, «questo parlare delle guerre presenti nel mondo, non ci allontana dalla nostra realtà. Al contrario è il riconoscere che ciò che causa tante terribili guerre e distruzioni nel mondo è ciò che si realizza spesso anche nel più piccolo ambito del nostro vivere quotidiano, in questa nostra terra. È ciò che, nel corso degli anni troppe volte ha sparso sangue sulle strade e nelle case dei nostri paesi, è ciò che il 19 marzo 1994 insanguinò anche il pavimento di questa chiesa chiamando il sacerdote don Peppe Diana al sacrificio di fedeltà al suo sacerdozio».
Ma, ed è questo il suo allarme, «è ciò che temiamo possa ripresentarsi e, forse, già intravediamo nel risorgere di forme di intimidazione e di prepotenze, di illegalità e di abusi. È ciò che ancora ci preoccupa nel vedere e nel sentire linguaggi violenti e minacciosi, ancora storie di maltrattamenti delle persone e di sfruttamento delle istituzioni per interessi e fini privati». Il riferimento a recenti inchieste e alla ripresa di attentati agli esercizi commerciali. C’è dunque la necessità di restare vigili, di continuare a impegnarci, seguendo l’esempio di don Peppe, come hanno sottolineato in molti. «Questa notizia è una grande gioia – commenta don Carlo Aversano, uno dei parroci di Casal di Principe che firmarono con don Peppe il documento del Natale 1991, "In nome del mio popolo non tacerò" -. Eravamo da tempo in attesa che si prendesse un’iniziativa di questo genere. Peppe è già venerato nel cuore della gente. Ma non è un punto di arrivo ma di partenza. Il salmo dice "ora io incomincio"».
Anche per il procuratore Policastro quella di «oggi è una bella notizia anche se il percorso sarà lungo. Ma - avverte - a noi interessa che in questo percorso sia chiara una cosa: il beato indica le strade e don Peppino indicava già una strada molto chiara che è la strada della parola che deve contrapporsi alla violenza. Una parola che però deve essere concreta, attiva. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni: questo è il centro del messaggio che ci lascia don Peppe». Una riflessione che fa anche il generale Vadalà. «Per tutti noi essere qui, è una fonte di ispirazione e di impegno per la legalità che in don Peppe era strettamente legato a quello che succedeva allora, il totale sfruttamento al di fuori di ogni norma. Proprio pensando al suo sacrificio oggi noi ci impegniamo ancor di più per risanare i danni di quello sfruttamento».
Memoria e impegno, come sottolinea il vescovo Villano. «È una giornata bella perché ogni anno ci ritroviamo a fare memoria del sacrificio di don Peppe. Soprattutto per mettere in luce la vita e l’operato di chi ha dato la vita per questa Chiesa. Come scout Peppe conferma il suo impegno e la sua passione per i giovani e per la loro educazione. È un messaggio che dal Cielo Peppe ci sta dando ancora perché ci impegniamo nell'accompagnare i giovani in questo percorso di vita. Oggi più che mai in un tempo che sente e vive questi venti di guerra».
L’annuncio di Spinillo non sorprende don Ciotti. «Per noi don Peppe era già un santo, il santo della porta accanto, come ci ricordava sempre papa Francesco. È stato un percorso lungo, non semplice, segnato anche da vicende squallide come il tentativo di infangare la sua memoria per neutralizzare ciò che di straordinaria stava producendo la sua memoria». Per questo, è l’invito del presidente di Libera, «se don Peppe è stato ucciso noi dobbiamo essere più vivi. Non possiamo dimenticarci la scritta che è stata messa sulla tomba: dal seme che muore nasce una messa nuova di giustizia e di pace. Ha germogliato tanto. È stata una voce scomoda, loro pensavano che con quei proiettili avrebbero spento la sua voce e invece è ancora più accesa, continua a dare fastidio». Ma attenzione, avverte, «non dimentichiamoci che loro, i camorristi, sono ritornati. E allora tocca a noi, con l’aiuto di un santo, rigenerarci, perché se no degeneriamo. Lui continua a parlare, continua a sollecitarci. E allora siamo qui perché ci sia uno scatto ancora in più, perché ci sia una memoria viva, per essere più attenti e più responsabili nella lettura dell’oggi. Lui ha sacrificato col suo coraggio ieri e ci chiede oggi di tornare a risalire sui tetti a proclamare parole di vita». E conclude ricordando un passaggio del documento del 1991 «rivolto alla Chiesa nel quale è scritto che è compito dei sacerdoti parlare chiaro nelle omelie e in tutte occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Oggi più che mai c’è bisogno di tutto questo».
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