Nel centrodestra si discute molto di legge elettorale
Lega e Forza Italia sono contrarie alle preferenze. Salvini, parlando con i suoi, punge gli alleati: «Noi vogliamo vincere, FI pareggiare». E salta la nomina della Consulta sul nucleare

«La Lega continua a battersi per cambiare legge elettorale e far vincere il centrodestra, non come Forza Italia che vorrebbe un pareggio». La battuta, velenosetta, del leader del Carroccio Matteo Salvini filtra dalla riunione del gruppo in Sala Salvadori alla Camera di giovedì scorso. Il riferimento implicito è alla volontà degli azzurri – sbandierata invece più volte – di promuovere un proporzionale puro, senza i premi di maggioranza (o meglio, “di stabilità”) previsti dal ddl Bignami, il testo incardinato a Montecitorio. Ma più in generale traduce una divisione trasversale a destra e sinistra. Da un lato c’è chi punta a mantenere l’attuale Rosatellum – che assegna 3/8 dei seggi con un sistema maggioritario uninominale e il resto con un proporzionale – con il rischio di un pareggio, dato che il centrosinistra si presenterà più o meno unito, a differenza del 2022. Dall’altro c’è chi vuole invece rischiare per portare a casa una maggioranza ampia, sapendo che nel 2029 si voterà anche il nuovo Capo di Stato. Molti analisti, maliziosamente, fanno notare come in un ipotetico governo di larghe intese, nato da un pareggio, si troverebbe assai bene Forza Italia, non certo Lega e Fratelli d’Italia.
Con il ddl Bignami, invece, tutto sarebbe ben definito il giorno dopo il voto. Lo “Stabilicum” (per i sostenitori) o “Meloncellum” (per i detrattori) parte sì da una base proporzionale ma prevede poi un maxi-premio (70 deputati e 35 senatori) per la coalizione che vince prendendo più del 40% dei voti, fino a un massimo di 230 deputati e 114 senatori. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, per assegnare il premio è previsto un ballottaggio tra chi ha preso più del 35%.
Il proporzionale torna a essere “puro” solo se nessun raggruppamento supera il 35% dei voti: ipotesi per ora molto remota. Come nell’attuale Rosatellum, si mantiene la soglia minima di sbarramento per entrare in Parlamento al 3%. E ancora, niente preferenze sulla scheda ma viene prevista l’indicazione nel programma elettorale del premier. Tutti temi aperti. Il maxi-premio è già stato tacciato di incostituzionalità da molti oppositori della riforma e con tutta probabilità sarà aggiustato. Per le preferenze spingono FdI e Noi moderati, per nulla invece Lega e Forza Italia. Nm punta poi a “salvare” il primo partito sotto soglia. Che dopo il referendum qualcosa si sia rotto lo testimonia però quanto accaduto all’Università Luiss di Roma, dove si è tenuto ieri un incontro bipartisan sul tema, moderato dal professor Roberto D’Alimonte. Accanto a Giovanni Donzelli (FdI), Nazario Pagano (FI), Dario Parrini (Pd), Alfonso Colucci (M5s) ed Ettore Rosato (Azione), mancava un esponente della Lega, ha fatto notare a un certo punto il dem Parrini. «Io avevo invitato anche il ministro Calderoli, ma Salvini ha risposto “no”. Ha detto “meglio che la Lega non partecipi perché si deve occupare di altro”», la replica di D’Alimonte. Sempre ieri è avvenuto un altro episodio, in apparenza scollegato: la mancata nomina per tre voti di Giorgio Graditi, il nome del Governo, alla consulta per il nucleare (Isin). Uno stop dovuto a un sistema di voto complicato ma anche ad assenze nelle commissioni, con fonti di FdI che assicuravano: «Noi c’eravamo tutti».
Il nodo però rimane la legge elettorale. I leader del centrodestra ne hanno parlato mercoledì nel vertice a Palazzo Chigi, dandosi appuntamento alla prossima settimana per un confronto allargato con i tecnici. Ieri il segretario azzurro Antonio Tajani e il leader di Nm, Maurizio Lupi, hanno ribadito l’apertura a un dialogo con le opposizioni. Mentre il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, ha ricordato come sul nuovo regolamento di Montecitorio sia stata trovata un’intesa allargata. Nel centrosinistra i toni sono invece molto diversi. «Alle parole di apertura con le opposizioni non corrispondono i fatti», attacca Simona Bonafè (Pd), secondo cui il testo di maggioranza è «irricevibile». Toni simili da +Europa e M5s. Tanti analisti hanno però notato come il ddl Bignami potrebbe favorire la segretaria dem Elly Schlein nella competizione interna al centrosinistra, forte del fatto che il Pd nelle proiezioni è il primo partito di opposizione. Attorno al falò della legge elettorale, più che di un confronto vero, per ora c’è tanta voglia di litigare.
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