In seminario, davanti alle domande dei giovani: «Così capiamo se Dio ci vuole preti»

di Matteo Liut, inviato a Verona
I ragazzi e il rettore di Verona raccontano la loro esperienza. «La chiamata? Un cammino sul quale non siamo mai soli»
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May 17, 2026
In seminario, davanti alle domande dei giovani: «Così capiamo se Dio ci vuole preti»
Un momento di vita comune nel Seminario arcivescovile di Verona / G.Panozzo
«Rispetto a quando ero seminarista io, molto è cambiato. Il mio era un seminario forse più statico, dove molte cose si ripetevano di anno in anno: anche i vasi di fiori si mettevano sempre nello stesso punto. Questo modo di fare garantiva stabilità ma oggi non può più essere così. E per fortuna possiamo dire che adesso anche in seminario c’è “spazio”. Spazio per immaginare davvero qualcosa di nuovo». Don Luca Albertini, 48 anni, sguardo profondo, voce pacata e barba folta, ci accoglie nell’antico palazzo del Seminario arcivescovile di Verona, stretto tra le viuzze del centro cittadino, con il sorriso sereno di chi sa di non essere solo nell’impegnativo compito di accompagnare i giovani che, giorno dopo giorno, stanno dando forma alla propria vocazione al ministero sacerdotale. Mentre parla, il rettore indica un particolare: nella parte superiore della facciata del seminario c’è un grande orologio, fermo sulle quattro, l’ora della chiamata dei primi discepoli secondo il Vangelo. Lo tengono così com’è, senza restaurarlo, perché questa coincidenza non è solo curiosa, ma significativa: richiama il momento in cui tutto ha inizio, l’incontro con Cristo che cambia la vita. Qualsiasi strada si scelga, questo è il centro di tutto. Ecco quindi il cuore della sfida che la Chiesa ha deciso di raccogliere rimettendo mano negli ultimi anni anche ai percorsi di formazione al sacerdozio: aiutare giovani e meno giovani a mettersi in ascolto delle domande che si portano dentro, intuizioni spesso ancora confuse ma capaci di orientare la vita. Non a caso, secondo le linee guida della Chiesa italiana, i primi tre anni della formazione – uno di propedeutico e due della fase discepolare – servono proprio a dare forma a quelle domande, a conoscerle, a verificarle, ponendo le basi per una scelta che oggi appare sempre più controcorrente.
Accompagnandoci all’interno, don Albertini si ferma al centro del lungo corridoio che conduce agli spazi della comunità: alle pareti sono appesi i ritratti dei preti veronesi, santi e beati, che hanno studiato tra questi chiostri. Volti che sembrano osservare chi passa. «È il primo segno che non siamo da soli», sottolinea. Una presenza silenziosa che dice continuità, radicamento, storia. La tradizione resta un punto fermo, il Vangelo è lo stesso, ma i tempi cambiano. I numeri sono più contenuti, il contesto culturale non è più esplicitamente cristiano («è finito il tempo della cristianità», notava qualche mese fa il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei). «Serve creatività – osserva il rettore –. Non possiamo semplicemente riproporre ciò che facevamo in passato: dobbiamo avere il coraggio di immaginare strade nuove». A Verona queste strade hanno il volto di una comunità viva e dinamica, aperta al territorio e inserita nella vita della diocesi. Un piccolo segno concreto è la presenza, ai piani superiori, di uno studentato universitario con una quarantina di giovani provenienti da tutta Italia e anche dall’estero. Non un corpo estraneo, ma un’occasione di incontro. «È una ricchezza – nota don Albertini – perché condividiamo momenti di confronto e di vita». Verona resta inoltre una realtà “graziata” sul piano numerico. «In questi ultimi anni le presenze in seminario sono state costanti», osserva il rettore, segnalando anche un dato interessante: si abbassa l’età di chi sceglie di iniziare questo cammino. Svoltato l’angolo, la comunità si svela nella sua quotidianità: alcuni seminaristi, durante una pausa, stanno sistemando una cornice con lo stemma del vescovo Domenico Pompili, che viene qui regolarmente per condividere momenti con i suoi futuri collaboratori. A prima vista sono ragazzi come tanti. Poi, parlando, emerge qualcosa di diverso: uno sguardo limpido, una serenità che colpisce. Si respira un clima di fraternità reale, non costruita. «Non sei solo figlio della mamma e del papà, sei anche un po’ figlio nostro», si è sentito dire Samuele Pesente, 22 anni, originario di Nogara e al secondo anno, da una signora della sua parrocchia. Una frase semplice, ma decisiva: «Mi ha fatto capire che non sono mai solo», racconta. Una consapevolezza che prende forma anche in seminario: «All’inizio eravamo sconosciuti, oggi condividiamo paure, attese e difficoltà».
«La fraternità non si può istituzionalizzare – osserva don Albertini – si può coltivare». E questo avviene dentro le relazioni quotidiane, anche attraverso le fatiche. «Non è sempre facile – ammette ancora Pesente – perché ognuno è diverso, ma proprio lì impari cosa significa essere davvero fratello». E ciascuno porta dentro il proprio vissuto. «Entrando nella nostra cappella – spiega il rettore – si passa attraverso una porta che rappresenta il roveto ardente». Le impronte sulla sabbia richiamano la voce di Dio a Mosè: togliersi i sandali. Non per eliminare le fragilità, ma per entrare con tutta la propria umanità in un incontro che trasforma. Perché la formazione non è mai un percorso astratto. «La mia vita era piena, ma sentivo che mancava qualcosa», racconta Samuele Fiorin, 23 anni, originario di Valeggio sul Mincio e al primo anno. Non un vuoto drammatico, ma una domanda silenziosa, insistente. Da lì è iniziato il cammino: prima il propedeutico, poi l’ingresso in seminario. «La vocazione non è una chiamata alla perfezione morale», ribadisce don Albertini, ma un lasciarsi incontrare, con tutta la propria storia. Anche negli spazi più semplici: gli studi degli educatori lungo il corridoio d’ingresso, sempre aperti, segno di una presenza che si gioca nella quotidianità. La formazione passa infatti attraverso momenti non programmati: i pasti, i servizi, gli imprevisti. «All’inizio è stato difficile – racconta ancora Pesente – perché il tempo sembrava più vuoto, più lento». Un tempo da abitare, non da riempire. «Poi ho capito che era uno spazio per incontrare meglio me stesso e il Signore».
Dopo il propedeutico (diretto a Verona da don Luca Passarini), i primi due anni segnano il passaggio decisivo: non si tratta più di analizzare la propria domanda, ma di entrare in relazione. Di stare con il Signore. Nel salotto con il grande divano, dove i seminaristi si ritrovano per i momenti di pausa, don Albertini richiama infine un altro punto centrale: l’apertura al mondo. «I seminaristi fanno esperienze pastorali, culturali, vivono incontri. Non si tratta semplicemente di essere “fuori”, ma di imparare a stare nella realtà con uno sguardo evangelico». Ed è proprio lì, nelle relazioni, che tutto questo prende forma. «Non ho sentito una sola voce, ma tante voci», racconta Andrea Morelato, 32 anni, originario di Rizza, arrivato in seminario dopo l’esperienza con l’Operazione Mato Grosso e anni di missione in Perù. «La vocazione l’ho riconosciuta negli incontri, nella gente, nei poveri». Una scoperta che continua ogni giorno. «Non è un cammino che puoi fare da solo – aggiunge –. È relazione, è camminare insieme, affidarsi anche agli altri». E forse è proprio questa la chiave più vera che emerge attraversando questi corridoi: che nel silenzio delle domande personali e nella concretezza della vita condivisa, la vocazione prende forma sempre dentro una comunità. Dentro uno spazio che tutto accoglie – domande e risposte, tradizione e novità, comunità e vita personale – e si apre al futuro non solo dei seminaristi ma di tutta la Chiesa.

