I consumi giù, lo spettro della delocalizzazione: cosa c'è dietro agli esuberi di Electrolux

Il settore dell'elettrodomestico europeo soffre la concorrenza cinese e la stagnazione ma per i sindacati l'annuncio è stato una doccia fredda. Numeri positivi nel 2025, c'è la volontà di trasferire le produzioni in Polonia
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May 15, 2026
I consumi giù, lo spettro della delocalizzazione: cosa c'è dietro agli esuberi di Electrolux
Sono cinque gli stabilimenti Electrolux in Italia, la multinazionale ha annunciato 1700 esuberi
Da un lato la stagnazione dei consumi, dall’altra il cono d’ombra di un accordo con il colosso cinese Midea annunciato appena un mese fa. La crisi dell’Electrolux, multinazionale svedese degli elettrodomestici arrivata in Italia nel 1984 con il salvataggio di Zanussi e dei sui 20mila dipendenti, è una delle più gravi del settore. Ha messo in allerta i sindacati che hanno proclamato otto ore di sciopero trasformatesi in presidi permanenti nei cinque stabilimenti italiani, e le amministrazioni locali. La Regione Marche ha convocato un tavolo ieri, lunedì toccherà a Friuli Venezia Giulia e Veneto.
Una chiave di lettura, anche alla luce di casi analoghi come la vendita di Whirpool ai turchi di Beko, è la perdita di potere d’acquisto delle famiglie. I consumi, dopo il rimbalzo del Covid, si sono “spostati” verso il basso, creando una polarizzazione sempre più marcata. L’alto di gamma resiste, mentre le famiglie si impoveriscono e sono costrette a fare scelte dettate dal risparmio. Avviene da tempo con la spesa e con l’abbigliamento, discount e negozi di fast fashion continuano ad aprire punti vendita e a rosicchiare nicchie di mercato, e sta accadendo, da anni ormai come testimoniano decine di vertenze, anche per i beni durevoli. Dalle auto all’arredamento, passando appunto dal comparto degli elettrodomestici. La concorrenza dei prodotti cinesi e asiatici in generale, con prezzi di vendita più bassi, non è ad armi pari: in quei Paesi produrre costa meno perché energia, manodopera e materie prime sono più convenienti. E mancano le “extra-tasse” sulle emissioni inquinanti.
Nonostante queste premesse poco incoraggianti l’annuncio degli svedesi è arrivato come una doccia fredda. Inaspettata e inaccettabile. Electrolux è uno dei gruppi che ha fatto i maggiori investimenti sul fronte dell’automazione della produzione. Dal 2008 ad oggi ha in realtà ristretto il suo personale in maniera consistente, i dipendenti erano 5700 nel 2008 e ora sono 4500, con un piano di uscite volontarie. «L’annuncio che ci è stato fatto lunedì di un taglio del 40% del personale ci ha colto di sorpresa e per questo abbiamo chiesto di sospendere l’incontro e di riaggiornarlo al prossimo 25 maggio – spiega Massimiliano Nobis, segretario nazional della Fim-Cisl – Non ci è piaciuto il comportamento e la decisione di chiudere uno stabilimento senza nessuna valutazione su una possibile riorganizzazione delle produzioni». A Cerreto d’Esi (Ancona) si producono cappe per cucina, un settore in forte contrazione, e i dipendenti sono appena 170. A conti fatti il grosso degli esuberi sarà negli altri quattro stabilimenti: quello di Solaro (Milano) con 740 dipendenti, quello di Forlì con 860, quello di Susegana (Treviso) con 1170 e il quartier generale di Porcia (Pordenone) con 1600 lavoratori. «Parliamo in media di 400 esuberi a stabilimento se facciamo un conteggio a “spanna”. Ci sono poi i lavoratori dell’indotto che sono circa duemila. Va riconosciuto ad Electrolux di aver fatto moli investimenti in questi anni e di avere relazioni sindacali di buona qualità» aggiunge Nobis. L’azienda ha messo sul tavolo la questione della redditività, dicendo che non si raggiunge il 6% di marginalità. «Il mercato è in stagnazione: nel periodo pre-Covid si producevano 90 milioni di elettrodomestici, adesso siamo passati ad 83 milioni, con uno spostamento verso i prodotti di bassa gamma che sono quelli più venduti. Il sistema è in sofferenza e vanno apportati dei correttivi». Non è solo la concorrenza di marchi low-cost a pesare ma anche la dipendenza di materie prime importante e la scelta di delocalizzare la componentistica. Barbara Tibaldi responsabile del settore elettrodomestici della Fiom-Cgil ritiene che dietro la comunicazione degli esuberi, arrivata dopo un 2025 positivo dal punto di vista dei ricavi, ci sia la volontà di delocalizzare la produzione in Polonia e nel Sud-Est asiatico anche alla luce di un accordo strategico con il colloso cinese Midea, siglato un anno mese. Accordo che sulla carta riguarda soltanto Canada e Usa, ma in realtà potrebbe nascondere una futura vendita. Già l’anno scorso Midea aveva avanzato una proposta per rilevare Electrolux, poi sfumata. «Il quadro che ci hanno presentato è drammatico - sottolinea Tibaldi -: non solo le cappe prodotte a Cerreto d’Esi ma anche i forni e i piani a gas di Forlì e le lavasciuga di Porcia verranno prodotti altrove. Ma quello che preoccupa di più è che hanno parlato di una riduzione di tutte le produzioni a basso valore aggiunto, senza chiarire quali sono, e ipotizzato l’introduzione di un turno unico per gli operai che adesso lavorano su due turni. Questo significa potenzialmente un dimezzamento dei lavoratori. Chiediamo al governo di opporsi in tutti i modi alle delocalizzazioni». In Italia ci sono 29 stabilimenti produttivi che danno lavoro in maniera complessiva tra dipendenti diretti e indotto a 140mila persone. Il nostro Paese è il terzo esportatore di elettrodomestici europeo e il secondo per quanto riguarda la componentistica. La crisi riguarda l’intera Europa che ha perso 20mila lavoratori negli ultimi anni per una serie di motivazioni come fa notare l’associazione europea di produttori Applia, a partire dalla concorrenza dei prodotti asiatici. «La quota di prodotto proveniente dall’Asia è passata dal 15,3% del 2014 al 28,2% del 2024, mentre la produzione europea è scesa dall’81,3% al 71,4%, perdendo quasi dieci punti percentuali. Il riflesso è un mercato europeo sostanzialmente stagnante, con le principali categorie di prodotto in calo».
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