Giussani verso la beatificazione. Le storie di quelli a cui ha cambiato la vita

Chiusa la fase diocesana dell'iter. Nella Basilica di Sant’Ambrogio, letteralmente gremita, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha ricordato il fondatore di Cl: «Riconosciamo un uomo di Dio che con la vita e le parole conduce a incontrare Cristo»
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May 14, 2026
Don Luigi Giussani
Don Luigi Giussani
«La parola che voglio dire è la gioia. La gioia che viene dall’esperienza della grazia». A esprimere con queste parole i suoi sentimenti personali e quelli dell’intera Chiesa ambrosiana è stato l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ieri ha presieduto nella Basilica di Sant’Ambrogio gremita, i secondi Vespri solenni dell’Ascensione con la chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Luigi Giussani, fondatore del movimento e della Fraternità di Comunione e Liberazione. Una scelta non casuale quella della data e del luogo del rito: la solennità dell’Ascensione che fu molto cara a Giussani e la basilica contigua all’Università Cattolica dove il servo di Dio insegnò dal 1964 al 1990. Vespri che sono stati concelebrati da diversi presuli: Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno; Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla; Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e consigliere spirituale della Fraternità di Cl; Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato; Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia; Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto. Tanti anche i sacerdoti ambrosiani, assieme ad alcuni vicari episcopali e all’assistente ecclesiastico diocesano, don Mario Garavaglia.
Tra le autorità presenti, Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano, Raffaele Cattaneo, sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia, Linda Ghisoni, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, oltre ad alcuni rappresentanti di movimenti e associazioni ecclesiali. In prima fila anche il fratello di don Giussani, Gaetano, il presidente della Fraternità di Cl, Davide Prosperi, il suo predecessore don Julián Carron. Ma soprattutto tanta gente, più di tremila persone radunate nel complesso della basilica – e altre migliaia collegate da remoto – tutte riunite per questo momento burocraticamente solenne e spiritualmente significativo. Con i gesti della chiusura del processo diocesano, le firme sulla documentazione finale, i sigilli in ceralacca rossa apposti ai faldoni da inviare in Vaticano. «Sono tre i motivi della gioia», ha detto ancora Delpini nella sua riflessione. «Primo: perché riconosciamo in don Luigi Giussani un uomo di Dio, un prete che, con la sua vita e con le sue parole, ha condotto a incontrare Cristo. Questo è il dono più grande che è stato fatto a Giussani e, attraverso lui, a tutti coloro che hanno percorso questo cammino. Un secondo motivo di gioia e di grazia è sentirsi dentro questa Chiesa e il processo che qui oggi si conclude è la dichiarazione con cui la Chiesa di Milano ha riconosciuto che la causa di beatificazione può essere consegnata al supremo discernimento».
L’arcivescovo Delpini alla chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di Giussani / Fotogramma
L’arcivescovo Delpini alla chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di Giussani / Fotogramma
Un terzo motivo di grazia, ha suggerito il presule, «è che molte persone di tutte le età, di tutti i Paesi hanno cominciato una storia, riconoscendo una parola rivolta a loro, un messaggio che ha colpito nel profondo dell’umano, un’apertura di orizzonti che ha allargato il cuore. L’incontro con don Giussani è stato un punto di partenza». Tre motivi di rendimento di grazia, quindi, ma anche altrettanti utili a vigilare su ciò che l’arcivescovo ha definito tre tentazioni. «Il dare tanta importanza a monsignor Giussani da non andare oltre, mentre lui ci invita ad andare verso Dio e considerare il servo di Dio come un giacimento». Ossia pensare che la «grandissima produzione dei suoi scritti finisca per essere come una specie di inesauribile miniera da cui continuamente si potrà fare una citazione, un riferimento. Invece, l’opera di Giussani è una sorgente, non una “cosa” fatta di reperti da rievocare, ma una freschezza che deve continuare a fecondare la terra e il cuore, il movimento e tutti coloro che lo incontrano. Una terza tentazione potrebbe essere quella del trionfalismo, di quell’atteggiamento per cui si rischia di attirare l’attenzione su di sé, sul movimento o sulle sue realizzazioni, mentre occorre vedere il dono che tutto questo rappresenta per la Chiesa, per la società, per il presente e il futuro». Parole di sentito ringraziamento, quelle del presidente Prosperi, «Esprimo inoltre l’immensa gioia di tutti gli appartenenti a Cl per questo ulteriore e fondamentale passo del percorso con cui la Chiesa riconosce la bontà della testimonianza di vita cristiana di don Giussani».