Voci e volti dal Seminario in un video-documentario

Come si diventa preti oggi? Quali sono le sfide che un seminarista deve affrontare? Come si vive in un seminario? Chi sceglie questa via, sempre più controcorrente, verso il sacerdozio? Sono le domande a cui Avvenire, assieme all’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni, cerca di dare una risposta attraverso il racconto di vita vissuta delle comunità di alcuni seminari d’Italia. La prima puntata, raccolta in questa pagina, riporta l’esperienza di Verona e si sofferma sulla prima tappa del cammino di formazione, definita “discepolare” nelle linee guida definite dalla Chiesa italiana. Il racconto, però, si amplia con un video-documentario realizzato da Giovanni Panozzo (soggetto di Matteo Liut, collaborazione di don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni). Il video, visibile su Youtube, restituisce il volto concreto della formazione: un’esperienza viva fatta di incontri, relazioni e verifica quotidiana. La vocazione appare come una realtà dinamica, che cresce dentro la vita e si chiarisce nella misura in cui ci si lascia coinvolgere. Ne esce il valore del discernimento come cammino condiviso, in cui nessuno è lasciato solo. Un invito, in definitiva, a guardare alla vocazione non come a una risposta già data, ma come a una storia che prende forma nel tempo, dentro una relazione viva e concreta con Dio e con gli altri.

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