Biffi: la Vergine Maria è la donna più vera bellezza senza ombre, bontà senza egoismi
Torna oggi in libreria il suo saggio cult «Piccolo Dizionario del Cristianesimo». Qui l'anticipazione alla voce dedicata alla Madre di Dio

A ventitré anni dalla sua ultima pubblicazione l’editore Cantagalli fa ritornare da oggi (15 maggio) in libreria un classico del cardinale Giacomo Biffi (1928-2015) Piccolo Dizionario del Cristianesimo. Il volume (pagine 272, euro 20), con una nuova veste grafica, è curato dalla carmelitana scalza suor Emanuela Ghini. La religiosa, che fu discepola di don Giuseppe Dossetti, conobbe da “vicino” anche Giacomo Biffi e con lui intrattenne un lungo carteggio epistolare (1960-2013). Questo Dizionario, con lo stile pungente e diretto tipico di Biffi, affronta i temi nodali del suo magistero da arcivescovo di Bologna (1984-2003) in un’ottantina di voci: la prima è «aborto», l’ultima «vuotezza». Qui proponiamo, nel mese mariano di maggio un ampio stralcio della voce «Maria», dedicata a colei che Biffi definisce «icona perfetta del progetto di Dio».
Di seguito il testo di Biffi
M aria, sola creatura pienamente realizzata, la donna più vera, icona perfetta del progetto di Dio di renderci santi. Maria, la madre di Gesù, è la sola donna – anzi la sola creatura – perfettamente riuscita. È colei che traduce integralmente nella realtà di fatto esistente il disegno sapiente e affettuoso del Dio eterno. Il quale «ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» ( Efesini 1, 4). Nessuno – neppure i più grandi santi – risponde pienamente a questa scelta divina, tranne colei che è la «piena di grazia» (cfr. Luca 1, 28). Perciò ciascuno di noi è tanto più «realizzato», quanto meno si discosta da questo modello; su cui oggi siamo invitati a fissare lo sguardo. In questo senso possiamo dire che la Madonna – creatura supremamente feconda – è la donna (anzi la persona umana) più «vera». Perché la «verità» di una donna – come di ogni creatura – non sta in ciò che lei pensa di sé, magari sotto i condizionamenti ossessivi delle squallide ideologie dominanti nel nostro tempo, ma in ciò che Dio ha pensato di lei nell’eternità. La piena conformità dell’essere al dover essere, che non si ritrova mai sulle polverose strade della terra (perché tutti dobbiamo rammaricarci e vergognarci di qualche cosa); la bontà totale, senza gli inquinamenti egoistici che si infiltrano anche negli atti meglio intenzionati; la bellezza senza ombre, che è l’anelito di ogni artista e di ogni poeta: tutto ciò risplende nella figura semplice e amabile di questa fanciulla ebrea, che restando intatta è diventata la madre di Dio. Non è che Maria non appartenga alla nostra immiserita famiglia di peccatori; non è che non provenga dalla nostra stessa discendenza contaminata; non è che non abbia bisogno (come abbiamo bisogno noi) di essere riscattata dalla eredità fallimentare di Adamo: è che è stata così radicalmente redenta da essere cara a Dio e colma del divino splendore fin dal suo primo palpito di vita, cioè fin dal suo concepimento. Maria, donna del sì, progressivamente scoperto nella sua densità fino alla tragedia della croce di Cristo. Maria, icona dell’umanità sofferente, riscattata dal sacrificio di Gesù. Tutto è cominciato con un «fiat»: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» ( Luca 1, 38). Tutto, dunque, è cominciato con un «sì». Breve e tremenda paroletta il «sì». È più esile e rapida di un respiro, e spesso racchiude in sé tutta una vita. Ognuno di noi, ripercorrendo a ritroso i suoi anni, quasi sempre si imbatte in alcuni «sì», che l’hanno orientato e cambiato per sempre.Chi dice qualcuno di questi «sì», si carica di un fardello che in quel momento né conosce né può valutare, e che poi graverà implacabile su di lui. Ma chi non dice mai nessuno di questi «sì», molto spesso si trova tra le mani una vita vuota e senza significanza. Il «fiat» di Maria è stato un assenso a un disegno grande e fasciato di mistero, come grande e fasciato di mistero era il Dio che l’aveva pensato per lei. In questo disegno c’era, per lei, la pienezza di grazia, c’era una maternità eccezionale, c’era come figlio suo il Figlio stesso di Dio, c’era un regno che non avrebbe avuto fine: un’avventura straordinaria e bellissima. L’angelo non le parla d’altro, non le fa intravedere la croce. Ma la Vergine Maria, che ha per i disegni di Dio l’intelligenza penetrante dei semplici e dei puri di cuore, sa che tutto ha un prezzo: ciò che più è prezioso, più deve costare; chi si apre a una sorte eccezionale e grande, deve sapersi aprire anche a prova eccezionale e a un grande dolore. Maria, al momento del «sì», non conosce ancora con chiarezza quanto dovrà pagare, ma già lo accetta con animo fiducioso, abbandonandosi totalmente al progetto divino, cui vuole adeguarsi senza riserve. Gli anni che seguiranno, saranno la progressiva scoperta di ciò che le era stato richiesto, di ciò che, ancora avvolto nell’ombra, ha già però avuto il suo «sì». L’angoscia di portare in sé un segreto che non si poteva nascondere e non si poteva rivelare; l’amarezza di un parto desolato, nel freddo dell’inverno, al riparo di una dimora di animali; il disagio di un esilio improvviso nella terra d’Egitto. E questi non sono che i presagi del grande dolore. Un vecchio profeta, la prima volta che Maria porta al tempio quel suo figlio amato e fatale, le solleverà un poco il lembo che ancora nasconde il suo angosciato futuro, e le darà la certezza che l’attende un’ora crudele: «A te una spada trafiggerà l’anima». I lunghi anni quieti di Nazaret passeranno col pensiero a questa spada imminente. E così, a poco a poco la sua anima si disporrà a essere trafitta, imparerà l’arte difficile del patire, facendo crescere e dispiegare dentro di sé il «fiat» generoso e implicito dell’inizio. Vale anche per Maria quanto è stato misteriosamente e stupendamente detto di Gesù dall’autore della lettera agli Ebrei: «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì». Dalla sua sofferenza imparò quanto costoso e quindi quanto pregiato agli occhi di Dio fosse stato il suo «sì», quanto nobile fosse al cospetto del Padre celeste il suo destino di donna. E venne il giorno tragico e salvifico del Venerdì Santo. In piedi, sul Calvario, Maria è là, coraggiosa e forte, attenta a non perdere neppure una stilla del suo calice amaro; mentre gli apostoli si eclissano, lei non vuol rifuggire dallo spettacolo orrendo di quel Figlio, unico e tutto suo, che muore dissanguato sulla croce. Si direbbe che si impegni a rivivere dentro il suo stesso essere ogni tormento di Cristo, per farsi più vicina e più simile a lui. Come tutti i peccati del mondo erano addossati a Gesù, il Servo di Dio sofferente, perché potessero essere espiati e distrutti, così nell’intimo di Maria parevano raccolti e consacrati tutti gli spasimi, tutte le pene, tutte le tristezze della storia del mondo. Nella Vergine Maria, l’umanità dolorante e riscattata dal sacrificio di Cristo si trovava dunque raffigurata e riassunta.

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