Finanza e tecno-difesa: a Pechino va in scena il nuovo potere globale

La delegazione americana in Cina al seguito di Trump non si è recata a vendere solo beni, ma interpretazioni del futuro, come vuole il capitalismo contemporaneo
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May 17, 2026
Finanza e tecno-difesa: a Pechino va in scena il nuovo potere globale
Il presidente Usa, Donald Trump, con il presidente della Repubblica Popolare di Cina, Xi Jinping, durante il vertice a Pechino/ REUTERS
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella composizione della delegazione americana che si è recata a Pechino al seguito di Donald Trump. Accanto ai rappresentanti della finanza globale hanno seduto i protagonisti dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, delle infrastrutture digitali e della nuova economia della tecno-difesa. Nvidia, Tesla, Qualcomm, BlackRock, Boeing. Non è soltanto una missione economica. È la fotografia di un nuovo blocco di potere, di quell’ecosistema dove prosperano l’alta finanza, l’estrazione di dati, la produzione di sempre maggiore capacità computazionale, per prevedere e così promettere più sicurezza. Per lungo tempo il capitalismo ha prodotto beni. Poi ha imparato a produrre soprattutto servizi finanziari. Oggi sembra essersi spinto ancora oltre. Il capitalismo contemporaneo produce interpretazioni del futuro. Le imprese strategiche del nostro tempo non vendono soltanto tecnologie. Vendono capacità di anticipazione. Promettono di leggere il mondo prima degli altri: individuare anomalie, prevedere instabilità, trasformare l’incertezza in probabilità calcolabili. Non operano semplicemente dentro il mercato. Contribuiscono a costruire il modo in cui il futuro viene immaginato, classificato e temuto.
Shoshana Zuboff, nel suo Il capitalismo della sorveglianza , ha mostrato molto bene come il capitalismo contemporaneo stia trasformando l’esperienza umana in materia prima per sistemi di previsione comportamentale. Ma oggi la questione non riguarda più soltanto il consumo o la pubblicità. Riguarda la geopolitica e la sicurezza. Chi controlla le infrastrutture della previsione controlla anche investimenti, priorità strategiche e gerarchie della paura. La delegazione di Pechino ha reso visibile proprio questa trasformazione. Le grandi aziende tecnologiche non sono più semplici fornitrici dello Stato. Sono diventate infrastrutture cognitive della politica contemporanea. Producono mappe del possibile. Definiscono ciò che appare minaccia, ciò che merita attenzione, ciò che deve essere anticipato. Così nasce e si sviluppa la nuova infrastruttura economica della paura. Un sistema che prospera non grazie all’eliminazione dell’incertezza, ma alla sua amministrazione permanente. In questo quadro anche la pace cambia significato. La stabilità rallenta investimenti, innovazione militare e spesa straordinaria. L’emergenza, invece, accelera tutto. Non occorre immaginare una cospirazione. Basta osservare la logica interna del sistema. Se interi settori economici prosperano grazie alla gestione dell’insicurezza, allora l’insicurezza tende inevitabilmente a diventare permanente.
Papa Leone XIV, intervenendo alla Sapienza, giovedì scorso, ha invitato a non chiamare «difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza». È un passaggio importante, perché riporta la questione al suo nucleo linguistico e politico. Se il riarmo viene chiamato «difesa», se l’escalation viene chiamata prudenza, allora il linguaggio non descrive più la realtà, ma la organizza. Ed è precisamente qui che la composizione della delegazione americana a Pechino diventa emblematica. Non perché quei Ceo rappresentino da soli la causa del disordine mondiale, ma perché mostrano quale forma sta assumendo il potere. Non si producono più solo strumenti, ma le interpretazioni del futuro attraverso cui decidiamo che cosa temere, quanto spendere e quale pace considerare ormai impraticabile. Hannah Arendt aveva compreso che la paura è uno strumento potentissimo di isolamento politico. Una società spaventata smette progressivamente di agire insieme. Si rifugia nella protezione e nella delega e si prepara ad accettare l’inevitabile. E una società che smette di discutere pubblicamente le proprie paure rischia di consegnare il proprio futuro a chi dalla paura trae consenso politico e enormi profitti. Per questa ragione la questione non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda la democrazia. Perché chi controlla le infrastrutture cognitive della sicurezza non si limita a fornire mezzi allo Stato, ma contribuisce a definire ciò che una società considera pericoloso e urgente, perfino inevitabile. E una società che smette di discutere pubblicamente le proprie paure rischia di consegnare il proprio futuro a chi dalla paura trae una nuova forma di potere. La pace in questi tempi nuovi non potrà solo coincidere con l’assenza di minacce, ma sarà sostanziata dalla capacità di impedire che la paura diventi il principio ordinatore della vita in comune. 

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