Nella cella saudita in attesa del boia: «Questa notte potrebbe essere l'ultima»
Tomas è stato condannato a morte con altri 200 etiopi del Tigrai senza interprete né assistenza legale. La data dell'esecuzione è segreta: le ultime tre il 21 aprile

Potrebbero andare a prendere in cella Tomas anche stanotte per ucciderlo. Tomas – il nome è di fantasia per non abbreviargli la vita, la storia no – è uno dei 200 detenuti etiopi, o forse di più, tutti giovani, condannati a morte nella prigione di Khamis Mushait, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, per traffico di droga. Le guardie sono già entrate il 21 aprile a prendere tre condannati, dicendo loro di seguirli per un’udienza in tribunale. Poi hanno comunicato ai compagni che la sentenza era stata eseguita, intimando loro di informare le famiglie. Uccisi come bestie, senza poter salutare per un’ultima volta gli affetti, senza poter pregare. Molti sono cristiani.
Tomas, 21 anni, è in prigione dal 2024 in una cella sovraffollata dove vive disperato e in condizioni inumane con altre 64 persone. In tutto il carcere gli etiopi sarebbero 200, qualcuno dice addirittura il doppio. Condannati a morte per traffico di stupefacenti, anche se nessuno di loro sapeva che il khat che trasportavano – un’erba che si coltiva e si mastica abitualmente e legalmente nel Corno d’Africa e nel vicino Yemen per vincere la fatica e resistere alla fame – è proibito per legge e la pena è la vita.
I datori di lavoro arabi e yemeniti obbligavano Tomas e agli altri a trasportarlo e loro obbedivano. Lui era fuggito dalla povertà estrema in cui è precipitato il Tigrai dopo la fine della guerra civile nel 2023. Tomas aveva combattuto nelle forze di difesa tigrine contro l’esercito di Addis Abeba e i suoi alleati eritrei ed amhara ed era stato ferito gravemente. Appartiene al popolo Irob e sperava di ottenere cure mediche e di ricongiungersi con i suoi genitori, rimasti intrappolati nei territori occupati dagli eritrei a nord del confine tracciato dagli italiani più di cento anni fa, dove vive una minoranza cattolica a rischio estinzione. Ma non ha potuto curarsi né tornare a casa e quindi ha optato per il pericoloso viaggio attraverso il Mar Rosso e lo Yemen verso l'Arabia Saudita, nella speranza di guadagnare denaro per le sue cure mediche e per sostenere la sua famiglia sfollata.
Una volta arrivato in Arabia Saudita, Tomas ha lavorato sotto la direzione di datori di lavoro locali trasportando l’arbusto illegale. Durante uno dei viaggi è stato fermato e arrestato dalla polizia saudita e condannato in un processo in cui la sentenza di morte era già scritta. Stando a Human Rights Watch, si è svolto infatti senza interpreti né assistenza legale per lui e per tutti gli altri imputati, che hanno firmato confessioni estorte con la violenza. L’interprete è stato chiamato solo per comunicare agli etiopi che erano stati condannati a morte per traffico di stupefacenti. Eppure il catinone, l’alcaloide del khat, è uno stimolante e non una droga.
Tomas non ha potuto comunicare con nessuno all’esterno, neppure con le autorità consolari etiopi. Una enorme violazione dei diritti civili che getta luce sulle condizioni di vita dei migranti etiopi in Arabia Saudita.
Dopo che il caso dei 200 condannati è stato denunciato da Human Rights Watch il 28 aprile scorso, hanno chiesto misericordia alle autorità saudite il vescovo cattolico di Adigrat in Tigrai, il patriarca ortodosso etiope Mathias e le autorità tigrine. Agli appelli al re saudita Salman bin Abdulaziz, manca però quello del premier etiope Abiy Ahmed. I rapporti diplomatici tra Arabia Saudita ed Etiopia sono tesi a causa del conflitto in Sudan, in cui la monarchia saudita è schierata con l'Eritrea a fianco dell’esercito sudanese, mentre Addis Abeba è considerata vicina agli Emirati Arabi Uniti, suoi grandi finanziatori, che sostengono i paramilitari delle Forze di supporto rapido.
A questo punto, una mossa di Abiy e dei partner occidentali di Riad per chiedere la misericordia del re resta l’unica speranza perché la porta della cella della morte di Tomas e dei suoi compagni non si apra per l’ultima volta.
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