Più odio nei post di politica che dello sport: il linguaggio responsabile che manca ancora online

I dati di Kapusons sull’hate speech negli ultimi 10 anni, presentati al convegno "Le parole al limite" dell’Unimi: su 7,2 miliardi di post in Italia lo 0,25% è classificabile come hate speech, pari a 18 milioni di «parole oltre il limite»
Google preferred source
May 15, 2026
Più odio nei post di politica che dello sport: il linguaggio responsabile che manca ancora online
CELLULARE, SMARTPHONE, IPHONE, GIOVANI, DONNE, MESSAGGI, SMS Due ragazze si scambiano messaggi sugli iPhone prima di entrare a scuola.ANSA/FRANCO SILVI
Disarmate le parole: è l’appello lanciato da papa Francesco e poi ripreso da papa Leone XIV. È un sentire che si fa sempre più comune e che interroga prima di tutti chi, per comunicare o informare, ha il privilegio di usare le parole tutti i giorni nel proprio mestiere. La domanda di partenza è però come si disarmano concretamente le parole. Alcune possibili vie sono state analizzate ieri all’Università degli Studi di Milano durante il convegno “Le parole al limite. La necessità di un linguaggio responsabile”, che ha accolto professori ed esperti della comunicazione e dei media per una riflessione sul linguaggio contemporaneo e le derive del discorso pubblico online, che polarizza, semplifica, travolge.
«I contenuti violenti vengono alimentati dal sistema delle piattaforme social. Più superano il limite e più vengono premiati dall’algoritmo», ci spiega Ugo Esposito, docente esperto di comunicazione e ceo di Kapusons, che al convegno ha presentato una ricerca su come è cambiato il linguaggio online negli ultimi 10 anni. Dal 2015 al 2025 hanno analizzato 7,2 miliardi di post in Italia: di questi lo 0,25% è classificabile come hate speech (linguaggio d’odio), pari a 18 milioni di «parole oltre il limite», specifica Esposito, che nell’analisi ha rilevato anche la pervasività crescente dei social in quest’arco temporale, con un numero di utenti passato da 28 milioni 41,2. «Ma il dato che colpisce di più è che l’odio nei post che trattano di politica è circa tre volte di più di quello presente nel discorso di sport e calcio, dove noi immaginavamo invece che ci fosse la stragrande maggioranza dei contenuti discriminatori», continua.
Tra i temi dominanti nei contenuti d’odio ci sono le discriminazioni etnico-razziali «che hanno pareggiato quelle nei confronti delle donne e delle persone Lgbtq+». Per esempio, negli ultimi 12 mesi domina l’uso della parola “ebreo”, che crea molto più engagement delle altre parole usate con accezione negativa. Permane, sui 10 anni, l’uso di parole che svalutano la capacità di giudizio dell’interlocutore rimandando a una disabilità cognitiva. Centrale è il sessismo nei confronti delle donne, violenza ancora socialmente tollerata. Per esempio, solo negli ultimi sei mesi esaminati la parola offensiva usata di più nei confronti delle donne è quella che inizia con p., usata ben 400mila volte e visualizzata 153 milioni di volte. Queste parole, specifica la ricerca, sono usate sia su Facebook, che X, Instagram, Youtube e Tik Tok, ma è su quest’ultimo social che si crea più engagement, pari all’87,2% del totale generato dai contenuti d’odio rilevati: «Insomma Tik Tok fa il grosso della propagazione dei contenuti d’odio». Un dato che è cambiato è la mole generale dei contenuti d’odio rilevati, che nel 2015 era molto più grande: «La maggior parte delle piattaforme ha introdotto infatti strumenti che filtrano l’hate speech, ma i contenuti violenti migrano verso quelle meno regolamentate. Inoltre, la moderazione è resa difficile dal fatto che la maggioranza dei contenuti sono multimediali, mentre in quelli scritti gli utenti tendono ad aggirare il filtro, per esempio sostituendo le lettere con i numeri». Questi dati ci dicono insomma «che c’è ancora tanto da fare per superare il lessico dell’odio alimentato e propagato dall’algoritmo», conclude Esposito.
Il convegno – che ha messo insieme discipline molto diverse, dalle neuroscienze cognitive e la linguistica fino a diritto costituzionale, giornalismo, musica, pubblicità e amministrazione pubblica – si è proposto dunque come un punto di inizio per provare a pesare davvero le parole, partendo dalla responsabilità di chi per mestiere con le parole crea il mondo e agisce su di esso, per poi arrivare a quella di ciascuno e costruire, così, una società in cui, come ha ricordato il professore di linguista Edoardo Buroni parafrasando il Vangelo di Matteo, «non dire e scrivere ad altri ciò che non vorresti si dicesse o scrivesse a te».

© RIPRODUZIONE RISERVATA