Grant, Susanna, Pietro: quelli a cui il Gius ha cambiato la vita

«Quando lui è morto, io non ero neppure nato. Non l’ho incontrato, eppure mi ha cambiato la vita». Grant Eberle oggi ha 17 anni e parla così di “father Giussani” al telefono dalla sua casa di Atchison in Kansas. Fa parte della piccola comunità di Gioventù Studentesca (Gs): tutti ragazzi che, come lui, Giussani l’hanno potuto conoscere solo in qualche video o studiando i suoi testi, ma che ha segnato in profondità la loro esistenza. Grant lo evoca come una presenza viva: «Leggendo i suoi libri ho visto descritta la mia esperienza umana meglio di quanto avrei potuto fare io stesso. Mi aiuta a capire che Gesù non è un personaggio del passato: è presente nella realtà in cui vivo, e per questo voglio parlarne agli amici, comunicarlo a quelli che incontro». Proprio come ha fatto qualche settimana fa presentando insieme ai suoi coetanei una mostra che parla del fondatore di Comunione e Liberazione allestita al New York Encounter, un evento culturale che si svolge ogni anno nella Grande Mela, una specie di Meeting di Rimini a stelle e strisce. In pochi mesi, Grant e gli amici di Gioventù Studentesca erano riusciti a raccogliere dodicimila dollari per pagarsi il viaggio dal Kansas a New York, dove hanno spiegato la mostra – emozionati ma molto determinati – a centinaia di visitatori. Un particolare eloquente: sulla parete dell’ultima sala erano appese le lettere scritte da lui e da altri ragazzi che si rivolgono a Giussani come a un amico al quale raccontano la loro vita. «In quelle lettere si capisce la loro consapevolezza di essere dentro una storia iniziata duemila anni fa, passata attraverso gli apostoli e che li ha raggiunti oggi attraverso una lunga fila di testimoni», commenta Aaron Riches, l’insegnante che segue la comunità di Gs ad Atchison.
Anche Susanna Karanja, una ragazza di 22 anni che lavora in Kenya come consulente fiscale, è stata “contagiata” dal fascino di quella presenza – lontana e insieme vicina – quando frequentava l’università a Nairobi. «Mi sentivo smarrita di fronte a tante proposte e ideologie. Alle lezioni del secondo anno di Economia ho conosciuto Anna e Roby che mi hanno parlato del movimento di Cl, siamo diventati amici e mi ha colpito il fatto che Giussani invita a prendere sul serio le domande che ho nel cuore e a giudicare tutti gli aspetti della vita: le guerre che insanguinano il mondo, lo studio, il difficile rapporto con la mia famiglia, la corruzione, il desiderio di amici veri, le incognite sul futuro che mi aspetta. È la sua personalità che mi ha portato a conoscere Cristo e ad aderire alla Chiesa». Pietro Toso ha 21 anni, studia Design e fa parte della comunità ciellina del Politecnico di Milano. «Chi è Giussani per me? Beh, lo considero anzitutto un amico. Una persona che mi aiuta a non censurare nulla della mia vita, a non accontentarmi di risposte preconfezionate. Ha vissuto in un’epoca molto diversa da questa, ma non è affatto un uomo del passato. Potrei dire che l’ho incontrato, non “in presenza” – come si usa dire oggi – ma grazie ad altre persone che l’avevano conosciuto e mi hanno fatto vedere un modo di vivere e di stare insieme che mi ha conquistato. Sto imparando a conoscerlo anche frequentando la scuola di comunità, un lavoro personale e comunitario che si basa sul paragone tra i suoi scritti e la vita di tutti i giorni». Pietro è uno dei giovani che pochi giorni fa ha animato il Mud – acronimo di Milano University District –, un festival organizzato da studenti del Politecnico e dell’Università Statale di Milano: mostre, talk, spettacoli e musica. Il titolo di quest’anno – “E sognò la libertà” – ha preso in prestito le parole di una canzone di Lucio Dalla per lanciare una provocazione: in un’epoca che identifica la libertà con l’assenza di vincoli, il Mud testimonia che la libertà fiorisce all’interno di una compagnia umana che permetta una risposta ai desideri più profondi del cuore. Proprio come diceva quel prete che continua a contagiare i giovani con il suo carisma.

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